Accidia, la deformazione dei propri spazi spirituali

accidia

“Non siate indolenti nelle vostre faccende” – Romani 12:11. (Prima parte)

La sfortuna, a volte, coincide con l’accidia, la non volontà di agire. Sembra questo il messaggio di un disegno attribuito a Cornelis Anthonisz, che raffigura un’Allegoria della Pigrizia. La figura femminile indossa un abito lacero e appoggia il volto a una mano, mentre con l’altra tiene un’anguilla, le cui movenze e la pelle viscida alludono all’instabilità. Sullo sfondo si notano le rovine di una città in fiamme, un bestiame morente, una nave non in grado di veleggiare. Alludono a disgrazie o ad avvenimenti imprevisti che condizionano negativamente le vittime al punto di non curarsi più della propria vita. Gli oggetti trascurati e rovinati, sparsi per terra in modo disordinato, sono un’indicazione di questa tragica combinazione.

L’akedia – termine greco che indica il venir meno a un interesse – è considerata un serio problema del nostro tempo. L’accidia rende monotone le impressioni, dà una sensazione d’immobilità, di vuoto interiore e sembra che rallenti il corso del tempo. Ispira avversione per lo spazio, dove il cristiano compie la maggior parte delle sue attività spirituali. E’ un sentimento che blocca lo slancio del fervore e porta a non vedere più il senso di “salvezza”, traducendosi in “indifferenza”, “inattività”, “indolenza”. L’accidia fa sentire il corpo prigioniero in un luogo e la mente altrove. Essa provoca un’enorme insofferenza verso lo spazio in cui si vive. Si desidera fuggire dal luogo dove si svolgono abitualmente le proprie attività. Si vive in un tempo intermedio, senza sbocchi. L’accidia è una malattia che paralizza il nostro amore verso Geova. Solo coltivando una vita ricca e profonda, rimanendo saldi e perseveranti, si può evitare di vacillare a ogni soffio di vento.

Se sei continuamente scoraggiato, è perché non riesci più a vedere con chiarezza la meta. Al riguardo, Paolo indica cosa fare: dimenticare “le cose che sono dietro”, protendersi verso quelle che sono davanti e proseguire verso la meta della vita eterna.  (Filippesi 3:13,14). Al presente, si deve evitare qualsiasi situazione che possa scoraggiare. Inoltre, è ragionevole fuggire i desideri che al momento sono impossibili da soddisfare. Durante le prove non bisogna abbandonare il centro delle attività teocratiche, mentre le tentazioni vanno affrontate con coraggio e fermezza. Non si deve permettere al demone dell’accidia di impadronirsi della nostra mente, facendoci provare sdegno e disprezzo per i nostri fratelli. Non illudiamoci, pensando che in un’altra congregazione i fratelli siano più spirituali e di conseguenza sia molto facile raggiungere un certo grado di benessere. Questo modo di ragionare induce a pensare che l’unica salvezza sia di abbandonare il proprio luogo emigrando in un altro più conveniente. Prima di farlo, è meglio che proviamo a cambiare strategia.

Quando cominciamo a non provare più alcun desiderio, né gioia per il nostro ministero, forse, stiamo iniziando a deprezzare la verità di Dio. Se la nostra mente è rivolta alle cose dello Spirito, difficilmente, l’accidia potrebbe sopraffarci. Non turbiamoci se piombiamo nell’oscurità, specialmente se non è colpa nostra. Consideriamola una prova per dimostrare il nostro attaccamento a Dio. Non sempre è necessario arrovellarsi per conoscere le cause delle prove per poterle superare. Dio offre sempre una via d’uscita.

Il demone dell’accidia attacca chi ha fatto progresso spirituale, non i novizi. Le sue prede preferite sono gli uomini maturi, quelli dal forte spessore spirituale. Ci vuole equilibrio per resistere: le nostre attività teocratiche non dovrebbero essere né troppe né poche. Quando siamo attaccati, ci accorgiamo ben presto che facciamo fatica a leggere la Bibbia e meditare su di essa. Possiamo, anche, immergere la nostra mente nei pensieri di Dio, ma è come se lo Spirito non abbia forza su di noi. Il senso spirituale è presente ma non ha più autorità per agire.

Una noia grave mescolata al risentimento si sviluppa nei confronti delle qualità spirituali. Le paralizza e le svilisce. Quando l’accidia si presenta, ha un carattere sorprendente, destabilizzante, scandaloso: “Ma come, proprio a me, che sono un cristiano impegnato?” Essa attacca uomini collaudati, virtuosi, che potrebbero ritenersi al sicuro. Bisogna stare sempre in guardia, evitando un atteggiamento indifferente, senza mai sottovalutare i primi segnali. Se Geova le permettesse di usare tutta la sua forza, nessuno si salverebbe. Il nostro compito è di resistere fin dove riusciamo a farcela. Solo Dio può vincerla. Un morto non risuscita se stesso.

All’estremo dell’accidia individuale ne esiste un’altra – chiamata “accidia sociale iperattiva” – e riguarda chi ha un certo grado di potere. E’ meno facile da riconoscere ed è, paradossalmente, frequente nelle congregazioni. Si traduce in una vita zeppa d’impegni, interamente programmata, ma vuota. Coinvolge quegli anziani e sorveglianti viaggianti super impegnati nelle loro faccende teocratiche ma insensibili alle sofferenze altrui. Ma questa è un’altra storia, che tratteremo in un prossimo articolo.

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