Correzione paterna e fraterna

«Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano». (Osea 11:3; CEI)

CORREZIONE PATERNA. Diciamocelo francamente: la disciplina o la correzione è quasi sempre vista come un’azione negativa, soprattutto da chi viene corretto. Ci sarà pure un motivo se Paolo ha dovuto precisare agli Ebrei, che “nessuna disciplina al presente sembra essere gioiosa, ma dolorosa e tuttavia a quelli che ne sono stati addestrati produce poi un pacifico frutto, cioè giustizia” (Ebrei 12:11).

Oggi c’è una convinzione diffusa che ogni individuo è l’unico giudice di se stesso e che nessuno può intromettersi nella vita degli altri. Inoltre, è difficile trovare uomini che siano in grado di saper ammonire con coraggio e con amore. Mancando di queste due qualità, molti rinunciano all’atto di correggere chi sbaglia. In realtà sbaglia chi pensa che la correzione sia soltanto un mezzo per punire.

Sbaglia anche colui che osserva e non vuole farsi coinvolgere per non assumersi certe responsabilità. La correzione non è uno strumento unidirezionale: chi corregge da una parte e chi è corretto dall’altra. E’ una cosa che si fa da pari a pari. (Romani 15:14)

Il vero spirito della correzione paterna è descritto in Osea 11:3, 4 dove Geova si rappresenta come un padre affettuoso che sorregge e insegna al piccolo Efraim a camminare. Osea era stato abbandonato dalla moglie, lasciandolo solo nell’accudire i tre figli. Perciò sapeva bene cosa significhi insegnare ai figli a camminare.

Correggere significa anche “reggere”, dare sostegno concreto. Il bambino ha bisogno della mano del padre per sorreggersi. E il padre non rinuncerà mai a porgere le braccia per aiutare il bambino a camminare con le sue gambette. Un padre amorevole non farà mai sentire il suo bambino come un incapace, non lo condannerà se fa fatica a camminare, né lo punirebbe se dovesse cadere. Lo incoraggerà e lo motiverà, mosso da uno spirito paterno.

CORREZIONE FRATERNA. Gesù ci lasciò un esempio di correzione fraterna. Lui non correggeva con rigore e intransigenza. Non usava toni inquisitori. I farisei amavano correggere attraverso la Legge e una serie infinita di regole umane.  Non avevano a cuore i bisogni del popolo. Amavano applicare la giustizia per condannare. Gesù, invece, aveva parole di comprensione, di sostegno e di tenerezza e non umiliava mai le persone con le quali si relazionava.

Con i farisei Gesù usava spesso parole dure. Lo faceva nel tentativo estremo di renderli consapevoli della loro ottusità. Gesù correggeva con misericordia e non incuteva paura. Non induceva le persone con il timore a mostrargli rispetto e cieca ubbidienza.

Oggi soffriamo la mancanza di una vera fraternità che sappia correggere con dolcezza e che sappia mostrare empatia. Non ci interessa una fraternità nota soltanto perché sa solo correggere. Chi sempre corregge alla fine non corregge un bel niente. Non abbiamo bisogno di una fraternità che è cieca alle vicende dei fratelli considerandoli come problemi non suoi.

DIO NON RINUNCIA A NESSUNO. Il vero obiettivo della correzione fraterna è quello di avvicinare chi sbaglia a Geova. (2 Corinti 5:20) Dio non desiste, il suo desiderio è la riconciliazione. Ci sciacquiamo troppe volte la bocca di “verità”, perlomeno di quella che riteniamo verità. Una verità spesso usata come resa dei conti, uno girare le spalle al fratello, un lavarsi le mani. La verità di Dio è inseparabile dall’amore.

«Esiste una sola via che piace a Dio e agli uomini: non negare le colpe, ma riconoscerle. Se finora non lo abbiamo fatto, c’è ancora tempo per ammetterle». (Dietrich Bonhoeffer)

“Ti amo, ma ti correggo con amicizia” scriveva Platone. La correzione amorevole è un patrimonio dell’umanità, a prescindere se si è credenti o no. Quando si vuole bene a una persona la si corregge prima di sbagliare e dopo se ha sbagliato e lo si fa con uno spirito amichevole. Anche Paolo scrive che la correzione non deve schiacciare né esasperare. (Efesini 6:4)

Secondo il concetto biblico, la correzione implica diversi verbi: esortare, ammonire, incoraggiare, sostenere ed essere longanimi con le anime depresse. (1 Tes. 5:14) Si corregge meglio quando si è solidali. La verità non è fatta di correzione punitiva, ma è invece, soccorrevole, pronta ad aiutare, a reggere e a sorreggere.

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