«Dai, tirati su»

La campagna “La depressione non si sconfigge a parole”, promossa dalla casa farmaceutica Janssen, con il patrocinio di altre associazioni psichiatriche, si propone di trattare la depressione in modo inedito e innovativo. Nello specifico, si vuole evidenziare le esortazioni sbagliate, i consigli inappropriati e le parole fuori luogo che si usano con i depressi.

Perché questa campagna dovrebbe riguardare Inattivo.info e i suoi lettori? Lo spiega in sintesi il secondo taglio che arbitrariamente abbiamo fatto della locandina originale:

Purtroppo, non tutti i Testimoni di Geova hanno le idee chiare sulla depressione. Lo abbiamo constatato sin dall’inizio della nostra avventura nel web. Parole fuori posto hanno fatto più danno della depressione, con la conseguente inattività di alcuni proclamatori.

Il divano che si vede nella locandina è il posto più occupato dai depressi, il rifugio virtuale dei loro pensieri. Un depresso trascorre più tempo sul divano che per le vie della città. «Tirati su» è un’espressione fuori luogo. Il depresso non è stanco come dopo una giornata faticosa di lavoro.

La depressione è una causa importante dell’inattività spirituale. Ficchiamocelo in testa! Questa è un’amara realtà e sono in tanti a non averlo ancora capito. Da parte nostra, come in passato, continueremo ancora a scrivere su questo tema, “a rompere il silenzio sulla depressione”.

Tanto per capirci: anche se spesso resta invisibile e si prova a nasconderla, la depressione è la principale causa di disabilità nel mondo e molti Testimoni di Geova ne soffrono, che piaccia o no.

Nel sito vengono elencate le molteplici cause della depressione, persino una predisposizione genetica. Inoltre, «avvenimenti drammatici o cambiamenti radicali nella vita della persona, come un lutto, una separazione, un divorzio, o più in generale la rottura di legami significativi, la perdita del lavoro, problemi economici, possono scatenare l’esordio di episodi depressivi».

Avete letto bene? Rottura di legami significativi, come l’allontanamento dalla congregazione.

«Giocano un ruolo importante nella manifestazione di stati depressivi anche alcuni fattori che fanno parte della personalità dell’individuo, come la scarsa stima di sé, la tendenza al pessimismo e alle preoccupazioni, che possono contribuire allo sviluppo di una instabilità emotiva e di una minore capacità di adattamento allo stress», si legge ancora nel sito.

COSA FARE?

Seguendo le indicazioni riportate dagli esperti, bisogna considerare: (1) il benessere del depresso è l’obiettivo primario e (2) l’unione fa la forza.

Purtroppo, non tutti ricevono un’adeguata diagnosi e un corretto trattamento, ciò può essere spiegato da vari fattori, come il ritardo dei sintomi depressivi e del loro riconoscimento. Il Testimone depresso subisce un significativo cambiamento nella sua vita di cristiano che si ripercuote in ogni attività spirituale.

Anche all’interno delle congregazioni è importante promuovere efficaci azioni di prevenzione e comprensione da parte dei responsabili. Non sottovalutate chi si assenta alle adunanze, dedica poco tempo alla predicazione, non commenta più come una volta. Prestate attenzione alla sua perdita della gioia e al volere stare da solo.

Non associate la perdita di entusiasmo con un peccato nascosto o con uno stile di vita poco scritturale. Non siate negativi. Purtroppo, si diventa inattivi anche per colpa della depressione.

Un fratello, che è in cura da uno psicologo, ci racconta le sue difficoltà iniziali a essere capito dai fratelli e la scarsa collaborazione di coloro che dovevano mostrare empatia ma che non hanno voluto o saputo comprendere il suo disagio interiore. Forse tanti anni di inattività si sarebbero potuti evitare con un approccio più qualificato. Vi sembrerà alquanto strano, ma questo fratello ha apprezzato molto i nostri articoli sulla depressione, ed è tornato a Geova, quando ha preso coscienza di avere bisogno più che di anziani, di uno psichiatra.

Trattare certi temi fa paura. Se come pastori non siete in grado di affrontarli con la psicologia, indirizzate il depresso da un medico. Mantenete uno spirito positivo e consolatorio.

Ancora oggi sulla depressione aleggia una forma di vergogna che impedisce a chi ne soffre e a chi sta loro accanto di chiedere aiuto. Fate attenzione ai tentativi suicidari. Il Covid ha accentuato questi sintomi. «Coronavirus, in Italia da marzo 71 suicidi correlati alla pandemia», titolava Repubblica Salute del 7 settembre scorso.

Ancora oggi sono in molti a credere che il calo del tono dell’umore, la sensazione di tristezza e di inutilità, la perdita della capacità di iniziativa, siano solo aspetti del carattere di una persona, senza rendersi conto che possono invece rappresentare i sintomi di una vera depressione.

Una delle prime reazioni dei familiari (anche in congregazione) quando la depressione si manifesta può essere quella di negare la patologia o di pensare che si possa affrontarla senza le adeguate cure mediche o leggendo due o tre versetti biblici.

