Come identificare il testimone colpevole / seconda parte

La figura di chi testimonia un fatto riveste un ruolo rilevante per stabilire la verità e per trarre le giuste conclusioni. Come mai le persone si sbagliano così spesso nell’identificazione di un colpevole, sia esso un singolo, un gruppo o un’intera organizzazione? E se invece si verificasse il contrario, cioè il colpevole è lo stesso testimone e non chi o cosa sta testimoniando?

Quanto ci si può fidare di un testimone che è certo di quello che dice? Per identificare un colpevole occorre innanzitutto averlo visto e poi saperne fornire una descrizione chiara e accurata sia della persona che dei fatti.

Come abbiamo visto nell’articolo precedente, Come possiamo sapere se un testimone dice la verità? la capacità di vedere la realtà non sempre è così chiara come appare. Il modo come il sistema percettivo codifica l’esterno è in realtà di estrema complessità. E’ scientificamente provato che il sistema visivo e quello auditivo codificano maggiormente ciò che attira la loro attenzione, tralasciando i particolari che sembrano estranei al punto e allo spazio mirato dagli occhi e dalle orecchie.

Un altro fattore da considerare è che il sistema percettivo può distorcere le informazioni che riceve o che osserva. Si possono vedere due cose diverse insieme e fonderle in un sola, un misto di entrambe le cose, perdendo di vista ciò che succede nel contesto in cui si muovono le due cose. Una persona può presentare una sua personale rappresentazione della verità più che la verità. 

Ci sono elementi propri di chi percepisce, cioè le conoscenze presenti in memoria, le convinzioni, i bisogni e le aspettative. E’ noto, che quelli che hanno pregiudizi sui testimoni di Geova tendono a ingigantire i fatti, mentre chi ne fa parte li sminuisce o non ci crede. I pregiudizi aggravano i difetti e le convinzioni degli altri.

Quando si crea uno stereotipo su un gruppo o un’etnia si è orientati a bollare tutti allo stesso modo: gli immigrati portano violenza e malattie, i negri sono di razza inferiore, gli ebrei dominano il mondo, i meridionali sono tutti sporchi e mafiosi, i tdG sono falsi profeti e si lasciano morire perché rifiutano le trasfusioni di sangue, i preti sono tutti pedofili, e così via. Non tutti sono innocenti ma non tutti sono colpevoli.

Naturalmente non c’è malizia e cattiveria in tutti coloro che associano un gruppo a certe caratteristiche negative. Essi non fanno altro che riportare e veicolare quanto lo stereotipo identifica e associa in modo sbagliato.

Un altro fattore che induce all’errore è quello di generalizzare persone e fatti. Per rimanere in tema, se un responsabile dei tdG commette un errore grave, tutti i responsabili sono cattivi maestri. Se un tdG commette un peccato grave, tutti gli altri si sono macchiati, più o meno, dello stesso peccato.

Se un individuo viene espulso, chi lo ha espulso è ingiusto e privo di compassione. Se un fuoriuscito racconta le ingiustizie subite viene creduto senza che si conoscano effettivamente come siano andati i fatti, che possono essere veri o falsi, o in parte veri e in parte falsi. Dall’altra parte, il comitato giudiziario che ha trattato il caso riconosce invece la giustezza della decisione. Se non si mostra equilibrio non se ne esce più.

Bisogna riconoscere quanto sia difficile, ma non impossibile, districarsi in un groviglio così complesso e ostico per tutti. Esperienze in questo campo dimostrano che ripetere più volte la colpevolezza dell’organizzazione senza indicare i colpevoli in modo specifico porta ad accusare un innocente o più innocenti in un numero elevato di casi.

Ripetere più volte, tramite incontri, post, commenti, siti web, servizi giornalistici, che un singolo o un gruppo sono colpevoli, spinge a colpevolizzare senza che si conosca il presunto colpevole e senza nemmeno conoscere i fatti. Molti dimenticano che oltre ad avere l’appellativo di Testimone di Geova, una persona ha un nome, un cognome, una sua famiglia e una sua identità che differisce da quella degli altri. Non si può generalizzare facendo di tutti i tdG un polpettone avvelenato.

Purtroppo, più si ripete la colpevolizzazione più l’opinione pubblica ne viene influenzata, anche se la colpevolizzazione è ingiusta e non definita. Se qualcuno che non è un tdG aveva dei dubbi su certe credenze dei tdG – a volte i dubbi esistono anche tra gli stessi testimoni di Geova –  ascoltando ripetutamente una colpevolizzazione si convince che è vero quello che altri dicono, anche se ciò è sbagliato nella realtà.

Molte accuse, nel tempo, si sono dimostrate false dopo un’accurata indagine e dopo numerosi processi in sede penale e civile. Intanto la frittata è stata fatta e l’obiettivo di screditare raggiunto. Bisogna aspettare anni per vedere una piccola smentita in ultima pagina di un giornale, dopo che sono state riempite pagine intere su fatti inventati o falsificati. Il peggio è che l’opinione pubblica non ricorda più certe colpevolizzazioni fatte a suo tempo, ma il pregiudizio, quello sì, gli rimane ancora dentro.

La psicologia della testimonianza è un ramo della psicologia forense che ha come oggetto la testimonianza nel processo. (vedi: La legge è uguale per tutti e in particolare l’articolo “Mentire non sapendo di mentire” su State of Mind)

Come possiamo affrontare questo triste fenomeno in maniera obiettiva e senza lasciarci influenzare negativamente?

  • Non utilizzare domande “inducenti”, cioè domande che arrivino, per il modo come sono poste, all’ovvia conclusione. Bisogna invece fare domande aperte che mirano ad avere altre informazioni più specifiche (chi, come, perché, quando, ecc.)
  • Esiste una registrazione audio e video di chi accusa o una dichiarazione testuale, quella che i giornalisti fanno tra virgolette (“ ”) in quanto ascoltata direttamente da loro?
  • Come è stata condotta l‘intervista? In maniera obiettiva o in modo pregiudizievole?
  • Se a scrivere la storia è il diretto interessato è saggio credere a quanto lui colpevolizza?
  • Può essere attendibile il testimone che ha pregiudizi nei confronti di chi testimonia?
  • Esiste un meccanismo di “compiacenza” tra chi testimonia e chi vuole colpevolizzare una persona o un gruppo attraverso la diffusione di fatti non veritieri al cento per cento?
  • Quanto il testimone risente delle mode e dei periodi storici, politici e sociali in cui sono fatte certe affermazioni?
  • Sia l’accusa che la difesa hanno accesso alle informazioni dette e svelate, in modo da effettuare un controesame del colpevole e del testimone che accusa? Certe informazioni non disponibili ledono il diritto alla difesa. Questo vale per tutti.
  • L’opinione pubblica è stata messa al corrente di tutti quegli elementi che possono influenzare negativamente un testimone durante la sua deposizione o durante suo racconto?
  • Chi giudica i fatti può farlo in maniera onesta e obiettiva se ci sono altri elementi che possono aiutare a raggiungere un grado di giudizio o di valutazione emerso nel corso nel controesame?

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Vedi una divertente serie di errori, fatti durante le riprese, di film famosi e non percepiti dallo spettatore:

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