Dalle acque al deserto, di nuovo alle acque per tornare ancora nel deserto.

Un destino il suo, tra le acque e il deserto; salvarsi dalle acque per morire nel deserto, guardando da lontano la terra del suo grande desiderio.

“Mosè divenne pastore del gregge di suo suocero… Allora l’angelo di Geova gli apparve in una fiamma di fuoco… Devi dire questo agli israeliti: ‘Io diverrò Ciò Che Scelgo Di Divenire mi ha mandato da voi’… vi sottrarrò alle sofferenze e vi porterò nel paese dove scorrono latte e miele”. (Esodo capitolo 3)

Un destino crudele sembrava essere il mio: uscire dalle acque materne per morire in quelle del fiume. Per tre mesi sottratto a una strage di bambini innocenti, lasciato in un cesto e impigliato tra le canne lungo la riva del fiume, finché un cuore intenerito, attratto dal mio pianto e dalla mia bellezza, mi portò con sé. Un’infanzia memorabile, ma anche una gioventù segnata dallo zelo per la giustizia. Ho amato e ucciso. Nato ebreo, egiziano d’adozione e ora forestiero in un paese straniero. Molto tempo è passato, ora sono un pastore solitario. Conduco il gregge nel deserto, forse una pecora si smarrisce, la cerco disperatamente, la cerco così a lungo che senza rendermene conto mi trovo sul monte del vero Dio.

Cercavo una pecora quel giorno, oltre quel deserto che per molti anni ho percorso. La mia vita come il deserto, di fuori e di dentro: ardente di giorno, freddo di notte, buio e silenzioso. Cercavo una pecora quel giorno. Ero io la pecora smarrita, di un gregge disperso; il pastore un altro, invisibile, in alto, lassù. Sapevo poco di quel Dio lontano, fino a quel fuoco inestinguibile, in mezzo al cespuglio di rovi. Da quel roveto che non si consuma, una voce mi chiamò. Mi avvicinai per capire questo strano fenomeno. Una voce imperiosa e sovrannaturale mi intimò di togliermi i sandali. Guardavo quella luce accecante e gli occhi mi fecero male. Una luce che trasfigura la realtà. Troppo santo il terreno dove cammino.

Il rumore delle fiamme saliva lento verso il cielo, come il mio respiro, affannoso e tremolante che non riconoscevo più. Il volto coperto, la faccia in giù e il timore di guardare il cielo. Sentivo il calore sulla pelle, bruciavo di passione, di forze, ma anche di paura. E alle sue parole, ricordavo chi sono stato, un passato richiamato e bruciato nello stesso istante. Dovevo prendere per mano il destino di milioni di miei fratelli. Cercavo una pecora, ora devo cercare un immenso gregge di pecore di Dio. E scoppiai in lacrime. Guadavo quel fuoco che bruciava chi sono stato e infiammava il mio cuore di speranza.

Mi avvicinai sempre di più, volevo capire, capire chi ero e chi sarei divenuto. La lingua mi si era paralizzata, appiccicata alla gola quando fui chiamato, fu la voce del mio cuore a dire “Eccomi!”. Come se da tempo aspettassi di udire quella voce, quella chiamata. Sono fuoco che brucia nel fuoco. Non cercherò più una pecora smarrita, ora devo trovare schiavi, figli di nessuno, stranieri per tutti e per tutto. Saremo figli di un Padre, mi disse quella voce, non più figli di nessuno. Cercavo una pecora e ho trovato Dio. Si trova sempre Dio quando si cerca l’altro.

Non avere paura Mosè, “Io sono con te”, per sottrarre le mie pecore alle sofferenze di pastori crudeli e per condurle in un paese dove il miele e il latte sono in abbondanza. Vai e sottrai il mio popolo ai sorveglianti di faraone. Il loro grido di dolore è divenuto insopportabile pure per le mie orecchie. Va’ mio pastore, sorpassa il deserto da solo e ritorna nel deserto con le mie pecore. Devo condurle al sicuro, in un paese fertile, dove moltiplicherò ancora di più il bestiame che dà latte e attiverò in maniera più feconda la vegetazione. Va’ mio pastore! “Io sono con te”. Cercavo una pecora e ho trovato Dio. Si trova sempre Dio quando si cerca una “pecora” di Dio.

Geova comandò a Mosè di cercare non una, ma milioni di “pecore smarrite” e sofferenti. Caro pastore, una pecora, una sola pecora, tu sarai in grado di cercarla?  

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