Capire che il dolore e la sofferenza non sono la stessa cosa


In apparenza sembrano due termini simili, invece hanno sfumature diverse. La comprensione della specificità di entrambi permette non solo di rapportarsi bene in congregazione evitando parole inappropriate, ma anche rendere la vita cristiana più sopportabile.

 A causa del peccato ereditato gli esseri umani provano dolore emotivo, mentale e fisico. Per quanto spiacevole, la sensazione fisica del dolore serve a mettere in guardia contro il pericolo di farsi male e quindi permette di evitare un danno maggiore. La sofferenza è ciò che si prova quando si è in preda al dolore o all’angoscia. Anch’essa può essere fisica, mentale o emotiva. Molte possono esserne le cause, quasi tutte attribuibili all’opera dell’uomo.

La parola “dolore” in italiano ha un significato molto ampio: può riferirsi a un dolore fisico e al patimento dell’animo. Ci sono varie gradazioni di dolore non fisico e molti termini per esprimerlo. Dispiacere indica un sentimento meno forte rispetto al dolore. Pena e tormento sono dei dolori morali particolarmente intensi. Ancora più insostenibile è lo strazio. Il massimo grado del dolore morale è la disperazione. Il dolore morale può essere detto anche tristezza, infelicità e malinconia.

Un dolore estremo, a seguito di un lutto, è detto cordoglio. Se provocato dal dispiacere di qualcosa che si è fatto, è detto pentimento o rimorso. Un dolore intenso, improvviso e di brevissima durata è detto fitta. Malessere e sofferenza sono generici e alludono a un cattivo stato complessivo, talora inspiegabile, dal quale è difficile stabilire il confine tra sofferenza interiore ed esteriore. (Treccani, dolore. Finestra di approfondimento). Sofferenza è invece la capacità di sopportare, di mostrare pazienza.

Come abbiamo visto, il dolore e la sofferenza hanno tanti volti quante sono le persone e le circostanze. Comunque, pur essendo legati tra loro, non sono la stessa cosa. Il dolore ha relazione con i sensi e può essere curato con le medicine o con terapie alternative. La sofferenza abbraccia un orizzonte più vasto e riguarda le reazioni, cioè il modo come il cristiano reagisce a quanto gli accade. Essendo parte essenziale dell’essere umano, essa ci permette di sviluppare le virtù e le risorse per affrontarla e superarla: sapienza, coraggio, pazienza, determinazione, creatività, speranza, fede.

Nel dolore ci si adopera per curarlo o eliminarlo; la sofferenza si cerca di alleviarla, ma anche di trasformarla in bene per la propria crescita umana e spirituale. Quando si soffre ci si sente smarriti, impauriti e per questi motivi suscita domande e pone interrogativi sul senso della vita. La sofferenza non è possibile rifiutarla.

 

Siamo creature poco resistenti, appesi non a cavi in acciaio, ma a fili sottili, delicati e fragili.

 

La sofferenza mentale. C’è una forma di turbolenza mentale legata a una scarsa autostima, al senso di inadeguatezza personale, alla difficoltà di riconoscere i propri doni o di esprimere la propria creatività. Ci sono forme di patimento mentale legate all’incapacità di valutare bene le cose, alla distorsione della realtà, a forme di squilibrio evidente o mascherato. Il tormento della mente, nelle sue espressioni più critiche, è curato nei centri di igiene mentale e nei reparti ospedalieri di psichiatria.

Questo tipo di sofferenza cresce a causa di situazioni che mortificano la dignità delle persone.  È spesso causata da ingiustizie sociali, da forme di oppressione politica o religiosa. In molti ambienti, ha il volto del pregiudizio o dell’emarginazione. Spesso è causata dall’aggressività e dalla violenza, all’interno di famiglie o gruppi antitetici fra loro.

