Cosa succede a chi non è più un sorvegliante, un pioniere speciale o un anziano?

In questa fase di cambiamenti all’interno dell’organizzazione dei tdG, si conosce poco dello stato d’animo di chi dopo anni di servizio a Dio si ritrova (per dimissioni o per rimozione) a non essere più un nominato come un tempo.

 Un mondo di certezze, di abitudini, di stili di vita, di conoscenze, scompaiono e lasciano il posto a inquietudini, preoccupazioni e in alcuni casi anche disperazione. Non si dissolve solo un incarico consolidato nel tempo, una serie di responsabilità dovute al nostro impegno o sforzi dedicati a un’opera e a un’organizzazione. Per molti c’è di mezzo una decisione personale fatta tanto tempo fa di dedicarsi a Geova volontariamente e a tempo pieno. Molti hanno rinunciato a una casa, a un lavoro, a una famiglia. Diversi di questi fratelli, ora si ritrovano a vivere una vita molto diversa da quella per la quale si erano dedicati a Dio.

Ognuno reagisce a modo suo di fronte a queste incertezze. C’è chi smette definitivamente di preoccuparsene eccessivamente adeguandosi alle nuove esigenze. Altri invece non l’hanno presa bene. Sappiamo di fratelli e sorelle che hanno abbandonato tutto. Alcuni di questi criticavano i fratelli che sono diventati inattivi. Ora lo sono anche loro. Che dire? Niente! Non conosciamo certi stati d’animo. Ma possiamo immaginarli. Comunque c’è una cosa che tutti questi fratelli hanno in comune: molti in congregazione si dimenticano di loro e delle loro opere. Bisogna ammetterlo, in tanti sono smemorati. Geova no, lui si ricorderà sempre di loro. Non tutti nelle congregazioni sono tristi per questa nuova situazione, alcuni confratelli, vittime dei loro soprusi spirituali, provano una certa soddisfazione, una sorta di giustizia soddisfatta. E’ un argomento complicato questo e non è facile nemmeno parlarne con obiettività.

Quando si perde una certa identità, ci costringiamo a indossare nuove maschere. Per non annegare nella totale dispersione, la ricerca spesso affannosa e frenetica di una nuova identità, ci porta a costruire un mondo che non sempre è compatibile con la nuova realtà. Alcuni hanno vissuto in maniera estranea alle cose necessarie del mondo da non riuscire più a raccapezzarsi. E’ dura trovare un lavoro a una certa età, trovare i soldi per le spese quotidiane, cominciare a occuparsi delle faccende di casa, e altre attività.

Il mondo in cui si è vissuti scompare lentamente, e con esso anche certe abitudini e modi di vedere le congregazioni. Ora che si è dalla parte dell’uditorio si inizia un percorso, per alcuni anche sconvolgente. Si cominciano a conoscere da dentro i problemi che i fratelli si trascinano da anni, sia di salute che economici. Adesso si scoprono nuove realtà e si aprono gli occhi a certi bisogni dei fratelli che da nominati non si riuscivano a vedere. Persino le parole vengono misurate quando si è con i fratelli nella nuova assegnazione. Prima si pontificava a destra e manca, ora ci si accorge di aver avuto le bende agli occhi e forse si prova anche un senso di vergogna per certe azioni del passato.

La perdita di certi privilegi potrebbe proiettare alcuni nel “carnevale” delle maschere. Persa una forte identità, costretti a costruire ponti sulle incertezze, non ci si capacita finché non si riesce a stabilizzarsi in un mondo nuovo e del tutto scomparso molti anni fa. Si vive in continuazione un io provvisorio, si cambia continuamente maschera in modo da interagire con il prossimo, fin quando non si trova quella più consone alla nuova vita. Alcuni per non impazzire di depressione si sono dovuti ricostruire una vita interiore, che dia un senso di continuità con il passato, un senso di navigazione nel mare in tempesta. Alcuni riescono a trovare il filo della continuità. Sono riusciti a riconnettersi con vecchie abitudini e modi di fare. Altri ce l’hanno fatta dopo che il terremoto dei cambiamenti ha scompaginato la loro vita.

Alcuni ex nominati, che avevano il timore di ritornare a essere “uno qualunque”, hanno potuto constatare che la perdita di una identità, pur di un certo prestigio teocratico, non è quella zona buia che si pensava fosse o quella terra di nessuno dove ci si confonde facilmente tra la grande folla. Mentre prima potevano essere più condizionati da altri fattori, soggetti a dipendenze e a volte anche a manipolazioni o a situazioni e scelte non condivise, ora che hanno elaborato bene la loro situazione, provano un certo grado di felicità che non assaporavano da tanto tempo. Chi ha la capacità di adattarsi e reinventare in modo sano ed equilibrato la sua vita, resistendo alle ansietà e al futuro incerto, ha riscoperto un mondo di piccolezze che reca grandi soddisfazioni.

