Farsi solo del male

Quando il rancore, per un’amicizia fraterna tradita, si protrae per lungo tempo.

“Il buon senso fa frenare la collera, gran virtù è perdonare un’offesa” (Proverbi 19:11PS)

Può capitare che un fratello ci deluda dimostrandosi un falso amico, specialmente se abbiamo vissuto insieme anni di intensa verità. Nulla faceva presagire che in cuor suo covava invidia per la nostra posizione teocratica, per i privilegi in congregazione, per le nostre virtù e capacità. Aveva anche pensato di ucciderci in senso spirituale. Ci ha fatto del male, è andato via dalla congregazione ed è sparito dalla circolazione. In realtà non è mai andato via, è rimasto come una spada conficcata nella nostra mente, come una brace la cui velatura di cenere continua a bruciare.

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Andare oltre, guardare avanti

“Cari fratelli e sorelle, sono convinto che ciascuno di voi, presente in questa Sala del Regno è più saggio di Salomone, più bello di Absalom, più forte di Sansone, più preparato di Paolo, più ospitale di Lidia, più genuino di Pietro. Purtroppo voi ignorate questo. Non vi rendete conto che ognuno di voi se volesse, potrebbe rendere felice l’intera congregazione e trascinare tutti con voi nella felicità eterna”. 

“L’uomo che adula il suo prossimo gli sta tendendo un tranello per i suoi passi. – (Pr 29:5)

Quanto scritto sopra è una rielaborazione personalizzata tratta dal Diario di uno scrittore, di F. Dostoevskij. Quando in gioco c’è lo stravolgimento della verità e subiamo una tale situazione e la viviamo come un fattore esterno dove “possiamo fare poco al riguardo”, ci sentiamo vere vittime di un intero sistema che non funziona più. Si respira “una sensazione di impotenza”. Se ci permettiamo di divergere, il nostro pensiero viene subito tacciato in maniera brusca, rendendo la ferita più dolorosa e sconcertante.

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Una bevanda che non disseta

La rassegnazione può essere vissuta più per impotenza che per scelta

‘Ubbidiamo a Dio anziché agli uomini’. –  (Atti 5:29)

Rassegniamoci a ubbidire agli uomini anziché a Dio. E’ quello che succede in alcune congregazioni, dove la scrittura di Atti è interpretata all’incontrario. Il termine rassegnazione è ambiguo perché ha in sé sfumature positive e negative. Un po’ come l’ubbidienza: si ubbidisce perché obbligati o per scelta volontaria, così c’è chi si rassegna per accettazione e chi lo fa per un senso di impotenza.

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I doveri cristiani ci scoraggiano da considerarli un giogo pesante?

Il cuore umano brama la libertà e l’indipendenza e si sottomette al giogo del dovere con grande riluttanza.

Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete su di voi il mio giogo… Poiché il mio giogo è piacevole e il mio carico è leggero”. – (Matteo 11:28-30)

Sembra strano, ma Dio trae vantaggio dalla riluttanza che nutriamo verso i doveri, compiacendosi di usarla per manifestare la sua opera e per glorificarsi. Quando il dovere diventa tutt’altro che un piacere e nonostante le difficoltà lo portiamo a termine, anche in modo imperfetto, Geova lo accetta volentieri perché è il frutto dell’ubbidienza. In questi casi, se lo Spirito lo decide, può soffiare in noi quando vuole (Gv 3:8). A proposito della “pausa” riportata nella W/1/2018: si spende del tempo per pulire o riparare un attrezzo perché funzioni meglio, non per rovinarlo. Allo stesso modo può essere necessaria un’interruzione nell’adempimento dei nostri doveri, affinché riacquistiamo le forze.

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