Angelus novus

di Paul Klee

L’angelo di questo acquerello è molto diverso dagli angeli che la tradizione religiosa rappresenta nella loro bellezza: immortali, divini e lucenti di puro spirito. L’angelo di Klee sembra un disegno fatto da un bambino le cui linee sono semplici e imprecise.

Il corpo, rispetto all’enorme testa, è piccolo, brutto e sproporzionato. Le ali e i piedi piccoli lo rendono incapace di volare, costringendolo a una immobilità mediana: né in cielo né in terra. La bocca è spalancata, mentre gli occhi fissano un punto preciso, che l’osservatore non riesce a vedere.

«Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta», scriveva Walter Benjamin, il filosofo tedesco, di origine ebraica che acquistò l’acquerello di Klee per farne oggetto di profonda meditazione spirituale. Secondo l’interpretazione che ne fa Benjamin, l’angelo ha buone intenzioni ma è ostacolato dal progresso umano.

Guardare il passato volgendo le spalle al futuro

Il messaggio per noi cristiani è chiaro: guardare il futuro senza dimenticare il passato della Bibbia che costituisce il nostro patrimonio spirituale, intellettuale e culturale. Lo diciamo a benefici dei fratelli lontani, che come l’Angelus Novus si trovano in una posizione di mezzo, tra le cose spirituali e quelle terrene. Questo stallo può impedire di rivolgere lo sguardo sia al futuro, ma soprattutto al nostro passato e a quello di molti fedeli servitori.

Forse è il caso di tornare alla saggezza dei grandi uomini che hanno fatto la storia della Bibbia, imparando da loro la semplicità della vita e il modo come raggiunsero la pace interiore. Ci siamo lasciati prendere troppo dai conflitti con altri e ci siamo legati ad essi, impediti di andare avanti e di guardare indietro.

Abbiamo dimenticato di guardare quei servitori di Dio che nonostante le incomprensioni e le ostilità sapevano “soffrire”, si caricavano pazientemente il peso delle sofferenze e imparavano a esercitarsi nella calma interiore e nella forza dello spirito di Dio.

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