Credere senza appartenere e appartenere senza credere

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«Molti appartengono a una religione senza credere mentre molti altri credono senza appartenere»

I paradossi della religione.

Nelle religioni esiste uno scenario complesso e a volte contraddittorio di come molti vivono la propria vita religiosa. Religione e religiosità sono due aspetti distinti fra loro, non due realtà differenti e contrapposte, ma due punti di vista diversi riferiti alla stessa realtà. La religiosità è un rapporto interiore con Dio e privilegia l’esperienza personale, la conoscenza, la pratica e l’appartenenza.

La religione invece coinvolge una pluralità di persone e si concretizza attraverso il continuo interagire fra i membri che ne fanno parte.

Ogni epoca ha vissuto eresie e apostasie e nonostante tutto, il credere e l’appartenere a una religione si sono rivelati fattori decisivi per l’identità religiosa. Oggi è difficile trovare forme religiose che si esprimono sotto forma di ubbidienza e sottomissione assoluta. Nonostante ciò, si può trovare conforto spirituale anche senza alcuna partecipazione attiva alla vita religiosa.

E’ fuori dubbio che credere e appartenere si trovino in perfetta sintonia. Ma è anche vero che la fede può crescere anche quando si discosta dalla sede religiosa dove aveva trovato iniziale accoglienza, specialmente se l’individuo viene espulso per ragioni conflittuali o perché non si riconosce più nel gruppo di cui ne ha fatto parte. Un altro scenario che si potrebbe presentare è quando manca la fede per credere e si aderisce comunque alla religione, perché è forte la necessità di appartenenza sia per proteggersi dalla paura dell’isolamento sia per il timore di perdere l’identità acquisita nel tempo.

Noi di Inattivopuntoinfo non abbiamo le competenze per descrivere le cause dei continui cambiamenti all’interno dei testimoni di Geova. Lasciamo questo compito ad altri. Ma non possiamo esimerci di far conoscere ciò che pensiamo al riguardo. Di una cosa siamo certi: il Testimone vero continuerà ad avere una funzione rilevante, in particolar modo come dispensatore di valori morali in una società fin troppo secolarizzata.

C’è in atto una trasformazione strisciante che non lascia indenne nessuno, Corpo Direttivo incluso. L’Organizzazione si sta dibattendo tra una autoreferenziale chiusura alle varie voci che si levano per migliorare i rapporti umani all’interno di essa e tra la necessità di porre un argine alla continua dispersione di fedeli.

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A partire dagli anni Novanta del secolo scorso si è assistito tra i testimoni di Geova a un progressivo scollamento tra la religiosità che professano e la religione in cui credono. Mentre il numero di persone di altre fedi che accettano il credo dei Testimoni è diminuito, è invece aumentato il numero di figli dei testimoni di Geova che si battezzano.

L’adesione ai testimoni di Geova era in passato lunga, progressiva e mirata. Invece con i figli dei Testimoni c’è stata una accelerazione in tutti i sensi. Mentre i dogmi e le credenze rimangono per lo più quelle di sempre, questa tendenza di generazioni di figli di Testimoni, ha fatto sì che lo stile di vita religioso cambiasse di molto rispetto al passato.

A causa di strategie – giuste o sbagliate, non sta a noi giudicarle – si è, inoltre, creata una nuova dimensione religiosa all’interno della stessa religione. Essa riguarda inattivi, disassociati e una gran parte attiva dei testimoni di Geova. Ci sono parecchi inattivi e disassociati che continuano a credere a molti degli insegnamenti dell’Organizzazione pur senza viverli in maniera partecipativa.

Si tratta di un numero sempre più crescente di persone (anche tra le fila dei proclamatori) che tendono verso un tipo di religiosità non vincolata a molte delle forme dogmatiche e organizzative che caratterizzano i testimoni di Geova. Un sentimento religioso che non vuole farsi «imprigionare» da confini delineati da uomini. Il tutto percepito come imposto dall’alto che limita la propria libertà spirituale. Credono senza appartenenza.

