«Chiamatemi Carruba»

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«Chi sei? Da dove vieni?» gli chiese il suo soccorritore.

«Carruba non è il tuo vero nome! Perché vuoi essere chiamato così?», aggiunse l’uomo che lo raccolse per la strada, sfinito e lacero.

«La carruba è stata il mio cibo. La mangiavo insieme ai porci e mi ha tenuto in vita non ricordo più per quanto tempo», rispose il vagabondo, con voce tremante e consumata.

Il suo aspetto era quello di uno straccione. La pelle del suo viso era segnata dal sole orientale e dagli stenti. La veste che indossava era ridotta a brandelli. Le mani e i piedi erano sporchi e sanguinanti, mentre la testa era mal rasata, i pochi capelli sudici.

Dimostrava molti più anni di quelli che aveva. Fiacco e malaticcio pareva ancor più smagrito ed emaciato. Era pallido e le labbra gli tremavano come se avesse la febbre. Non riusciva a stare in piedi e la testa gli pendeva per terra fino a toccare la polvere con la fronte.

Le carrube erano finite da giorni e non aveva nulla da mangiare. Prima la terribile carestia e poi una grave epidemia avevano decimato il bestiame che sorvegliava per conto di un porcaro senza scrupoli. Dopo la morte dei porci, era stato malmenato duramente e scacciato dalla porcilaia in cui si era ridotto a vivere. Non aveva più i porci come compagni né l’albero di carrubo, dove ripararsi dal sole cocente.

Per vivere si era nutrito delle carrube di quest’albero. Si era talmente identificato con le carrube da assumerne non solo il nome, ma anche il significato: «Piccolo corno ricurvo». Le gravi difficoltà avevano piegato il suo corpo, come la forma della carruba. Pensava casa sua e ai giorni felici che aveva trascorso nella sua giovinezza. Era andato via tanto tempo fa, all’estero, in un paese lontano.

Aveva sentito parlare da viaggiatori di passaggio, di un luogo di divertimenti, dove ogni abitante si godeva la vita e se la spassava. Era giovane, pieno di vigore ed entusiasmo e con la bisaccia piena di soldi, frutto di un’eredità anticipata. Ben presto aveva sciupato ogni bene con i tanti amici a bere e a gozzovigliare  in compagnia di donne dissolute. Nel bisogno aveva chiesto aiuto, ma tutti lo avevano abbandonato al suo destino. Avevano altri problemi cui pensare. La carestia stava cominciando ad affliggere l’intera regione.

Niente inebria come il denaro quando ce n’è molto. Quando è andato, se ne va anche il resto. Il giovane credeva di maneggiarlo e invece è stato manipolato, pensava di poterlo usare bene e invece è il denaro che ha usato male lui. Era convinto di possederlo ma è stato posseduto. La ricchezza lo aveva ubriacato, ora l’indigenza lo stava rinsavendo. «Rientrò in sé» e pensava in cuor suo di tornare da suo padre.

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Durante la carestia era diventato strano. Non chiedeva l’elemosina come facevano i mendicanti. Lui voleva lavorare per guadagnarsi il cibo necessario per sopravvivere. Non si reggeva in piedi e nessuno lo voleva. E anche se ci fosse stato il lavoro, cosa avrebbe potuto fare, ridotto com’era, quel mucchio di ossa e di stracci?

L’ultima persona cui chiese aiuto, pregando in ginocchio e implorando con le mani tremanti, lo cacciò via in malo modo: «Vattene via pezzente e non tornare mai più». L’uomo si fece forza, si alzò aggrappandosi al suo bastone e lentamente, passo dopo passo, tanto era debole, si avviò nel sentiero del ritorno.

Il suo petto era curvo dalla fame, le spalle divorate dagli stenti e la pelle bruciata dal sole. La magrezza e la debolezza, gli davano un aspetto di vecchio moribondo. Gli occhi, pur velati dalla tristezza, non apparivano stanchi né spenti. Erano lucidi come le giornate terse. Pieni di sofferenza ma solidi. Non erano gli occhi di un vagabondo, ma quelli di chi conserva forte la speranza di ritornare a casa, dal padre. Occhi lucenti e acquosi di lacrime che riuscivano ancora a vedere oltre.

«Dio, dammi la forza di tornare a casa», chiese in preghiera. Lentamente e a fatica, «Carruba» si diresse verso casa. Fu in queste condizioni che fu ritrovato nel giaciglio della strada, mezzo morto, da uno sconosciuto, che lo ha soccorso e gli ha dato l’aiuto necessario per poter raggiungere il padre. Di nuovo in cammino, è sicuro che uno sguardo vigile sta scrutando da lontano l’orizzonte.

