Cos’è la normalità?

Un fratello, che è ritornato a Geova, ci racconta questa breve esperienza avuta in predicazione qualche giorno prima che scoppiasse la pandemia da Coronavirus.

«Siamo davanti al citofono di un palazzo e il fratello che è con me fa una presentazione sui tempi violenti che stiamo vivendo. Descrive le caratteristiche negative delle persone e poi chiede al padrone di casa cosa ne pensa. ‘Preferisco essere normale così, che essere uno come voi’, risponde in modo piccato l’uomo al citofono».

Le connotazioni negative associate al comportamento o alle idee degli altri che si ritengono fuori dalla normalità denotano quasi sempre dei pregiudizi di fondo.

Cosa si intende per normalità? Perché, alcuni intendono “normale” vivere persino in condizioni cattive disprezzando apertamente, velatamente o sarcasticamente altri e le loro opinioni?

La normalità per la Treccani è abitudine, consuetudine, norma, con riferimento sia al modo di vivere e di agire di un individuo, sia ad avvenimenti del mondo fisico, politico, sociale, ecc.

«Essere normale è uno splendido ideale per i ‘falliti’ –  scrisse Jung –  per tutti coloro che non hanno ancora trovato un adattamento. Ma per le persone che hanno molte più capacità della media […] la restrizione al normale significa un letto di Procuste, un’insopportabile noia, una infernale sterilità e disperazione». Per Jung, la normalità è il sogno cercato dai falliti e dai disadattati, mentre paragona le persone con capacità superiori alla media che si trovano in restrizione al letto di Procuste. In che senso?

Chi era Procuste?

Nella mitologia greca, Procuste era un ladro di strada, che catturava i viandanti e li deponeva su due letti di misure diverse. Se la vittima era grossa, la costringeva a sdraiarsi sul letto piccolo. Procuste tagliava gli arti che uscivano fuori dal letto in modo da far combaciare le misure in parti uguali. Se invece la vittima era di taglia piccola, Procuste la sdraiava sul letto grande e la stirava allungandone il corpo fino a farlo coincidere con le misure del letto.

In senso figurato, l’espressione «essere nel letto di Procuste» indica una situazione di estrema difficoltà, dove sono imposti a una persona obblighi costrittivi affinché si adatti anche a costo di sacrifici e dolori insopportabili.

Sindrome di Procuste

In psicologia si intende una patologia mentale che porta chi ne soffre a provare prima un grande disprezzo per il successo altrui e poi un forte dispiacere e dolore. Egli invidia costantemente gli altri e cerca di ostacolarli per evitare che raggiungano certi obiettivi. Gli psicologi associano tale sindrome a un sentimento di inferiorità, debolezza e insicurezza. Chi ne soffre non tollera che altri gli siano superiori o abbiano qualità maggiori alle sue.

La caratteristica più negativa della sindrome di Procuste è il disprezzo. In un’occasione Gesù mise in guardia che, “chiunque rivolge al proprio fratello uno sprezzante insulto dovrà rendere conto al Tribunale Supremo” (Matteo 5:22). Disprezzare vuol dire provare un sentimento di disgusto per gli altri. Si disprezzano gli altri perché si considerano inferiori, non degni di considerazione. I nazisti erano conosciuti per il loro arrogante disprezzo nei confronti di chi consideravano diverso.

Attenti a tutti coloro che ricorrono all’inganno, alla derisione, agli scherni, alle offese e all’oltraggio delle vostre credenze religiose. Il loro scopo è quello di limitare le vostre idee e la vostra fede nel Dio in cui credete. Questi individui, invidiosi e rassegnati alla loro mediocrità, hanno un solo scopo: farvi inciampare. Per contrastare il disprezzo confidate nella potenza di Geova.

STATE ATTENTI:

  • Ai briganti digitali che cercano di rubare la vostra fede, disprezzando o piallando le vostre difese spirituali.
  • In congregazione, al Procuste di turno, che cerca di farvi conformare alle sue opinioni, spezzando la vostra facoltà di pensare e di ragionare.

Geova salverà le persone afflitte da chi le disprezza (Salmo 12:5). La potenza che Geova dà ai suoi servitori va oltre la normalità (2 Corinti 4:7)

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