Come la rana nell’acqua bollente

Nel gennaio 2010, Bombiani editore, pubblicò il libro La rana che finì cotta senza accorgersene e altre lezioni di vita, dello scrittore franco-svizzero Olivier Clerc. Si racconta di una rana, immersa in una pentola d’acqua che si riscalda molto lentamente. All’inizio, il tepore dell’acqua è piacevole e la rana ci sta benissimo. Man mano che l’acqua si surriscalda fino a diventare bollente, la rana accortasi del pericolo, cerca di schizzare fuori, ma è troppo tardi, gli mancano le forze.

Qual è la morale di questo racconto? E perché, come cristiani tdG ci interessa in particolare?

In molti casi viviamo una situazione come quella descritta da Clerc. Come la rana ci lasciamo trarre in inganno da quel lieve calore, che dà un senso di ristoro o di intimità. Col tempo quel contesto può peggiorare in maniera lenta, impercettibile, e quando ci accorgiamo del pericolo è ormai troppo tardi.

Per dirla con le parole di Proverbi: “Dormire ancora un po’, sonnecchiare ancora un po’, restare ancora un po’ a braccia conserte…” (Proverbi 6:10)

Clerc invita a prendere consapevolezza della realtà che ci circonda e quando è il momento giusto bisogna saltare fuori dalla pentola prima di rimanere scottati o peggio ancora rimetterci la vita. Se la ranocchia fosse stata buttata subito nell’acqua a 100°, come minimo sarebbe schizzata fuori come un proiettile.

Questo esempio dimostra che quando un cambiamento avviene in modo graduale e lento, sfugge alla coscienza e nella maggior parte dei casi non suscita una pronta reazione. Nessun essere umano ragionevole si immergerebbe nell’acqua bollente. Però in tanti ci si buttano volontariamente quando l’acqua è ancora piacevolmente tiepida.

Non è il tepore ad essere sbagliato. Ad esempio, come il tepore del sole, la compassione può consolare una persona angosciata, alleviare il dolore e dare coraggio. Grazie al bianco tepore della neve molti animali durante i gelidi inverni, riescono a vivere grazie al suo manto isolante. Il calore del sole reca tepore alla terra dopo una giornata fredda. Sul tetto a terrazza di una casa, durante il tepore del sole autunnale, Pietro mentre sta pregando, cade in estasi e ha una visione. (Atti 10:9,10)

Il pericolo è che il tepore può in maniera impercepibile condurre al torpore, che è un temporaneo rallentamento delle normali attività, con diminuzione della prontezza dei movimenti e appannamento delle facoltà mentali. Più comunemente: pigrizia fisica o intellettuale. In senso simbolico, per i cristiani è un abbandono alla sonnolenza spirituale e all’autocompiacimento.

Nessuno cade vittima del torpore spirituale e delle sue conseguenze perché non poteva evitarlo, così come nessuno è predestinato ad abbandonare la fede e ad allontanarsi dalla congregazione. Sono scelte di vita che si fanno. Quali sono, in pratica, i pericoli a cui dobbiamo stare attenti per non “bollire”?

  • Dubbi, amarezza, risentimento e spirito critico. Questi sentimenti possono divenire così forti da lasciare pochissimo spazio all’amore e all’apprezzamento. Forse un problema irrisolto amareggia una persona al punto che si sente arrabbiata col mondo intero e giustificata a star lontana dalle adunanze cristiane. La persona turbata vede soltanto le debolezze e non ne approfitta per perfezionare le qualità cristiane. In questo stato mentale, dice che l’organizzazione di Geova è oppressiva e restrittiva, o addirittura in errore su certe dottrine fondamentali. Il cuore del cristiano amareggiato quando sente queste cose diventa recettivo ad accogliere queste accuse.
  • Orgoglio, presunzione e risentimento. In genere è dovuto all’impressione di non essere apprezzati in congregazione. Se si riceve un consiglio per un comportamento errato, alcuni se la legano al dito, in attesa del momento giusto per vendicarsi.
  • Impazienza. Colpisce di più quelli che pensano che si debbano fare dei cambiamenti e subito. Altrimenti se ne vanno. Alcuni che hanno smesso di frequentare la congregazione cristiana credono ancora che essa pratichi la vera religione. Evidentemente per loro la vita nel Paradiso non è arrivata abbastanza in fretta.
  • Opposizione. Non dovrebbe abbattere ma rafforzare la nostra convinzione che stiamo praticando il vero cristianesimo.
  • Tribolazione. I burrascosi venti della tribolazione che potremmo incontrare dovrebbero essere considerati come un’opportunità per collaudare, attraverso la perseveranza, la tenuta della nave della nostra fede.
  • Ripudiare la coscienza. Alcuni sono “bolliti” riguardo alla fede perché hanno ripudiato la loro coscienza dandosi alla ricerca dei piaceri e all’immoralità sessuale.
  • Una speranza sempre più lontana. Pensando ora che la realizzazione delle loro speranze sia più lontana di quanto credessero, non sono più disposti a impegnarsi molto. Ciò è evidente dalla loro ridotta attività di predicazione, dalla loro presenza saltuaria alle adunanze.
  • Scoraggiamento. Fattori come la salute precaria, un’inquietante imperfezione della carne, una malattia cronica di un familiare, un lutto, una famiglia religiosamente divisa, un tenore di vita basso e povero, possono provocare anche nel cristiano più forte un senso di scoraggiamento. (Salmo 31:24).
  • Altri cristiani possono far naufragare la fede. Urtarsi fra di loro, direttive sbagliate da parte degli anziani, signoreggiare sul gregge, essere poco amorevoli o inavvicinabili, una lingua lunga, nocivi pettegolezzi e calunnie, sono altri aspetti che all’interno delle congregazioni potrebbero causare molti casi di “scottature e ustioni” gravi.

Non siamo immuni dalle difficoltà, per questo è necessario sapere chi siamo e cosa vogliamo dalla vita. Anche chi, in una certa misura non ha nessuno dei problemi sopra elencati, deve comunque stare attento a non cullarsi troppo sugli allori. Siate fieri di essere cristiani e di servire Geova. Non fatevi “bollire” da niente e da nessuno. La deriva inizia sempre in maniera impercettibile, in un momento di piacevole torpore. Non dimenticatelo!

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