Il samaritano, un gesto alla portata di tutti

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“Chi è realmente il mio prossimo?”

Se mi dovessero chiedere qual è la cosa più bella che abbia letto nella Bibbia, risponderei senza esitazione: “Le parabole di Gesù”, perché mi vedo coinvolto in prima persona in alcune di esse. La parabola è un accostamento di una storia con un’altra simile, una breve narrazione da cui si ricava una morale. Gesù fu un abile osservatore, vedeva cose che tutti vedevano, ma non tutti comprendevano e per far cambiare opinione ai suoi ascoltatori da “così pensa l’uomo” a “così pensa Dio”, ricorreva spesso alle parabole. Le parabole di Gesù non condannano ma salvano, conducono dalla religione alla fede, dalla giustizia alla misericordia, dalla pesantezza alla leggerezza. Esse sono cariche di umanità, preservano la verità, poiché sono sempre applicabili e comprensibili in qualunque momento e in ogni epoca. Le parabole sono un mezzo di Gesù per arrivare a Dio e per comprenderne il significato bisogna sapere ascoltare, poiché “la fede segue ciò che si ode intorno a Gesù” (Rom. 10:17).

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Il Medesimo se la ride

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Dal diario di un inattivo. Maggio 2012: Il divino senso dell’umorismo.

Ho finito di leggere il primo capitolo “Il divino senso dell’humor “, tratto dal libro All’uscita del tunnel, di Ferdinando Castelli. Inizio a scrivere sul mio diario i concetti che più mi sono piaciuti.

“L’umorismo è serbato al cristiano quale espressione della sua nuova libertà, che lo innalza, come creatura spirituale, sopra tutte le creature non libere”. (G. Sellmair) L’autore cita tre definizioni  dell’umorismo, che sintetizzo: L’umorismo è la disposizione a cogliere le debolezze e le contraddizioni comiche della natura umana, senza acredine, ma con comprensione… Si esprime a voce o per iscritto, in modo da risultare più simpatico e meno patetico… L’umorista coglie nell’assolutezza della vita, l’aspetto del sorriso, con un garbato senso di superiorità, senza malevolenza e cinismo.

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Accettarsi

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Sto sfogliando il giornale. Una foto cattura la mia attenzione. Si tratta di un uomo in giacca e cravatta, uno stranito funambulo che si staglia nel cielo della città; con una mano regge una borsa e con l’altra tiene un ombrello aperto, agganciato a un cavo. Non si capisce se è sospinto in aria da invisibili aliti di vento o se stia scendendo a terra con l’ombrello a forma di paracadute. E’ il dilemma dell’osservatore. Anche il mio.

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La sedia vuota alla tavola dei presenti

sediavuotasalaQuelle adunanze seduto da solo e le parole di conforto che non ti ho mai detto.

Ogni adunanza amplifica la mia tristezza. Mi ricorda qualcuno che c’era e ora non c’è più. Guardo sempre quella sedia vuota con gli occhi lucidi della malinconia. Dovevo starti vicino, al tuo fianco, alla tavola imbandita delle adunanze. Mi eri più di un fratello e ti tenevo stretto più di un amico. Tu eri uno vero, genuino e generoso. Ti spendevi per gli altri. Quante lotte abbiamo fatto insieme e quante benedizioni abbiamo ricevuto. Eri uno scudo per me, forte e determinato, ti seguivo ovunque. Com’eri abile nella direttiva, ti ascoltavo con la meraviglia e l’innocenza di un bambino quando salivi sul podio. Quando i fratelli ti chiedevano conforto, usavi le Scritture come pochi sanno fare in congregazione.

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