Ci dicono di essere ubbidienti e sottomessi all’autorità. A quale autorità?

Quanti in congregazione sono in grado di spiegare cos’è l’autorità a cui si devono sottomettere? Siamo sicuri che bisogna ubbidire a un uomo, solo perché è un anziano o un sorvegliante?

Essere un nominato in congregazione non vuol dire nulla. Esiste un tipo di potere che non è dato né dalla carica che si occupa, né si ottiene con l’ambizione che alcuni mascherano con le parole di “aspirare all’incarico” di  1 Timoteo 3:1. Alcuni ambiziosi si soffermano soltanto sulle prime parole di questa scrittura: “se un uomo aspira all’incarico di sorvegliante…” tralasciando la seconda parte “desidera un’opera eccellente”. Ciò che conta è l’opera di servire altri, questo è considerato eccellente. Se aspiri prima e non servi dopo, a che servi?

  • L’informazione è un’arma potente del potere, ma vale poco come autorità. Un cristiano può essere imbottito di circolari, disposizioni, versetti della Bibbia, profezie, e tuttavia non guadagnarsi l’autorità necessaria per farsi ascoltare.
  • L’autorità può derivare da opere teocratiche eccezionali, ma anche questa non viene garantita, perché la competenza specifica non garantisce quell’autorevolezza più ampia che è il rispetto. Ad esempio, l’esperienza avuta nel ministero di campo può contribuire all’autorità, ma la riflessione di un fratello che non è un missionario o un pioniere speciale, può dimostrarsi proporzionalmente più significativa.
  • Il frequente uso che si fa di “uomini esperti e capaci”, riferito agli anziani delle congregazioni, a volte confonde l’opinione con il discernimento e l’informazione con la conoscenza. La capacità di esprimere pareri sulle dottrine, di saper commentare alle adunanze, di saper insegnare, non rende automaticamente autorevoli. Parlare di una questione significa non pendere da una parte. Chi è virtuoso ed è stimato, esprime giudizi esaminando i fatti da diverse angolazioni, in profondità e in maniera disinteressata.

La capacità di giudizio non è una prerogativa dei nominati. In passato molti erano in grado di esprime pareri autorevoli. Ricordiamo con piacere e nostalgia quei fratelli di valore che consigliavano in maniera giudiziosa la congregazione. Non era l’etichetta di anziano o di sorvegliante a renderli così abili. Era la loro natura, frutto intrinseco di eventi, esperienze, conoscenza e qualità spirituali. Questi uomini non facevano sentire il peso della loro autorità, semplicemente era in loro in modo autentico. Erano fatti così.

A differenza di quella dei farisei, l’autorità esercitata nel modo appropriato produce effetti positivi e reca benefìci a livello fisico, emotivo e spirituale.

L’autorità che si esercita in ambito comunitario, deve essere riconosciuta dalla comunità. Si può essere il cristiano più intelligente, più esperto, più conosciuto, più giusto, ma fino a che non sarà richiesta la sua voce, non avrà autorità. Perciò, caro nominato, chiediti: i fratelli vengono da te per essere consigliati o sei tu che vai da loro per consigliarli? Sai qual è la differenza? I tuoi consigli non richiesti possono dare fastidio. Se invece un fratello viene spontaneamente a chiederti un parere, allora riconosce in te una certa autorità. Un anziano cui nessuno si rivolge per un parere a cosa serve? Che autorità è nella congregazione?

Sono i fratelli ad accordare l’autorità. Ci apparteniamo l’uno con l’altro e fin quando non c’è il riconoscimento o una conferma della congregazione, la nomina, intesa come nominale, è inconsistente. Si può essere un cristiano nominato, senza essere riconosciuto come tale dalla congregazione. Ma ad alcuni nominati va bene così, purché siano nominati.

Abusare della propria autorità è dannoso anche se le motivazioni di base sono buone.

L’autorità non opprime i fratelli. Ogni consiglio, ogni ammonimento, deve essere disinteressato e deve indurre i fratelli ad amare Geova. La caratteristica che deve distinguere un sorvegliante non è l’autorità, ma l’amore che mostra nella cura di tutti i componenti della congregazione.

Tutti i nominati che non mostrano amore e affetto, sviliscono lo stesso concetto di autorità. Perciò, il problema non è la mancanza di sottomissione e ubbidienza da parte dei proclamatori. Sono i nominati, che non mostrando amore vengono meno alla sottomissione e all’ubbidienza a Geova, la più grande autorità. Chi esercita l’autorità per un interesse egoistico o perché bramoso di potere, non può rappresentare Geova perché la sua autorità ha il valore di un cembalo rintronante .

Scambiare una voce autorevole con una autoritaria dimostra quanto sia poco chiaro il concetto di autorità e quanto siano confuse le nostre idee sul potere. Sembriamo incapaci di riconoscere un’autorità come un vero dono di Dio. L’autorità ha un potere enorme, perché una sola voce può influenzarne mille.

È il rispetto che accordiamo a chi merita a renderlo autorevole. Attenzione: si diventa tiranni solo se si gode di una certa autorità. Salomone era il più sapiente tra gli uomini. Alla fine dei suoi giorni divenne un tiranno. Questo è un monito per tutti i nominati. Nessuno è immune da questo rischio.

La caratteristica che più di ogni altra contraddistingue Geova Dio e Gesù Cristo è l’amore, non l’autorità.

Un’ultima cosa. Chi è stato un nominato amorevole, con tutti i crismi spirituali nell’esercizio dell’autorità divina, non diventa scarso e incapace il giorno dopo che non è più un nominato. Un cristiano può dimettersi da anziano per validi motivi. Ma questo non significa che non essendo più un nominato ha perso anche la sua esperienza di saper giudicare i fatti. Finché resta fedele a Geova questa capacità gli rimane. Non è l’etichetta a qualificarlo o a squalificarlo. Chi lo vede in maniera diversa, ha un concetto poco equilibrato dell’autorità: si fida più dell’etichetta che del valore del fratello. Cosa che purtroppo succede, in particolare con gli altri anziani, che non avendolo con loro, non è più uno di loro.

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