Dalle scarpe di Van Gogh ai sandali di Ermes

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“Mostrami che scarpe indossi e ti dirò chi sei”.

L’ETIMOLOGIA DELLA PAROLA SCARPA ha origine non dalla sua funzione ma dalla forma. E’ come se si nascondesse l’impulso a uscire dall’uso che se ne fa per assumere una forma simbolica. Le scarpe hanno la capacità di dare una singolarità al volto di chi le indossa. Simboleggiano l’identità sociale di un individuo, il modo come pensa di presentarsi agli altri. E’ la scarpa che definisce la personalità di chi la calza: “Mostrami che scarpe indossi e ti dirò chi sei”.

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Fra le braccia di Geova

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“Col suo braccio radunerà gli agnellini e li porterà nel suo seno” – Isaia 40:11.

Che tenera espressione di compiaciuta sicurezza mostra l’agnellino raffigurato fra le braccia del pastore. Come deve sentirsi al sicuro avvolto fra le pieghe della sua veste. Questa toccante scena della vita pastorale è un’assicurazione della promessa di Geova riportata in Isaia 40:11 “Col suo braccio radunerà gli agnelli e li porterà nel suo seno [le pieghe superiori della veste]”.

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Un giorno a Milano in compagnia di Moishe Segal Ben Zacharias

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Non esiste nessuna inattività spirituale.

L’aereo è atterrato in orario a Milano Linate. Il cielo è plumbeo. Fuori c’è la fermata del pullman, direzione S. Babila a due passi da Palazzo Reale, in Piazza del Duomo. La mostra è al primo piano. Un grande tappeto rosso ricopre lo Scalone d’Onore. Alzando lo sguardo si può ammirare il luminoso affresco che abbellisce la volta. E’ rappresentata la luce che mette in fuga il buio e gli spiriti delle tenebre. E’ l’auspicio di Milano a tutti quelli che cercano la luce spirituale. Salire nella luce del cielo è il tema ricorrente della giornata. Gli ampi saloni ospitano più di 200 opere di tradizioni russe, cultura ebraica e avanguardia francese.

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L’inattivo? Come il torso di Apollo!

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Contemplando il torso di marmo di Apollo, esposto al museo del Louvre, a Rainer Maria Rilke parve di sentire una voce: «Tu devi cambiare la tua vita».

Rainer Maria Rilke, in una delle sue più celebri poesie, descrive una statua di Apollo di cui esiste oggi solo il torso. Una statua che illumina l’osservatore e lo trascina nel suo incanto:

Non conoscemmo il suo capo inaudito

e le iridi che vi maturavano. Ma il torso

tuttavia arde come un candelabro

dove il suo sguardo, solo indietro volto,

resta e splende. Altrimenti non potrebbe abbagliarti

la curva del suo petto e nel delicato volgere

dei lombi scorrere un sorriso

fino a quel centro dove l’uomo genera.

E questa pietra, sfigurata e tozza

vedesti sotto il diafano architrave delle spalle

e non scintillerebbe come pelle di belva,

e non eromperebbe da ogni orlo come un astro:

perché là non c’è punto che non veda

te, la tua vita. Tu devi mutarla.

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