Dalle scarpe di Van Gogh ai sandali di Ermes

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“Mostrami che scarpe indossi e ti dirò chi sei”.

L’ETIMOLOGIA DELLA PAROLA SCARPA ha origine non dalla sua funzione ma dalla forma. E’ come se si nascondesse l’impulso a uscire dall’uso che se ne fa per assumere una forma simbolica. Le scarpe hanno la capacità di dare una singolarità al volto di chi le indossa. Simboleggiano l’identità sociale di un individuo, il modo come pensa di presentarsi agli altri. E’ la scarpa che definisce la personalità di chi la calza: “Mostrami che scarpe indossi e ti dirò chi sei”.

Nel mondo dell’arte, le scarpe più famose sono quelle dipinte da Van Gogh in sei tele diverse. L’artista olandese, riesce a trasporre sulla tela un paio di scarpe vecchie e logore, caricandole dei suoi sentimenti, isolandole dal corpo e dal vestiario. Le dipinge slacciate e curvate nella forma. Un simbolismo che riveste le sensazioni di Van Gogh in forme carnali, in involucri materiali dove si nasconde, per lo spirito che riesce a vederlo, un pensiero, un’emozione che caratterizza l’essenzialità dell’opera. Van Gogh costringe la natura e gli oggetti a piegarsi e a modellarsi in lui, secondo la forma dei suoi stati d’animo. “Van Gogh è immenso perché capace di nobilitare col suo pennello anche un paio di vecchie scarpe” (Picasso). A causa delle diverse interpretazioni psicologiche che gli sono state attribuite, il dipinto è stato oggetto di accese polemiche in ambito filosofico. E’ possibile, invece, che le scarpe vogliano simboleggiare il cammino dell’uomo e la vita concepita come pellegrinaggio. Forse Van Gogh ha preferito assurgerle a metafora della vita di duro lavoro. In esse si può vedere – a torto o a ragione – il simbolo del suo difficile cammino esistenziale.

bibbia-van-goghV. Van Gogh, Natura morta con Bibbia,  Van Gogh Museum, Amsterdam

Quando ho visto la prima volta il dipinto del paio di scarpe al Museo di Amsterdam, mi è venuto in mente un episodio raccontato da Gauguin, coinquilino per alcuni mesi di Van Gogh. Secondo Gauguin, Van Gogh era molto affezionato a quel tipo di scarpe che gli ricordavano la predicazione della Bibbia ai minatori belgi e olandesi. Van Gogh visse con intensità quel periodo di attività spirituale, prodigandosi e confortando i minatori, che conducevano una vita di stenti e povertà, a causa dello sfruttamento cui erano soggetti. Quest’atteggiamento di Vincent non piacque né ai potenti proprietari né ai suoi familiari, e grazie al fratello Theo non fu ricoverato come pazzo. “Il mio lavoro è la mia fede” scrisse a Theo; “per esso rischio la vita e la mia ragione mi è quasi naufragata”.

Un giorno, a causa di un’esplosione nella miniera, morirono molti operai. Uno di loro, orribilmente ustionato, fu accolto, aiutato e curato amorevolmente per quaranta giorni da un Van Gogh nella versione evangelica del “buon samaritano”. Lo sforzo quasi miracoloso del “folle” riportò in vita un cristiano mezzo morto. La sola vista di quelle scarpe ricordava a Van Gogh il periodo più religioso della sua vita. Vincent le ha volute dipingere come quando ci si guarda nello specchio dell’anima. La densità e la pesantezza dei colori, l’ombra che emerge dalle scarpe, le linee irregolari, i lacci allentati, in ogni particolare del dipinto sembra di vedere simbolicamente le caratteristiche del suo autoritratto. Silenti, le scarpe guardano l’osservatore e lasciano che sia lui a identificarsi con loro e a vedere in esse la propria storia. In questo quadro sembra che ci sia anche la rassegnazione della fede perduta, che Van Gogh riesce in altri momenti della sua vita a restituirla al sole dei suoi colori luminosi. Ora, egli concepisce la pittura come un apostolato. Nelle vecchie scarpe non c’è la luce, i suoi colori sono bui, cupi, a indicare una vita intensamente vissuta, consunta e mai ripagata. In quelle vecchie scarpe ho visto anch’io una similitudine con i miei anni di fervente predicazione, il lungo e sofferto cammino nella verità, gli sforzi per aiutare quelli che hanno accettato di studiare la Bibbia  che sono diventati fratelli e sorelle. Quelle vecchie, simboliche, care scarpe che ho calzato per lunghi anni si sono logorate nel tempo dall’impegno evangelico e dalle sofferenze della vita. Sono scarpe inattive che non ho mai voluto buttare via, ma ho scelto di custodirle in un angolo del mio cuore, insieme al ricordo di ciò che esse hanno rappresentato in quegli anni d’intensa attività spirituale.

