Durezza esteriore o forza interiore?

«Lo schiavo del Signore non ha bisogno di contendere, ma di essere gentile verso tutti».  – 2 Timoteo 2:24.

La ferita di un tradimento fraterno, il dolore per tutte le attività da tdG, la disillusione per ciò che si credeva genuino, l’amarezza del sentirsi allontanati, dimenticati e un groviglio di altre vessazioni possono indurre anche la persona più gentile a evocare rabbia e risentimento. La vita è piena di sgarbati, irriconoscenti, insensibili e di strette di mani attorcigliate di filo spinato, ma reagire col malanimo significa mostrare la propria fragilità. Purtroppo nessuno è immune da scortesie e cattive maniere. Facciamo di tutto per dimenticare questi gesti quando ne siamo responsabili, preferiamo non soffermarci sulle conseguenze che ne derivano. La gentilezza è anche gratitudine e ha buona memoria: non si dimentica dei fratelli e delle sorelle che ci hanno fatto del bene. 

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Dignità ferite

Gentilezza e mitezza qualità che curano

Il cristianesimo non è una religione fatta di dogmi e dottrine, ma è un modo di essere, di stati d’animo, di sentimenti, di emozioni, di esperienze di vita, che si alternano di età in età, di circostanze in circostanze. La mitezza è un frutto dello Spirito e insieme alla gentilezza sono un requisito dei sorveglianti: “Lo schiavo non ha bisogno di contendere ma di essere gentile verso tutti… istruendo con mitezza quelli che non sono favorevolmente disposti…”. (2 Tim 2:24,25). Gentilezza e mitezza alleggeriscono le difficoltà della vita. Esse sono due qualità che rientrano nelle emozioni sensibili e delicate. In una società di cafoni e maleducati, le persone gentili e miti sembrano cimeli di un passato lontano. Eppure, queste due virtù ci permettono di conoscere le persone, di aiutare chi soffre e di evitare le parole che feriscono.

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Commuoversi, turbarsi e piangere

Storie di lacrime e di conforto

Di fronte a una scena così straziante, gemé nello spirito e si turbò molto nel vedere Maria e i giudei piangere la morte di Lazzaro. Gesù si commosse così profondamente che cedette alle lacrime, un segno evidente della sua infinita compassione per i sofferenti. (Gv 11:33-36) Le lacrime hanno il potere di sciogliere anche i cuori duri degli esseri umani e sono una caratteristica del cristiano. Chi non piange non può essere un cristiano. La Bibbia incoraggia a “piangere con quelli che piangono”, a mostrare cioè empatia. (Rom 12:15) Le lacrime non sono mai un segno di debolezza e non c’è nulla di cui vergognarsi. Pur se accompagnate dalla tristezza spesso sono liberatorie poiché alla fine producono sollievo e
consolazione. Quanti sono coloro che piangono lacrime fraterne di fronte alle sofferenze dei nostri
conservi? Quanti pastori spirituali, nelle loro visite pastorali, piangono letteralmente di fronte al dolore e alle tribolazioni del fratello e della sorella inattivi?

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Sentimenti feriti

Alcuni cristiani che sono stati fedeli per anni, sono rimasti così turbati dal comportamento di altri fratelli da scoraggiarsi e risentirsi al punto di smettere perfino di assistere alle adunanze di congregazione e di partecipare al ministero di campo.

In questi casi, la delusione e il dolore possono essere tremendi. Anche torti, veri o presunti, potrebbero amareggiarci. Rimuginare su questi episodi potrebbe indurci a pensare male dei nostri fratelli, e

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