Spesso la vera identità non coincide con i ruoli, con gli incarichi, con le responsabilità della congregazione o della circoscrizione. Gli incarichi la ristrutturano: si può dire io “faccio il sorvegliante”, “faccio l’anziano” e quindi sono anche “il sorvegliante”, “sono l’anziano”, ma se si smette di fare il sorvegliante, il pioniere, l’anziano, non si cesserebbe di essere se stessi, perché la vera identità cristiana, il vero Testimone è più profondo rispetto a ciò che uno fa. Il valore della propria vita non dipende da ciò che sono i ruoli o le responsabilità che si occupano. Anzi, la privazione di essi, nel bene e nel male, sono un’occasione per dimostrare in realtà qual è il vero valore della vita di ciascuno.

Sia per chi si è dimesso o rimosso, c’è sempre l’opportunità di ‘aspirare all’incarico di sorvegliante’ (1 Tim. 3:1). Spesso i fratelli che tornano a servire come anziani diventano pastori migliori di quanto non fossero prima, perché ora conoscono aspetti dei fratelli cui prima non si rendevano conto. Altri, purtroppo, diventano peggio. Ci sono fratelli che hanno deciso di non aspirare più all’incarico di anziano, per il loro bene fisico, emotivo e spirituale e sono felici comunque.

Ci vuole coraggio, fede e forza di volontà, per dire, indipendentemente dalle circostanze e dai ruoli che si occupano, “io sono io”. La propria personalità interiore non viene mai meno quando le cose esteriori non ci sono più, perché essa dipende da noi e da Dio. La personalità interiore non si discioglie nei ruoli o nei problemi, perché essa vive nella profondità della nostra anima. Chi si identifica fortemente con l’incarico che occupa, quando ne viene privato si smarrisce, come se a smarrirsi fosse la sua vera identità. Costoro non hanno più niente da dire al di fuori del loro incarico. La loro vita e il loro futuro reggevano su un’impalcatura instabile, che si erano costruiti nella sabbia e non nella roccia e che una scossa di terremoto ha spazzato via in un attimo.

A volte è nella privazione che si trova la quiete e la serenità. La presenza di altri nominati può forse mandare di nuovo nel caos mentale o far provare rimpianti per una vita che ormai fa parte del passato. Se abbiamo coltivato nuovi rapporti fraterni, di amicizia e siamo rispettati e voluti bene perché rimpiangere cose del passato che fanno venire il mal di testa? E’ vero che alcuni privati della nomina, delirano in continuazione, come se fossero drogati a cui è stata tolta la droga. E’ saggio ritornare a essere i protagonisti della propria vita, senza i condizionamenti di un tempo.  La congregazione di Geova non è fatta di nominati e innominati. Non servono maschere per coprire ciò che realmente siamo. Scrivete voi la vostra storia e non permettete che siano altri a farlo. Prima o poi gli incarichi non ci saranno più, le maschere cadranno e la vita nuda e cruda chiederà il conto a tutti.

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Commenti (2)

  • Peggy

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    Buongiorno a tutti voi,
    l’argomento che avete trattato con delicatezza ma intelligente determinazione mi trova
    pienamente d’accordo.
    Ho sempre pensato che il termine ‘privilegio’ anche fin troppo inflazionato nel lessico
    delle congregazioni forse non sarebbe mai dovuto comparire. Non tanto perché viene svilito l’operato di ciò che è svolto dal resto della congregazione, quanto dal fatto
    che essere privilegiati in qualcosa (e questo in ogni ambito umano) costruisce un imprinting in coloro che ricevono l’ “investitura” e nei loro famigliari.
    Faccio un esempio: io posso avere ottime capacità nel relazionarmi con i bambini,
    avere il carisma dell’educatrice, saper giocare, parlare e confondermi con loro ma se non possiedo il titolo di laurea in scienze dell’educazione non vengo accettata in nessuna struttura educativa pubblica o privata.
    Ebbene questo è quanto è sempre accaduto e continua ad accadere in seno a JW.ORG; ben inteso questa è solo una semplice considerazione ma è quanto salta all’occhio anche di un semplice profano che vuole saperne di più.
    Eppure non disse il Messia “voi siete TUTTI FRATELLI”?
    Dite bene nella conclusione ‘prima o poi gli incarichi non ci saranno più’.
    Perché non far iniziare da subito quel prima o poi?
    Dipende solo da ognuno di noi e da quanto ci consideriamo PIU’ del nostro simile.
    Grazie per avermi permesso di commentare.

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    • inattivopuntoinfo

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      Sempre garbata e pertinente nell’esprimere correttamente e con chiarezza il proprio pensiero. Grazie a te Peggy

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