Ma che adorazione è questa dei pastori?

Si può adorare in modo così rozzo?

Abbiamo pubblicato parecchi articoli sulla figura del pastore descrivendone le responsabilità letterali e spirituali. Nel quadro Adorazione dei pastori, Jacopo Bassano raffigura dei pastori in versione ironica e sprezzante. Una tale visione della gente rurale era tipica di quel periodo. Nella Repubblica di San Marco c’era una forte contrapposizione fra città e campagna, un po’ come quella che c’era nel I secolo tra i farisei e il popolo che non viveva a Gerusalemme. I cittadini di Venezia scimmiottavano il modo bifolco dei campagnoli. Lo facevano non per offendere ma per prendere in giro, più per un gusto scherzoso che per un odio verso quella gente. Jacopo Da Ponte detto il Bassano, era un uomo religioso e come tanti prendeva le distanza dal mondo degli umili. Essi pensavano che tra la gente rurale e gli animali ci fosse una specie di simbiosi. Nei suoi quadri non c’è differenza tra i pastori e gli animali. Ai gesti dei pastori sembrano corrispondere il bue a cui non manca il muggire, alla pecora il belare, al gallo il canto, al cane abbaiare, e così via.

Dove, però, nessun artista è mai arrivato, è nella figura qui a sinistra. “Un pastorello in posa equivoca, col volto illuminato da un tizzone che sta cercando di alimentare con il fiato, gonfiando le guance […] Cosa diavolo può fare, così piegato sulle cosce, invece di stare inginocchiato, per giunta senza le braghe e dando le spalle alla sacra contemplazione? Non è il caso neanche di ipotizzare che un uomo così devoto come il Bassano possa avere concepito quel pastorello deliberatamente irriverente. E’ chiaro, allora, che si tratta dell’ennesima canzonatura dei modi bifolchi, greve ma gustosa come una parolaccia in dialetto.

La giovane età del nostro “Zanni” autorizza a calcare ulteriormente la mano sull’ottusità dei vilani allo scopo di strappare un sorriso. Ignaro dell’evento eccezionale che si svolge alle sue spalle, il pastorello imbranato non si rende conto di come è messo, né di essere destinato, probabilmente, a imbrattare il lungo lembo della camicia che, secondo l’uso del tempo, gli copre le terga. Accanto al pastorello, un cane ulula stoltamente, la capra pezzata alle sue spalle, comincia ad annusare il terreno, nella speranza, forse, di trovarvi del cibo.

 I pastori soggetti all’istinto, l’uno salutando senza troppa grazia col cappello, l’altro inebetendosi mentre spinge il bue ad alitare sul Bambino, non senza rischi per il neonato; e, a, ben vedere, anche l’offerta dell’agnello sacrificale da parte dell’uomo dai piedi sporchi è un inopportuno gesto di annuncio, e gli animali, i loro fratelli sembrano anticipare il nuovo genere di intendere la pittura”.  (Vittorio Sgarbi, Nel nome del Figlio)

Che dire? Non è che le cose siano poi tanto diverse da allora. I modi ottusi, grezzi e da bifolchi, purtroppo sono una caratteristica di alcuni che esercitano il ruolo di pastori nelle congregazioni. Non di rado alcuni li prendono in giro. A volte fanno ridere, altre volte fanno piangere.

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