 La sofferenza emotiva. Certe esperienze possono produrre lacerazioni del cuore, sconvolgimenti affettivi e sentimenti di amarezza, paura, tristezza, colpa e risentimento. Si prova sofferenza emotiva perché si è giudicati in maniera ingiusta, nel non sentirsi considerato e apprezzato. Nella vita comunitaria la lacerazione del cuore può essere il frutto di conflitti esasperati, di attese non corrisposte, di fiducia tradita, mancanza di rispetto e di allontanamenti dalla congregazione volontari o forzati.

 La sofferenza spirituale. È legata alla perdita della propria identità, alla mancanza di speranza, al senso di inutilità della propria esistenza, all’assenza di sensibilità, al rifiuto dei valori spirituali, alla mancanza di fede in Dio, al rifiuto di qualsiasi argomento spirituale. Talvolta, si esprime nella ricerca di altri gruppi religiosi, più spesso nei sensi di colpa che tormentano, svuotano della gioia di vivere. L’espressione più drammatica di sofferenza spirituale è il senso di disperazione, che spinge molte persone a dissolversi.

Conclusione. Il dolore non è materia di confronto con quello di altri cristiani. Ognuno ha il suo palo di tortura e il suo modo di viverlo. La sofferenza prolungata e insofferente rende egoisti e restringe gli orizzonti, non solo di chi soffre ma anche di chi ha la responsabilità di stare vicino e consolare chi vive una condizione di disagio interiore ed esteriore.

I dolori del corpo si curano con i farmaci e le terapie; altri tipi di sofferenza si curano con la vicinanza, l’ascolto, la solidarietà, l’aiuto, la psicoterapia. Altri patimenti si alleviano attraverso la preghiera, nel confidare in Dio, nel conforto della congregazione. La sofferenza è una compagna inevitabile delle vicende umane. È una sfida per tutti i tdG a renderla un luogo di ricchezza umana e spirituale, sull’esempio di Cristo che ha insegnato che anche soffrendo possiamo fare del bene a chi sta soffrendo.

Il dolore e la sofferenza non si liquidano con parole stereotipate, né con la lettura breve e veloce di un passo biblico. “Geova è vicino a quelli che hanno il cuore rotto” (Salmo 34:18). Tu, invece, come responsabile della congregazione sei vicino ai fratelli che hanno il cuore spezzato? La Bibbia dice che un vero amico è “nato per quando c’è angustia”. (Proverbi 17:17) Tu sei amico dei fratelli angustiati? Vai a cercare le pecore che si isolano a causa del dolore e della sofferenza che stanno vivendo? Il salmista incoraggia a “gettare su Geova il proprio peso, perché egli stesso ci sosterrà”. (Salmo 55:22) Quanti fratelli in congregazione hanno gettato su di te il loro peso per essere sostenuti? O ti sei messo da parte e li hai fatto cadere per terra? Conosci il peso insostenibile di alcuni fratelli lontani? Cosa stai facendo per loro?

“Non trattenere il bene da quelli cui è dovuto, quando è in potere della tua mano farlo”, ci ricorda la Bibbia (Proverbi 3:27). Se ti accorgi che qualcuno è nel bisogno ed “è in potere della tua mano” aiutarlo, perché aspettare che caschi la manna dal cielo per fare qualcosa? “Non dimenticate di fare il bene e di condividere con altri, poiché Dio si compiace di tali sacrifici”. (Ebrei 13:16) Geova si sta compiacendo dei sacrifici che fai per il bene dei fratelli e delle sorelle che soffrono in congregazione? Questo bene lo stai condividendo con gli inattivi? I bravi anziani insegnano ai proclamatori ad aiutare le persone anziane, i malati e tutti coloro che soffrono, inclusi gli inattivi. Così imparano a essere buoni e generosi sempre, ma di più quando diventeranno anch’essi responsabili delle congregazioni. Stai insegnando ai proclamatori a cercare le pecore smarrite e che stanno soffrendo? O sono loro che devono cercare te a causa della tua irreperibilità?

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