Più forti di prima

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Le prove come opportunità per crescere

“Resilienza” ha molta affinità con il sostantivo “resistenza”. Resilienza è riferito ai materiali superduri e alla loro proprietà di riprendere la forma originaria dopo aver subito un colpo. In campo umano è come un’officina interiore in grado di autoripararsi dai traumi della vita, una specie di sistema immunitario che si attiva nei momenti di bisogno. Chi è resiliente è in grado di affrontare con coraggio situazioni che sembrano non avere altro che sbocchi negativi. E’ una persona che raramente si lamenta o si dispera. Nonostante le ferite, si considera non una vittima, ma una persona in grado di utilizzare ogni risorsa necessaria per affrontare il futuro con speranza progettuale.

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Perdere l’autenticità e ritrovarla

Non giudicare le persone in base a ciò che si dice di loro. Quando lo fai non sei più autentico.

Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io… La libertà nasce quando ci sbarazziamo dai legami negativi. Solo allora le ferite guariscono.

(Luigi Pirandello)

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Il cuore di Geova è in festa per ogni figlio che ritorna

gesabbracciaagnello«Facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto, ed è stato ritrovato». – Luca 15:23,24.

Dio non dimentica i suoi figli perduti, le sue monete smarrite, le sue pecore perse e abbandonate. Egli è fedele al suo amore e quando ritorniamo a lui, ci accoglie con calore e affetto nella sua casa. Geova non smette mai di cercarci, neppure per un momento. Il suo cuore è in festa per ogni figlio che ritorna. E’ in festa perché da tanto tempo aspetta questo momento. Dio è colmo di gioia quando suo figlio ritorna. Lo abbraccia, lo bacia, lo stringe forte a sé.

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«Chiamatemi Carruba»

carruba

«Chi sei? Da dove vieni?» gli chiese il suo soccorritore.

«Carruba non è il tuo vero nome! Perché vuoi essere chiamato così?», aggiunse l’uomo che lo raccolse per la strada, sfinito e lacero.

«La carruba è stata il mio cibo. La mangiavo insieme ai porci e mi ha tenuto in vita non ricordo più per quanto tempo», rispose il vagabondo, con voce tremante e consumata.

Il suo aspetto era quello di uno straccione. La pelle del suo viso era segnata dal sole orientale e dagli stenti. La veste che indossava era ridotta a brandelli. Le mani e i piedi erano sporchi e sanguinanti, mentre la testa era mal rasata, i pochi capelli sudici. Dimostrava molti più anni di quelli che aveva. Fiacco e malaticcio pareva ancor più smagrito ed emaciato. Era pallido e le labbra gli tremavano come se avesse la febbre. Non riusciva a stare in piedi e la testa gli pendeva per terra fino a toccare la polvere con la fronte.

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