Egli ha fiducia nel cuore misericordioso di suo padre che gli farà sentire il calore della tenerezza e il conforto carezzevole e delicato come quello di una madre. Da tanto tempo, il padre lo sta aspettando con pazienza per poterlo stringere forte a sé, nel tenero calore del suo grembo. Ora «Carruba» è fiducioso. Il ritorno è più vicino. Il suo debole cuore ora batte più forte…

Dio si trova sempre sul nostro peregrinare, vigila e attende pazientemente il nostro ritorno, anche quando non lo cerchiamo più.

(Si tratta di una rilettura della parabola del Figlio prodigo, ideata e scritta da un fratello inattivo).

Il figliol prodigo di Rembrandt

Gli artisti di ogni epoca, per mezzo dei colori e delle immagini, hanno offerto agli amanti della bellezza, opere di profonda riflessione su cui contemplare il senso del dipinto. Essi sono riusciti a trasmettere con pennelli e colori la straordinaria bellezza dell’arte. Uno dei più grandi artisti di ogni tempo è Rembrandt, definito il pittore della Bibbia, perché molte delle sue opere sono ispirate a essa. Il ritorno del figliol prodigo è uno dei dipinti più importanti di Rembrandt ed è conservato al Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo.

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L’opera è alta più di due metri e mezzo. In primo piano c’è il padre nel momento dell’abbraccio al figlio prodigo. A destra, in piedi, è raffigurato il fratello maggiore, mentre al suo fianco è seduto un uomo che sembra non avere nessuna attinenza con la scena del quadro. E’ pensieroso e osserva la scena con aria distaccata come fa in genere un visitatore quando guarda un quadro esposto in un museo.

Da dietro una colonna, una donna si affaccia per guardare con meraviglia il momento toccante dell’abbraccio. Un’altra donna si vede a malapena sullo sfondo. Il fratello maggiore, posto sopra dei gradini, osserva la scena a distanza. Le sue mani poggiano sopra un bastone. Indossa un elegante mantello rosso. Come il padre anche lui ha la barba. Il suo volto è serio e sembra non partecipare alle emozioni del padre. Il padre ha un lungo mantello rosso che nella sua ampiezza si apre in maniera accogliente. Il corpo è piegato sul figlio in un caldo abbraccio.

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Gli occhi del padre assomigliano a quelli di un cieco. Indicano il dolore e la stanchezza dovute alle lacrime versate durante l’assenza del figlio. Sembrano consumati dal continuo guardare l’orizzonte in attesa del ritorno. L’espressione, ricca di pathos, dà anche l’idea di un’attesa lungamente sperata, finalmente realizzata e accettata come l’amore di un padre misericordioso e benigno sa fare.

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Le mani sono stese sulle spalle del figlio che lo stringono a sé. Sono le mani del padre il cuore del dipinto. Diverse tra loro, la mano sinistra è quella di un uomo, forte e muscolosa, in grado di dare forza e sostegno. La mano destra è raffinata, delicata, tenera. E’ la tipica mano femminile, che sembra accarezzare dolcemente la spalla per offrire conforto come una vera madre riesce a fare con i suoi piccoli. Le differenti mani indicano come il padre manifesta in questa occasione sia il senso paterno sia quello materno. E’ Dio che accoglie in maniera completa e in tutti i sensi, maschile e femminile, i suoi figli perduti.

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Il figlio minore è inginocchiato, un gesto che serve a riconoscere con profondo rispetto la posizione del padre e la sua sconfitta per aver scelto uno stile di vita dissoluto e perdente. E’ vestito di stracci logori a indicare la sua condizione sociale e morale in cui versa da tanto tempo. Il volto è indefinito, come un uomo qualunque di ogni razza, popolo e religione. Il capo è chinato in segno di umiltà ed è rasato per indicare che il dolore e la vergogna erano tali da esserne sconvolto.

Il capo rasato è anche il simbolo della perdita di ogni bene e della dignità personale. I piedi portano i segni di un lungo e faticoso viaggio. Il piede sinistro è scalzo e ferito, mentre il piede destro è semi calzato da un sandalo consumato dal lungo peregrinare. I piedi così mal ridotti denotano la condizione miserevole di straccione e pezzente in cui era piombato.

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