A me gli occhi!

Schermi ipnotici e dipendenza dai flussi digitali

 A proposito di tecnostress, ipnosi e dipendenza, nel suo blog, sul Fatto Quotidiano, Enzo Di Frenna scrive così: “Tutti gli schermi sono ipnotici. Ad esempio la televisione. Avrete sicuramente notato, almeno una volta nella vita, che quando una persona guarda un film o una partita di calcio con totale partecipazione emotiva, sembra assorto in uno stato di trance e non si accorge di voi se gli state rivolgendo la parola. La stessa cosa accade con gli schermi digitali connessi a internet: computer, smartphone e tablet. Cinque minuti di navigazione in Rete possono diventare un’ora: l’attenzione è magnetizzata dal flusso informativo e spesso diventa difficile staccarsi dal monitor […] gli schermi possono favorire la dipendenza psicologica verso lo strumento stesso che veicola le informazioni”.

 La stessa mente è uno schermo che incanta e se non sappiamo come funziona cadiamo in uno stato di autoipnosi. I sociologi hanno definito la nostra era Età dello schermo. Lo schermo diventa una finestra su un universo dentro il quale molti di noi trascorrono gran parte del loro tempo. Viviamo esperienze di scambio, esprimiamo pareri, stati d’animo, riceviamo e facciamo complimenti, cerchiamo e offriamo solidarietà, apprezzamento e sostegno. Ma possiamo trovare o provocare sdegno, offesa e fastidio. I social sono luoghi di esposizione dell’ego, di discussione, ma anche occasione di dialogo. Insomma, c’è di tutto e di più in questo mercato virtuale dove ognuno con la sua bancarella offre a chi passa di lì i suoi prodotti.

E’ veramente tutto virtuale? No. Virtuale è qualcosa di simulato che somiglia alla realtà. Pur diverso dalla comunicazione diretta non significa che non sia vero. Sono persone ad interagire e se scrivono un post o un commento lo scrivono davvero. L’unica differenza è il mezzo con il quale si comunica il messaggio. Ecco perché molti si sentono liberi di esternare ogni tipo di sentimento ed emozione, sapendo che nessuno può toccarli. Difficile dire quello che si pensa, ad esempio, ad un corpo di anziani, senza incorrere in qualche richiamo. Il pericolo di questi scambi è che spesso si fraintende ciò che si trasmette. Oppure si può interpretare un post o un commento secondo l’umore del momento o in base alle nostre caratteristiche.

Chi ha dei problemi e trova un gruppo adatto può esprimersi, scambiare pareri, ottenere consigli da altri che hanno vissuto la stessa situazione. Comunque, l’uso ipnotico dei social, invece di rafforzare, può rendere fragile chi vive già una dipendenza da flussi informativi. Non si può vivere la verità con i paraocchi schermati. Difficilmente un cristiano si farebbe ipnotizzare da un terapista, molto facilmente dal Web.

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