C’è un cadavere in Sala del Regno

lapide sfigurata s.marco milano

Nella Chiesa di San Marco, a Milano, è possibile osservare una strana lastra tombale con la faccia di un uomo cancellata. Per motivi a noi ignoti fu punito dopo la morte. Sembrerebbe un caso di “damnatio memoriae”, un tipo di condanna perpetrata ai tempi dei romani (e in parte ancora in voga ai nostri giorni), che consisteva nell’eliminazione di tutte le memorie e i ricordi destinati ai posteri.

Era una pena inflitta in particolare a chi commetteva un grave crimine contro la Chiesa. E dell’uomo oggi raffigurato sulla lastra non rimane più nulla: né il volto, accuratamente scalpellato via, né alcuna iscrizione o data sui bordi. Non sapremo mai chi era il nobiluomo del sarcofago né quale fu il crimine da egli commesso.

Sono un cadavere moderno io: in giacca e cravatta.

Non sono morto né sepolto. E non puzzo neanche. Non è necessario spostare la grossa pietra situata all’entrata della Sala. Non c’è folla che piange o si dispera per me. Non si ode nell’aria nessuna voce potente che mi ordina di uscire fuori dal sepolcro. Non sono bendato né aromatizzato. Sono un cadavere moderno io: in giacca e cravatta. Non chiamatemi Lazzaro. Sono solo un corpo morto. Inattivo.

Stasera sono arrivato presto in Sala del Regno. Voglio godermi la compagnia dei viventi. Mi aggiro per la Sala: un malcelato sorriso dall’usciere di turno; uno sguardo sfuggevole dal fratello indaffarato con le riviste; una stretta di mano con l’anziano non vedente. Sembra di essere all’Istituto dei ciechi. Nessuno mi vede, nessuno si accorge di me. Se per sbaglio qualcuno m’intravvede pensa che si tratti di un’allucinazione. Allucinante!

La prima volta che sono ritornato a frequentare le adunanze, i vivi facevano la fila per salutarmi. Quel giorno sì che sembravo Lazzaro da poco resuscitato. La folla festante mi era tutta intorno. Strette di mano, baci e abbracci si sprecavano. Calorosi e soffocanti. Da morire. Stasera, dopo aver fluttuato un po’ come uno spirito in pena, decido di atterrare nell’ultima fila di sedie.

Attendo con pazienza che arrivi inesorabilmente il mio de profundis. Più che un cadavere mi sento come Erik, il fantasma dell’Opera. Nessuno mi parla, qualcuno avverte il rumore della mia spettralità. Pensa che si tratti di un fenomeno Poltergeist. Qualcun altro fa fatica a riconoscermi e prosegue diritto. Meglio non parlare con gli sconosciuti. Finalmente qualcuno mi riconosce.

Alleluia! Si avvicina, mi saluta calorosamente e mi trascina come un turbine nei suoi dolori e nei suoi acciacchi. Forse pensa che in questi anni di assenza sia diventato medico. Conversazione sana e vivificante. Non c’è che dire. Per fortuna che sta per iniziare l’adunanza. Sfoglio il libretto dei cantici per trovare quello annunciato. E’ il numero 33, appropriato alla serata. Canto insieme agli altri: “Se la morte giungerà io sconfiggerla potrò/chi uccide il corpo l’anima distruggerla non può!” Per un’ora e mezza assisto con profonda prostrazione a una serie di sermoni così funerei  che al confronto il commiato del prete al feretro nella camera ardente sembra Gangnam Style di Psy.

Durante l’adunanza provo ad alzare la mano per commentare. L’oratore fa finta di non vedermi. In effetti, non può vedermi, sono un fantasma. Non importa. Ognuno ha i suoi scheletri nell’armadio. I commenti mortiferi sono proibiti, soprattutto se provengono da chi, come me, vive da anni nello Sceol. Rimango in silenzio tombale fino alla fine dell’adunanza.

Gli oratori sono talmente narcotizzanti che al termine delle loro funzioni, l’uditorio è in preda a colpi apoplettici. Quella è stata l’ultima adunanza. Dopo quella sera sono divenuto un inattivo più morto del cadavere di prima. Amen!

A proposito: “Non sarò diventato anch’io un caso di “damnatio memoriae”  (dannazione della memoria) con relativa scomunica post mortem da parte degli anziani?”

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