Paradossalmente ci sono molti altri che pur frequentando le adunanze e partecipando all’opera di predicazione e che si identificano come testimoni attivi, vivono la loro appartenenza senza crederci molto. Il timore di essere espulsi e di vivere una vita da emarginati li spinge ad appartenere senza credere. In genere, la fede in Dio è ancora connessa all’appartenenza religiosa e la maggioranza dei testimoni di Geova si dice credente e si riconosce in questa religione.

Esiste, comunque, un gran numero silenzioso di Testimoni che pur appartenendo all’Organizzazione, credono ben poco a quanto viene loro insegnato e disposto localmente. Questi rilievi, seppur marginali, sono tuttavia indicativi di uno «stile religioso»  che si sta progressivamente espandendo nelle congregazioni, ossia dell’appartenenza senza credenza.

In molti casi la fede in Dio, da parte di molti giovani, è dovuta all’educazione religiosa ricevuta più che a una profonda convinzione scritturale quale risultato di ricerche ed esperienze di vita vissuta. Molti di loro non sentono la necessità di indagare sulla propria identità religiosa né di scoprire le radici delle loro convinzioni. In questo caso la fede è spesso il risultato di motivazioni ambientali e familiari e per quanto riguarda la propria fede in Geova, essi farebbero a meno di figure religiose tradizionali come gli anziani e i sorveglianti viaggianti.

Tuttavia si deve sottolineare che la maggior parte dei testimoni di Geova ritengono di essere il popolo di Dio, guidato da Gesù Cristo, anche se ciò non impedisce di riconoscerne i limiti. Gli errori un po’ meno. Anzi, spesso, di fronte a errori evidenti, c’è la tendenza di molti Testimoni a rigettare l’opinione che il Corpo Direttivo abbia potuto commettere errori più o meno gravi. Tale incredulità è dovuta a una sacralità auto-conferitasi e ripetuta come un mantra durante le lezioni della Bibbia.

Contraddizioni e paradossi non mancano, rivelando notevoli lacune per quanto riguarda la conoscenza della Bibbia. I continui cambiamenti organizzativi sembrano aver affievolito l’interesse per le profezie future. Armaghedon, Regno di Dio, millennio, giudizio finale, sono concetti che non coinvolgono più di tanto rispetto ai tempi passati. C’è più preoccupazione ad assicurarsi le cose terrene rispetto alle cose celesti.

Molti Testimoni si trovano di fronte a un paradosso, quello di relativizzare la religione e a farne una su misura. Una specie di religione «personalizzata», un abito da indossare per qualsiasi stagione. Un abito per credere senza appartenere e un altro per appartenere senza credere.

Se la classe direttiva non corre ai ripari attraverso un’efficace opera pastorale che richiami ai principi fondanti del cristianesimo, ci saranno in futuro molti altri testimoni di Geova che crederanno senza appartenere o che apparterranno senza credere. Il CD deve trovare il coraggio di affrontare le sfide lanciate da più parti, soprattutto dal web.

A nostro parere una delle prospettive praticabili è quella di muoversi al proprio interno, concentrando gli sforzi soprattutto sui singoli Testimoni per rafforzarli nella fede, piuttosto che concentrare ingenti energie umane ed economiche verso persone di fuori.

Devono essere i testimoni di Geova i primi destinatari degli sforzi delle congregazioni. Pensando troppo a quelli di fuori si sono dimenticati quelli di dentro. E’ giunto il momento che il CD corra ai ripari e dia la priorità alla salvaguardia spirituale dei propri confratelli, anziché attendere che sia il flusso dei figli di Testimoni a riempire il vuoto lasciato tra le sedie delle Sale del Regno dagli inattivi, dagli espulsi e dai proclamatori scoraggiati.

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