Chi sei?

¤ ¤ ¤ A FAVORE DELLA MASCHERA

Alcuni si mascherano così bene che la recita è diventata parte della loro vita al punto da ingannare se stessi. Altri invece fanno un elogio della maschera. La considerano uno strumento utile per quelle situazioni in cui è richiesta una certa dose di adattabilità.

Alcuni trovano dispregiativo che la maschera sia diventata sinonimo di falsità. Secondo loro l’uomo è un continuo divenire, costretto a commerciare con tre padroni: chi siamo, cosa si aspettano altri da noi e i valori familiari ricevuti. Mettere, quindi, una maschera in base alle nuove situazioni non è sbagliato. Per costoro, se vogliamo essere accettati dagli altri dobbiamo compiacerli. Recitare non vuol dire fingere ma sfruttare quello che siamo nel modo più opportuno.

 Se indossata con una certa flessibilità, la maschera è dunque quel compromesso che ci permette di trovare l’equilibrio tra il nostro modo di essere e le aspettative della società in cui viviamo e che ci consente di uscire e rientrare dai ruoli che dobbiamo impersonare.

Quando la maschera cessa di essere uno strumento sociale diventa una prigione spersonalizzante. Quelli che fanno questi ragionamenti, paragonano la maschera al trucco, che se usato con moderazione fa risaltare i lineamenti del viso. Se applicato con esagerazione fa sembrare una moderna Izebel. Inoltre, sono convinti che ognuno ha bisogno di una maschera per esprimere ciò che si è nell’animo. Fuori dalla massa, chi sei?

A volte lo sguardo dell’altro è un monito alle proprie responsabilità. Sono gli altri a determinarci. Sono lo schermo della nostra esistenza. Più gli altri ci riconoscono più aumentano le probabilità di instaurare un buon rapporto. Se scegliamo il conflitto perdiamo la possibilità di definire noi stessi attraverso gli altri.

Se qualcuno ti chiede chi sei, la prima risposta che dai è il tuo nome. E non solo, ma anche il linguaggio con cui ti esprimi permette agli altri di capire chi sei. Nel tempo molte cose cambiano. Cambiano i termini, il nostro modo di vedere. Questo perché il nome degli oggetti che ci circondano danno solo un’identità parziale. Quando acquisiamo definitivamente un nome prendiamo possesso di ciò che esso rappresenta, del carico vissuto e della sua esperienza. Abbiamo un’identità mutabile perché la vita è un continuo divenire. Di conseguenza è necessario che l’identità cambi e si adegui ai tempi e alle circostanze. Ciò che non resta sempre identico a se stesso è morto. Non facciamo che morire in continuazione; per sopravvivere dobbiamo necessariamente cambiare, adattarci.

Molti concordano nel definire l’identità come qualcosa di mutevole, influenzata da fattori emotivi e culturali. In un società ricca di ambiguità e contraddizioni è facile smarrire se stessi e diventare schiavi di chi fornisce identità convincenti e forti. In certe situazioni imbarazzanti, alcuni se la cavano meglio di altri. Perché? Perché hanno una loro identità. Forti di questa consapevolezza, hanno il coraggio di dire no, ovvero di decidere loro della vita invece di lasciare che siano gli altri a farlo. Riconoscono che hanno dei pregi e delle qualità. Non solo, riconoscono anche i loro punti deboli. Non corrono in modo incerto (1 Corinti 9:26). Non assomigliano a una foglia cadente che viene sbattuta qua e là da ogni minimo soffio di vento. Chi ha una forte identità è simile a un albero ben radicato che non viene smosso nemmeno da un’impetuosa tempesta.

Chi cerca di essere ciò che non è, trasmettendosi una finta fiducia, alla fine perde la vera fiducia nelle capacità che ha per davvero e si ritrova con più dubbi di prima. Il simulatore ha paura che prima o poi verrà scoperto. Il vero Testimone non ha nulla da temere sotto quest’aspetto. Sa anche che un’eccesiva fiducia in se stesso non lo aiuta a lavorare sodo per migliorarsi. Il vero problema, potrebbe non essere la maschera che si indossa, ma chi si serve di quella maschera per simulare. Chi simula è un ciarlatano e sa  che prima o poi quei risultati ottenuti con l’inganno gli saranno strappati via.

 

Se con la mazza e lo scalpello,

ti sforzi di togliere la goffa immagine

che ti sei scolpito addosso,

potresti scoprire una bellezza

che neanche immaginavi

di possedere.

 

 

 

 

 

E’ positivo chiedersi regolarmente chi sei veramente. Abbiamo dei doni naturali che non sfruttiamo. Cerchiamo altro nel mondo e troviamo malessere e frustrazione. Ci mettiamo maschere che non servono allo scopo e ci affliggiamo per i risultati negativi. Dobbiamo scavare nel nostro passato, nei ricordi della nostra infanzia spirituale. Forse, ci ricorderemo di qualcosa che ci riusciva bene fare. Era un dono per il nostro futuro e non ce ne siamo mai accorti, lo abbiamo ignorato. Era la nostra pietra angolare e ce la siamo lasciata sfuggire.

E’ il caso di riprenderla? Un giorno chiesero a F. Bacon, noto per la sua capacità di dipingere, se avesse frequentato l’Accademia di Belle Arti. “Per l’amor di Dio, anziché imparare mi avrebbero costretto a disimparare”. Forse hai frequentato luoghi e persone che pensavi ti avrebbero migliorato? E invece hai disimparato quello che era il tuo dono migliore? Puoi riprenderlo e lavorarci su? E dopo averti tolto quell’abnorme immagine dura come la pietra che ti sei scolpito addosso e acquisito la consapevolezza di aver ritrovato dentro di te quella rinnovata bellezza interiore, puoi riprendere le attività di un tempo?

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