La ginestra

panoramavesuvioVeduta di Napoli e Vesuvio dal parco Vergiliano a Piedigrotta

di Giacomo Leopardi

Questa mattina Napoli è coperta da un cielo plumbeo. Sto salendo un vialetto del Parco Vergiliano a Piedigrotta, dove si trovano le tombe di Virgilio e Leopardi, facilmente raggiungibili dalla stazione di Mergellina. Sono l’unico visitatore e ho l’impressione che questo luogo sia lontano dai radar del turismo partenopeo. Sembra un posto dimenticato. Il vialetto è ricco di varie specie di piante e alberi. Improvvisamente ci si trova davanti al tumulo del poeta recanatese. Lo guardo con ammirazione e rimango lì un bel po’ a meditare sul pensiero leopardiano. Da qui si gode un bellissimo panorama. Il Vesuvio è ricoperto dal grigio della foschia. Una scritta attira la mia attenzione. Situata ai piedi di una ginestra, la targa ricorda una famosa lirica di Leopardi che scrisse a Torre del Greco, da dove il Vesuvio

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Proiettati verso il futuro ci siamo dimenticati il passato

damascenoOggi l’uomo guarda più al futuro e meno al suo passato, alle sue origini cristiane. Si deve ritornare all’uomo di carta e inchiostro scritto nella Bibbia con lo stilo di Dio.

E’ considerato poco originale, lungo, noioso e ripetitivo. Appartiene al gruppo di scrittori pressoché sconosciuti e non si è ritagliato nemmeno un pezzettino di storia. Tracce biografiche di lui non ce ne sono. Alcuni tratti della sua personalità emergono soltanto dai suoi scritti. La sua personalità si può paragonare a: “un fiume lungo e largo che scorre tranquillamente. Per scoprirne la bellezza occorre sedersi, sostare del tempo sulla sua riva, abbandonandosi al quasi assente, ma così rilassante suono del suo scorrere. Su questo fiume passano i giorni e le notti che lo sfiorano con la luce e con le tenebre. Nella sua superficie si specchia il cielo. Bisogna lasciarsi incantare dalla bellezza di questo fiume e così si scoprono le sue profondità, le sue meraviglie, i suoi drammi. Come tale fiume è Pietro Damasceno: bello, tranquillo, saggio. Se a qualcuno piace questo stile, perché sente che soddisfa i propri bisogni o perché è conforme al proprio carattere, si sieda e legga”. (Maciej Bielawski in Sguardo contemplativo, Saggio su Pietro Damasceno, autore filocalico).

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«Guai al pastore stolto che abbandona il gregge»

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Che cosa aspettano a cacciare dalle congregazioni questi “pastori stolti”? Zaccaria 11:17 (BJ)

Un giorno Dio ordinò al suo profeta di rappresentarlo come pastore di quelle pecore destinate al macello che i compratori sgozzavano senza ritenersi colpevoli e che i venditori vendevano e si arricchivano convinti di avere la benedizione divina.

Il profeta pastore si mise a pascolare le pecore per conto dei mercanti. Dopo poco tempo decise di licenziarsi. Ottenne dai mercanti il salario di trenta denari d’argento, una cifra irrisoria e dileggiante, che fece arrabbiare non poco Dio. Dopodiché il pastore prese due bastoni, cui aveva dato i nomi di Piacevolezza e Unione e li spezzò. Poi cominciò a mimare la stoltezza di un pastore malvagio che Dio avrebbe suscitato nel suo popolo. Una spada avrebbe colpito prima il braccio del pastore stolto e poi lo avrebbe accecato in un occhio.

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Anche il sole ha le sue macchie, anche l’oro diventa scuro

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  “Ah! come si è annerito l’oro, come si è alterato l’oro brillante”. – Lamentazioni 4:1.

Il Sole è l’immagine delle grandi attività, dell’energia in movimento. Quando si scoprì che il sole presentava delle macchie scure, gli astronomi rischiarono la censura per aver messo in dubbio il concetto cristiano, secondo il quale il sole era il simbolo della perfezione. Per alcuni secoli queste macchie rimasero un mistero. Oggi sono considerate dalla scienza come aree oscure, effetti di un’invisibile forza interna del sole. Si tratta di potenti campi magnetici che viaggiano come un forte vento, sferzando furiosamente sulla Terra particelle molto energetiche, che causano i brillamenti (tempeste geomagnetiche). Anche se l’avvenire sarà prodigo di spiegazioni, l’uomo continua a considerare il sole con grande stupore. Adorato nell’antichità come sorgente di vita, oggi l’uomo si crogiola al suo calore.

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