Amano le proprie catene più della libertà

«Non vi fate porre di nuovo sotto un giogo di schiavitù» (Galati 5:1)

Cos’è mai ciò? Qual è quell’abitudine orribile, che induce gli uomini, non solo ubbidire, ma a farsi tiranneggiare sotto “un giogo di schiavitù”? Cos’è la schiavitù se non voi, proprietà di quel padrone che avete scelto per controllare la vostra vita e a lui vi siete sottoposti per limitarne la libertà?

Non siete i soli che avete scelto di sottostarne, ma l’intera umanità che ne subisce l’oppressione e non osa affrontarlo, non vuole farlo o ne è impedita. Come voi, altri non hanno il coraggio di ribellarsi e si lasciano trascinare nella fatale perdizione dei suoi vizi.

Qual vizio mostruoso è mai questo, di cui si è persa la sua natura e la pronuncia di esso? Lui ha tutto e non c’è bisogno di togliergli qualcosa, se non di dargli nulla di ciò che ci è caro. Più si dà più lo si serve. Ma se non si dà niente, se più non gli si ubbidisce, più probabilità si ha di liberarsene.

Per conquistare il Paradiso desiderato, il leale di Dio non teme nessun pericolo, non cede ai suoi seducenti vizi. Tanti, fin troppi, non bramano la liberazione, si sono asserviti volontariamente. Si direbbe, che gli uomini rifiutino la libertà dalle sue afflizioni.

Di chi sono quegli occhi che vi osservano furtivamente se non i vostri occhi? Di chi sono quelle mani che agitano affanno se non le vostre stesse mani? Chi gli conferisce quel potere se non la vostra volontà? Se vi attacca non è perché ne siete complici?

Non siete voi che seminate nella vostra vita e lasciate che vi faccia raccogliere i frutti amari? Non siete voi a dargli forza mentre vi lasciate indebolire da esso? Amate le sue catene e vi lasciate legare volontariamente, senza ribellarvi, senza levare la voce. Il suo nome è peccato, un nome scomparso dal vocabolario e meraviglia delle meraviglie, l’uomo non si ritiene un peccatore né il suo schiavo.

Una tal dimenticata schiavitù a cosa ha portato se non a una generazione con il senso distorto di ciò che è bene e male, dove nessuno si sente responsabile di nessuno? In netto contrasto con tale visione, la Santa Parola delle Parole, ci dice esplicitamente: “Tutti hanno peccato”. (Romani 3:23)

Ci dice anche che in Galazia, Paolo, quell’“ambasciatore in catene” della Cilicia, aveva fondato le comunità in Cristo (Efesini 6:20). Le aveva sottratte dal giogo dei giudaizzanti rendendoli uomini liberi in Cristo, avvertendoli di non farsi mettere di nuovo sotto quell’influenza di morte.

Cristo li aveva afferrati da sotto la Legge per la saldezza nella libertà cristiana, per non corrompersi con le “opere della carne” e per manifestare il dolce frutto di Dio. Paolo fece conoscere loro che: “una nuova creazione è qualcosa”, un nuovo popolo spirituale la cui cittadinanza è lassù, nei cieli. Parole potenti uscirono dalla sua bocca e inclinò il loro cuore all’ubbidienza libera.

Vive nella nostra anima un senso naturale alla ragionevolezza che si sviluppa in virtù di una buona e sana morale. È la natura di Dio, la cui somiglianza umana fa nascere nel cuore l’amore fraterno, che tende le mani e ci sostiene.

“Sono andati nel sentiero di Caino” dice uno sconsolato Giuda (Giuda 11). Abbassando la guardia si sono spinti in là, in quel sentiero empio del fratricidio. Influenza vile e corruttrice, la cui breccia apre il cuore dei sentimenti e mette radici prive di linfa. E così, la stretta del peccato è sorta dentro la loro carne decaduta. (Marco 7:21).

Chi può mai liberarvi dalle catene con cui vi siete legati?

“Dio è potente e non respinge nessuno… Non allontana lo sguardo dai giusti… Ma se sono legati da catene e presi con funi di afflizione, rivela loro ciò che hanno fatto, le trasgressioni commesse a causa dell’orgoglio. Apre loro gli orecchi per la correzione e li esorta ad allontanarsi dal male”. 

“Se gli ubbidiscono e lo servono, finiranno i loro giorni nella prosperità, e i loro anni saranno piacevoli. Ma se non ubbidiscono, cadranno di spada e moriranno senza conoscenza. Quelli dal cuore empio nutrono risentimento; non invocano aiuto neanche quando egli li incatena”. (Giobbe 36)

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