DE OTIO – DE TRANQUILLITATE ANIMI

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Lucio Anneo Seneca, un miscuglio di idealità e realismo.

Due caratteristiche degli “inattivi” di Geova.

“Un albero non diventa solido e robusto se non è continuamente investito dal vento e sono queste raffiche che ne fanno il fusto compatto e ne rinsaldano le radici che si abbarbicano con maggior forza al terreno; fragili sono invece  quegli alberi che crescono in una valle tranquilla”.

l De otio (contemplazione) e il De tranquillitate animi (serenità) sono due opere di Lucio Anneo Seneca e fanno parte di una serie di dialoghi. Secondo il filosofo, la contemplazione – otium per i Romani – cioè il riposo dalle pratiche consuete, non è assenza di attività, così come la serenità non è assenza di emozioni ma equilibrio armonico tra di esse. Ci sono parecchie analogie tra quello che Seneca scrive e gli stati d’animo che coinvolgono i testimoni di Geova “inattivi”. Oltre a indicare il semplice ozio, l’otium racchiudeva altri significati, come la quiete, il tempo libero, la calma, la pace, lo studio. I due dialoghi sono dedicati a Sereno, suo amico, cui Seneca cerca di aiutarlo dai dubbi e dalle incertezze che lo angosciano dopo aver abbandonato l’impegno politico. Essendo stato molto attivo, Sereno, non può sconfessare tale periodo della sua vita. Seneca incoraggia Sereno a dedicarsi alla vita contemplativa, perché anche questa ha una componente di “attività”.

Per Seneca, il De otio (inattività contemplativa) non consiste nel distinguere il bene dal male, il piacere dalle virtù e così via, ma nell’osservare l’armonia in tutto ciò che ci circonda, così come si trova nella mente di Dio. Secondo Seneca, “siamo sballottati come dai flutti e ci attacchiamo a una cosa e poi a un’altra, in un altalenante avvicendarsi di desideri e pentimenti”. Ciò che Seneca vuol dire è che gli “inattivi” sono soggetti all’incostanza, ma anche alla curiosità, al desiderio di scoprire cose nuove. “Questa curiosità ce l’ha data la natura… ci ha creati quali testimoni di un così stupendo spettacolo”. “La Natura ci ha assegnato un luogo e ci ha posti nel suo centro, dandoci la facoltà di vedere ciò che ci circonda… sopra la posizione eretta ha messo il capo in alto e un collo snodabile, affinché si possa osservarla più facilmente…” “Il pensiero infrange le barriere del cielo, non si accontenta di conoscere ciò che si mostra allo sguardo”.

Il pensiero “inattivo”, secondo il ragionamento di Seneca vuole andare oltre l’universo, per vedere se lo spazio è illimitato o delimitato. Vive secondo natura chi si dedica completamente a lei per contemplarla. Tutto questo è azione, attività dell’inattività, azione della mente. E’ impossibile essere inattivi quando la mente è attiva. La vita contemplativa assume una legittimità quando è frutto di una libera scelta e non adesione passiva a uno stato di inattività letterale. In definitiva, se uno sceglie liberamente di contemplare il Creato e il suo Creatore, non può definirsi inattivo passivo, perché la contemplazione è azione dell’inazione.

 

L’inattività contemplativa è azione della mente

 

Il De tranquillitate animi, svolge il tema dell’inquietudine e del vuoto interiore: la moderna depressione. Per capire meglio il problema, Seneca fa esprimere il suo amico Sereno, riguardo agli stati di ambiguità, d’instabilità e di ondeggiamento, che da un po’ di tempo lo assillano. Sereno non si considera malato né sano, non si volge con decisione né al bene né al male, teme di cadere ma è lucido nel controllarsi, sa di essere instabile ma è anche consapevole che la sua instabilità non è pericolosa. “Ciò che mi turba non è la tempesta ma il mal di mare”. Sereno, si riferisce a uno stato di malessere dell’animo oscillante fra due estremi, la salvezza e la perdizione.

“Non sono abituato a scontrarmi con le persone… e quando mi capita qualcosa di storto, mollo tutto, affretto il passo per ritirarmi alla mia quiete, come gli animali tornano stanchi all’ovile”. Il problema di Sereno è di non riuscire a decidere né per un verso né per l’altro. Autoincensarsi, non serve, anzi danneggia più di un gregge di belanti adulatori. Seneca, è invece convinto, che il “depresso inattivo” passa da un desiderio all’altro, da una posizione all’altra, come il malato si rigira per trovare la posizione giusta  nel suo letto di malattia. Egli consiglia a Sereno l’alternanza fra la vita attiva e quella inattiva, perché in questo modo si mantiene vivo il desiderio dell’una e dell’altra, in quanto che la solitudine porta a desiderare la folla, la folla a desiderare la solitudine.

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“Sereno mio, chi si trova in questa situazione è già guarito, ma deve abituarsi alla guarigione”. La guarigione vera è il risultato della fiducia in se stessi, avere la convinzione di essere sulla strada giusta. Bisogna osare nella vita e pazientare. Certo, se alla lunga, i risultati non si vedono, può nascere la noia, lo scontento per lo stato deprimente di inattività che per pudore chi ne soffre non ne parla con altri, col risultato che il tormento resta chiuso in sé e non trovando uno sfogo finisce col soffocarsi a vicenda.

“In ogni caso bisogna agire” prosegue Seneca. “Non possiamo starcene incatenati e intorpiditi dalla paura”. “Di fronte ai pericoli non si getta allo sbaraglio la propria virtù, ma nemmeno la si occulta: non ci si salva seppellendosi vivi”. “Messo da parte ciò che non possiamo realizzare, poniamo mano a imprese che siano alla nostra portata, che arridano facilmente alle nostre speranze…”. “Facciamo in modo che la nostra fatica sia redditizia e sia il risultato proporzionato allo sforzo fatto…”. “Dobbiamo essere flessibili ma non volubili. Dobbiamo concedere al dolore quanto richiede la natura e non la consuetudine o fare la faccia di circostanza. Non assumere di fronte ad altri, atteggiamenti non conformi alla tua natura, devi essere spontaneo e non finto. Altrimenti si ha continuamente il timore di essere scoperti e questa preoccupazione può diventare una schiavitù…” “Un campo fertile non va forzato affinché produca di più, così una tensione continua toglie slancio alla mente…” “Carissimo Sereno, queste sono le medicine per scacciare i virus che inquinano la tranquillità. Sappi però che nessuna medicina può guarire un animo fragile e tentennante, se questo, da parte sua, non si munisce di attente e assidue cure”.

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