tiepolotreppenhauswurzburgerresidenz-germanyG.Tiepolo, Mercurio, Würzburger Residenz, Germany

Ermes (Mercurio per i romani) ancora bambino ruba una parte della mandria di Apollo, suo fratello. Trova una tartaruga, la svuota e costruisce la prima lira che scambierà con Apollo in cambio del gregge rubato. In seguito, inventa il flauto che diverrà anch’esso merce di scambio con il bastone d’oro (il caduceo) che Apollo usava per la custodire le pecore.  Zeus ne fa il suo messaggero. Diventa così il protettore dei pastori e dei viaggiatori, il depositario delle interpretazioni della conoscenza mistica e il patrono delle comunicazioni.

In ogni parte del mondo, almeno alcune ore al giorno sono dedicate ad arginare mail, a liquidare spam, a guardare messaggi e a rispondere a quelli urgenti, depositando gli altri nella apposita casella dei non letti. La sera, vinti dalla stanchezza, si crolla in un sonno profondo sognando “l’angelo custode”, il messaggero alato, che mette in comunicazione il mondo intero. Di giorno si sprecano le invocazioni dell’uomo moderno al dio delle comunicazioni analogiche, che ha le ali sull’elmo e nei sandali, l’interprete per eccellenza dell’antica documentazione (da lui deriva la parola “ermeneutica”). Ermes, il dio della Rete, colui che ispira i post su Facebook e su Twitter; che apre la finestra su Skype e le foto su Instagram; che carica i video dei nostri desideri su YouTube. Viviamo di mercatini su eBay e acquistiamo con PayPal. I nostri soldi volano velocemente in capo al mondo. Quando Ermes arriva in volo la conversazione muore, la chat vive. Ermes, il dio protettore dei ladri moderni, quelli che ci rubano il prezioso tempo della nostra vita.

“Nessuna inattività potrà mai cancellare dalla memoria di Dio il servizio che gli è stato reso”

Gli dei antichi non sono mai scomparsi. Li abbiamo rimossi e il rimosso torna in modi diversi nella nostra psiche, il luogo d’incontro con gli dei moderni. La tecnologia mediatica ha prodotto nella società umana una gran quantità di sapere e d’informazioni. La conoscenza di Ermes è misteriosa, attraente, seducente. Corriamo per raggiungerla e non ci fermiamo per riflettere. Eppure, Ermes insegna che l’arte nasce dalla lentezza, quella tipica della tartaruga: nella lenta armonia dei suoni che vibrano il vero messaggio dello spirito nel guscio del nostro cuore.

Ho due telefonini, di cui uno aziendale di ultima generazione; un computer in ufficio, uno a casa e un notebook. Anch’io, come tanti altri milioni di utenti utilizzo la Rete per lavoro, per curiosità o per fare ricerche personali. Nonostante tutto mi piace scrivere e riscrivere i miei testi con la penna sui quaderni e sulle agende che custodisco gelosamente nel mio cassetto. Mi piace sfogliare le pagine dei libri, sentire l’odore della carta stampata. Mi piace girovagare per le librerie e immergermi nelle storie raccontate dai libri. Ho saputo che nelle congregazioni si sta cercando di digitalizzare le adunanze, le pubblicazioni e la predicazione. Non so cosa si provi, manco ormai da tanto tempo. Sarà anche vero che questo tipo di tecnologia fa risparmiare tempo e denaro, ma non mi convince del tutto, né mi esalta più di tanto. Forse, perché appartengo a una generazione legata ancora alla Bibbia, ai libri e alle riviste fatte con materiale cartaceo. Sinceramente, ai sandali di Mercurio preferisco le scarpe di Van Gogh. Non quelle inattive, ma quelle che suscitano ancora emozioni, ricche di pagine di storia personale e che hanno tracciato in modo indelebile il mio attivo percorso cristiano di Testimone di Geova.

In quelle scarpe non c’è nulla di artificioso, di meschino, rifinito o falso. C’è la vita  di ognuno di noi, i particolari della propria personalità, gli slanci esagerati, le aspirazioni messianiche, l’istinto preponderante. Qualunque siano le contraddizioni di una personalità cristiana, rimangono comunque le opere, che nessuna inattività potrà mai cancellare dalla memoria.

 

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