Correggere fraternamente

E’ una delle azioni più difficili da saper fare e non è mai un argomento facile da trattare anche quando serve a camminare in modo corretto nella verità.

Perché quando un anziano sbaglia è difficile correggerlo? Ci è capitato di non aver corretto amorevolmente un fratello che in seguito è diventato inattivo? Molti fratelli sottovalutano questo aspetto pensando erroneamente che la correzione sia un limite alla libertà e che ad occuparsene debbano essere le persone preposte a far questo.

La correzione più è considerata un limite alla libertà e meno viene praticata. Tuttavia, la correzione è una norma etica che contribuisce a migliorare la qualità della vita e ogni cristiano ne è coinvolto, anche quando genera un certo fastidio o una reazione negativa. Quando è fatta alla luce della Parola di Dio permette di esaminarsi in maniera obiettiva e aiuta a individuare errori che potrebbero compromettere l’adorazione a Geova.

La correzione fraterna distrugge la pretesa di onnipotenza e di perfezione che presumiamo di avere. Nella Bibbia il tema della fraternità è sin dal suo inizio presentato in maniera drammatica con l’uccisione di Abele da parte di Caino, che non ha voluto ascoltare in tempo la correzione di Dio.

Anche il popolo di Israele, nel corso della sua storia, ha rifiutato le ripetute e severe ammonizioni dei profeti volgendosi all’idolatria. Il tema della correzione è uno degli insegnamenti più importanti di Gesù. Le sue parole penetrano nel profondo del cuore e mettono gli ascoltatori di fronte a scelte radicali e a rivedere le loro posizioni religiose.

Lo scopo della correzione è di «guadagnare il fratello» (Matteo 18:15-17)

La dinamica che intende Gesù va oltre quella di risolvere privatamente la questione. Il verbo “guadagnare” viene qui usato per sottolineare il servizio non solo a favore delle persone del mondo o del proprio coniuge, ma anche a favore dei “deboli”, di coloro che si sono allontanati dalla verità e che devono essere ricondotti al gregge come nel caso della pecora smarrita. ( 1 Cor. 9:19-22; 1 Pt. 3:1)

Soltanto nel caso in cui il fratello non ascolta nemmeno i due o più testimoni, si deve parlane alla congregazione. “Se egli non ascolta neanche la congregazione, ti sia proprio come un uomo delle nazioni e come un esattore di tasse”. Si tratta di una norma giudaica estrema, che presa alla lettera non darebbe nessuna possibilità al fratello, una specie di condanna irrevocabile: scomunica o disassociazione.

Secondo alcuni biblisti il testo di Matteo va inteso secondo una logica di misericordia che attende con pazienza anche il peccatore più ostinato, al quale bisogna dargli un’altra possibilità.

Una tale prassi va quindi applicata soltanto in quelle situazioni che minacciano seriamente la stabilità delle congregazioni. Nei casi più comuni si propende per una soluzione discreta e privata, scegliendo luoghi e tempi adatti e riconducibile all’intervento di due o più testimoni. Ogni cosa deve essere fatta alla luce della Parola di Dio, con occhi misericordiosi tenendo in mente che lo scopo della correzione è di farsi carico delle colpe altrui e non quello di affossare di colpe il fratello che ha sbagliato.

Nessuno può evitare la correzione, perché essa è un comando di Dio. E’ un servizio della misericordia divina che procura aiuto e salvezza. Perciò, sapere correggere è una questione di sapienza divina e di intelligenza umana. Il chiarimento deve essere fatto con molta cautela, non per accusare ma per ottenere il beneficio morale e spirituale di entrambi. L’obiettivo è la salvezza.

Alcuni cristiani non vanno in soccorso dei propri conservi per correggerli perché mostrano un atteggiamento di indifferenza, scelgono come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano di passare oltre. Altri non lo fanno per falso rispetto, pensano che toccare la sensibilità degli altri provochi una reazione negativa.

Ci sono poi quelli che non correggono per paura. In realtà mancano di fede in Dio, nel suo Spirito Santo e nella potenza della sua Parola che garantisce la salvezza a chi ritorna sui suoi passi. (Giac. 5:19,20) Un altro errore che induce a non correggere è il paternalismo che è diverso dalla paternità. Il paternalismo è buonismo e si manifesta quando c’è da proteggere o difendere qualcuno cui si tiene in particolare. Anche proiettare i propri difetti su chi sta correggendo, puntare il dito su chi richiama al proprio dovere diventa un ostacolo per non accettare umilmente la correzione.

 Accogliere la correzione di cuore

Il finto umile fa credere di accettare la correzione, in realtà nel suo cuore nutre rabbia e risentimento. Chi corregge non puo’ permettersi di tutto e di più. A volte la correzione è inutile ed è uno spreco di tempo. Essa deve essere una occasione di dialogo che aiuta a capire e a chiarire. Il cristiano intelligente accoglie con umiltà la correzione, fa tesoro dei suggerimenti ricevuti e ringrazia. Se ci pensiamo bene, il motivo principale per cui esiste la congregazione è quello di educarci a camminare con amore nella verità.

Chi corregge deve entrare in punta di piedi nel cuore del fratello, che può comunque decidere di non aprirsi in questioni dove mancano tatto, rispetto e riservatezza. Coloro che vendono alla Rete la riservatezza e i segreti dei fratelli sono persone che amano il pettegolezzo e spesso hanno una spiritualità degenerata che brama mettere in cattiva luce, creando false notizie al riguardo. (Ef. 4:29-32)

Nei social sono in tanti a ergersi quali sbianchettatori della verità e dei fatti che riguardano i tdG. Anche tra i tdG, chi si pone come maestro deve mettere in pratica ciò che predica, altrimenti è come i farisei (Mat. 23:3,4) C’è quindi bisogno di anziani saggi, non come la maggioranza di quelli che ci sono oggi che “legano fardelli e non muovono un dito”. C’è bisogno di anziani che sappiano correggere in modo amorevole, con affetto e non in modo distaccato e autoritario. L’impegno di chi corregge è di ricucire i rapporti e di sanare le ferite.

Alcuni cadono nell’inattività pastorale perché hanno perso il contatto con la realtà dei fratelli. Sono immersi negli aspetti organizzativi e trascurano il lato umano dei fratelli. Si impegnano a portare avanti progetti grandiosi venendo meno agli interessi dei singoli. La loro correzione non mira al benessere dei fratelli ma a quello dell’organizzazione.

Oggi la posta in gioco è molto alta, ne va del proprio futuro. L’impegno per la salvezza passa necessariamente dalla correzione fraterna. La speranza di un nuovo mondo può essere rafforzata con la correzione fraterna, anzi essa è indispensabile, perché nessun essere umano è incorreggibile.

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La correzione di Geova è motivata dall’amore, e il suo obiettivo è far del bene a chi la riceve. Essa non ha mai lo scopo di punire. Per contro, gli atti punitivi di Dio non mirano sempre a correggere o educare chi ne è oggetto. Per esempio, Adamo ed Eva ricevettero una punizione divina e non una correzione. Essi subirono le conseguenze della loro disubbidienza. Avendo disubbidito volontariamente e non essendosi pentiti, Adamo ed Eva erano incorreggibili.

Ovviamente questo tipo di punizione non è finalizzato ad ammaestrare o raffinare quelli che la ricevono. Perciò quando Geova invita i suoi adoratori ad accettare la sua correzione non si riferisce alla punizione dei peccatori impenitenti. Sia che veniamo corretti o che correggiamo altri, lo scopo della correzione fraterna “è essa stessa la vita”. — Proverbi 4:13.

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