Come al solito scaricano le colpe su altri

Incapaci di avere un ruolo nella società e di emergere dai loro dubbi e incertezze, incolpano altri delle loro frustrazioni. È l’ambivalenza della natura umana, quella doppiezza nascosta da una maschera.

Vivono contemporaneamente il sacro e il profano, il bello e il brutto, il bene e il male, l’attraente e il terrificante, l’amico e il nemico, l’amore e l’odio.

Polarità opposte e inconciliabili. S’inventano capri espiatori, individuano persone e gruppi e finiscono per attribuire loro i peggiori dei mali.

No, non ci riferiamo agli oppositori, anche se molti di loro sono ambivalenti per scelta. Stiamo parlando di una fila di testimoni di Geova che con l’avvento di Internet ha cominciato a vedere le cose in modo diverso. Vivono all’interno delle congregazioni ma sono insoddisfatti di quello che secondo loro è sbagliato nel modo di gestire le cose da parte dell’Organizzazione, che poi il bersaglio delle loro accuse non è altro che il Corpo Direttivo.

Il refrain che spesso ripetono, oramai generalizzato, a volte senza capo né coda, è sempre lo stesso: scaricare le colpe su altri. Lo si nota dai toni aspri, da frasi ribollenti e parole animose. Le cause dei loro malumori, dei fallimenti e delle sventure sono sempre da attribuire ad altri. L’organizzazione e i loro rappresentanti diventano i bersagli da colpire con tutta la collera che hanno dentro.

Scaricare le colpe sui propri fratelli è un meccanismo che rivela inadeguatezza relazionale. Oggi, anche a causa di un malcostume dilagante, è diffuso sui social.

Il paradosso è che se qualcuno dei TdG alza un muro per difendere la sua religione viene accusato di apostasia dagli stessi Testimoni mascherati. Siamo ormai all’assurdo mentale, chi difende la sua religione viene accusato dagli stessi testimoni che la criticano.

Molti di questi testimoni mascherati invece di affinare le responsabilità verso i propri fratelli, a partire da piccoli gesti e comportamenti educati e rispettosi, manifestano una verbosità aggressiva e irragionevole. Iniziano a parlare bene e finiscono di parlare con l’acidità nello stomaco.

Non sono capaci di portare avanti una conversazione sana, devono forzatamente attaccare, accusare, inveire. Ma è un comportamento cristiano questo? Molti somigliano al fariseo descritto nel vangelo di Luca, che prega Dio per ringraziarlo di non essere simile all’altro (Luca 18:11, 12). La Bibbia dice che la lingua che sparla è una conseguenza della propria frustrazione (Proverbi 25:23).

Pur non potendolo vedere fisicamente, il Testimone sparlante ha certamente il viso oscurato dalla cattiveria. Parla male dei fratelli per distogliere l’attenzione da se stesso. Critica l’altro, così che l’attenzione non è su di lui. Getta fango sui fratelli per nascondere il suo sudiciume e forse anche i sui peccati.

Se viene accusato addita che anche altri accusano, pensando così di giustificarsi o di scusarsi. Parla male e poi accusa altri di parlare male. Sa di essere colpevole, però accusa gli altri della stessa cosa, anzi lo fa con più severità di quanto giudica sé stesso.

Ipocriti. Da una parte usano la lingua per lodare Geova e dall’altra dicono male dei propri fratelli (Giacomo 3:9). Dai loro scritti traspare in maniera evidente la fatica a spendere una parola buona, cortese e rispettosa. In una discussione difficilmente accettano una prova che li contraddice. Fanno fatica ad ammettere gli sbagli e le sconfitte. A sbagliare sono sempre gli altri, i loro confratelli, l’intera organizzazione.

La rabbia e la paranoia, quasi sempre segno della propria paura può essere vinta con la riflessione e con il coraggio del pensiero critico, che non deve necessariamente portare alla rottura con il fratello, ma a nuove intese, all’unità dello spirito. Per volersi bene bisogna comprendersi, non accusare.

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