Curare la depressione non è una questione di “forza di volontà”, come quella di tirarsi su dal divano. E non si risolve da soli non parlandone. Fare finta di niente non fa che peggiorare la situazione.

Evitiamo due pregiudizi: quello della figura dello psichiatra, cioè non fidarsi dello specialista psichiatra e l’altro che gli psicofarmaci siano dannosi o che possano causare dipendenza.

Anziani di congregazione, il proclamatore depresso perde la sua vitalità, appare come spento, fa fatica a compiere le azioni, non perché è un debole spirituale, ma perché emotivamente è instabie. Le sue emozioni sono spesso in subbuglio. Riesce a portare avanti le solite attività spesso al prezzo di grandi sforzi.

Talvolta è addirittura costretto a interromperle del tutto, perché non è più in grado di realizzarle. Non è mancanza di amore verso Geova e i fratelli, tantomeno si sta “raffreddando” come se soffrisse di “omeostasi”. Al contrario, la loro testa è spesso in “fiamme”.

Non trascurate i familiari. Vivere accanto a una persona che soffre di depressione non è semplice. Per questo, vanno supportati. Aiutateli a non “chiudersi”, pensando di riuscire a portare da soli il fardello della malattia. Anche loro possono ritrovarsi coinvolti nel vortice dei disturbi della persona depressa, e provare sentimenti di inadeguatezza, irritazione e sensi di colpa.

COSA NON FARE

  • Evitate l’ottimismo esagerato.
  • Evitate di dire “sono stato depresso anche io” o fare paragoni con altre persone.
  • Evitate di spronare a ogni costo a prendere decisioni importanti.
  • Non sottovalutare il rischio di suicidio.
  • Se assistete un depresso evitate di annullarvi, peggiorerete la vita di entrambi.
  • Evitate di esortare il depresso a fare di più. Non ha le forze per farlo.
  • Se non sapete cosa dire allora non dite. Anche se è meglio dire ma in modi appropriati.

Tra le cose da non fare, aggiungiamo noi, è di imitare lo spirito di quell’agnostico TdG, come si definisce (sic!), che agli inizi della nostra attività on line, scrisse su un blog, che i nostri articoli erano patetici, perché ci occupavamo dei depressi in congregazione. Solo uno stolido agnostico può scrivere commenti del genere. (Vedi uno degli articoli in questione: “E’ sempre la stessa storia!”).

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Commenti (1)

  • Marco Comencini

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    LA PSICOLOGIA A SUPPORTO DELLO SPIRITO
    Aprirsi a uno specialista della salute mentale, che sappia ascoltare e comprendere può fare la differenza. Il disagio psicologico se non viene ridotto con interventi efficaci ha effetti devastanti sulla qualità della vita. Questo disagio, conosciuto nei manuali diagnostici come Psychological Distress, si ha quando si vive una situazione di difficoltà significativa e la depressione ne è una parte importante.
    Sono gli esseri umani ad essere chiamati sapiens sapiens per le loro caratteristiche psicologiche. Non si comprende la malattia di una persona se non si capisce il modo come essa affronta le cose della vita. Abbiamo bisogno di competenze psicologiche se vogliamo una cura centrata sulla persona. Molti sono lasciati senza risposte adeguate e l’esperienza che riportate nell’articolo ne è una conferma.
    Oggi il bisogno è molto aumentato. L’emergenza da Covid ha scosso la psiche di molti e li ha obbligati a confrontarsi con una realtà sconosciuta fino ad alcuni mesi fa. Nella nostra intimità stiamo riscoprendo un lato della personalità a lungo sopito. Un bisogno spirituale che ci può far scoprire una fase nuova della nostra realtà. Il mio riferimento non è alla religione e alle sue pratiche ma a un nuovo rapporto con lo spirito. La pandemia ci sta offrendo l’occasione di affrontare la vita con paradigmi nuovi, recuperare attenzione su temi, ad esempio cari al Buddhismo: “ama il prossimo tuo perché è te stesso”.
    Siamo noi a dare un senso alla nostra vita con il nostro comportamento verso gli altri. Amo gli altri perché essi sono me stesso. La millenaria tradizione cristiana vede nel soddisfare il bisogno spirituale di ognuno la base della felicità. Per raggiungere la felicità si devono soddisfare sia il bisogno spirituale della persona sia i suoi aspetti psicologici. Secondo me, le due cose vanno di pari passo. Ascoltare la voce del disagio psicologico è fondamentale per curare la persona. Le istanze di chi vive una patologia non possono rimanere inascoltate o peggio ancora ascoltate ma non soddisfatte in maniera adeguata.
    Una voce che grida in silenzio nel deserto va ascoltata con pari dignità di quella che si ascolta normalmente in una comunità fraterna. Non mi interessano i tuttologi e i tuttofare, ma figure autorevoli con una competenza specifica che siano in grado di garantire il supporto spirituale e psicologico. Quando un gruppo si sa mettere in discussione, cambia il proprio modo di pensare la sua spiritualità e adattandola ai bisogni psicologici si può stare certi che le chiamate silenziose di chi soffre psicologicamente saranno ascoltate e soddisfatte con il tipico amore che lega la prossimità fraterna.
    Marco Comencini

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