Dicono di amarti e ti criticano

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L’effetto pecora nera

Si dice che in ogni famiglia c’è sempre una pecora nera, riferito a quel familiare che non segue la tradizione e le abitudini, non condivide gli interessi e non si lascia facilmente addomesticare. Anche all’interno della congregazione quando qualcuno recalcitra, viene considerato una pecora nera. Alcuni affibbiano questa etichetta ai disassociati e agli inattivi. In realtà, molto spesso, più che pecora nera è un “capro espiatorio”. Ci sono alcuni che proiettano sulla “pecora nera” tutti i loro mali. Rivedono in essa una serie di atteggiamenti repressi ma ancora latenti. Rivederli nella pecora nera è come rivivere un passato che per loro è stato traumatizzante e per difendersi da se stessi reagiscono con la “pecora nera” in maniera scomposta.

L’etichetta di pecora nera non può rendere felici e non è nemmeno piacevole vivere con la sensazione di essere considerati tali. Va bene chiamarle pecore malate, azzoppate, ferite, disperse, lontane, e chi più ne ha più ne metta. Ma pecora nera, no! Purtroppo ci capita di sentire pure questo. E’ vero che nel momento in cui si decide di diventare inattivi, consapevoli o meno, si attraversa una linea di confine che convince più gli inattivi che gli attivi, ed è anche per questo che in congregazione sono guardati con preoccupazione e non di rado anche in maniera distorta.

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DICONO DI AMARLE E LE CRITICANO

Perché nella Bibbia, nelle riviste, nei video, nell’opuscolo Torna a Geova, si dice che bisogna amare queste pecore come le ama Geova, quando invece sono criticate e a volte anche aspramente? Perché una tale discriminazione? Si può pensare, che ogni religione si consideri detentrice della verità e guardi ogni cosa dall’alto verso il basso. Si può pensare che ogni religione ha le sue regole che la identificano e che la rendono “migliore” delle altre. Si può pensare che le pressioni fatte servano a mantenere l’unità e che certi comportamenti vanno puniti con pene esemplari. In realtà, non si accettano comportamenti devianti senza una severa punizione. In questo modo si mostra agli altri membri cosa succede quando le regole vengono violate. Spesso, dietro la pecora nera si nasconde una gran paura delle pecore bianche. Se la si lascia fare liberamente si potrebbe perdere il controllo su di essa. E’ impensabile vederla scalfire l’identità del gruppo e non far nulla per impediglierlo. Per questo è considerata una minaccia.

Paradossalmente, membri divisi fra loro, possono fare un fronte unico per contrastare chi manifesta i tratti della pecora nera. Concentrarsi su una pecora nera e demonizzarla, significa rafforzarsi e distrarre altri dai veri problemi che ci sono, ad esempio, nel corpo degli anziani. Pecore nere non si nasce ma si diventa, perlopiù sono le pecore bianche che le colorano di nero con le loro vedute negative e i loro problemi personali.

pec-nere-e-biancheAlcuni vedono la pecora nera in mezzo a loro. Altri si vedono una pecora bianca in mezzo alle nere.

L’APPARTENENZA A UN GREGGE NON RENDE AUTOMATICAMENTE FELICI. Questo è ciò che pensano molti che hanno lasciato il gruppo. Essi sostengono che continuare a identificarsi con quel gruppo vuol dire accettare passivamente questa etichetta, sottoponendosi ogni giorno alle critiche e alle maldicenze degli altri membri, senza possibilità di difendersi. Puoi soltanto reagire. Inoltre, si chiedono: Perché far parte di un gruppo che si lava le mani e non gliene importa un fico secco di chi sei e delle difficoltà che stai affrontando? Perché combattere una crociata soltanto per rivendicare un tuo diritto quando puoi vivere la vita che desideri lontano dal gruppo? Ci sono alcuni che accettano di farsi etichettare come una pecora nera e continuano a rimanere nell’organizzazione, sopportando ogni cosa. a volte anche contro la loro stessa dignità. Ci sono altri, invece, che decidono di andarsene via. Non provano nessun astio nei confronti del gruppo e per quanto possa dipendere da loro: amici come prima e l’etichetta di pecora nera, tenetevela voi. E così, qualcuno si convince, che alla fine della storia, lui era la pecora bianca e gli altri invece le pecore nere. Ci sono altri cristiani che modificano il loro atteggiamento per amore di Geova, confidano nella sua sapienza e vanno comunque avanti nel servirlo.

E’ vero che l’appartenenza a un gregge non rende automaticamente felici, ma non è detto che abbandonandolo si diventa più felici. Per alcuni può diventarlo, per altri può divenire un’ulteriore causa di infelicità. Non è Dio, ma l’uomo che fa distinzioni fra pecore nere e bianche. Agli occhi di Geova, siamo sì pecore diverse all’interno del suo gregge, ma unite nell’adorarlo. Bisogna stare attenti a non confondere la malvagità con le persone diverse che gli uomini considerano sbagliate dal loro punto di vista. Questi “diversi”, Geova non le allontana, non le critica, le avvicina a sé con grande affetto, perché le ama. La diversità è una caratteristica della Creazione di Geova ed è visibile in ogni specie degli esseri viventi. Dio stesso si considera diverso dagli altri dei. “Voi dovete essere santi (separati, diversi) come lo sono io”. E’ l’affannosa ricerca dell’uniformità a tutti i costi a soffocare la vitalità e la creatività della diversità e non di rado ad allontanarle o a farle allontanare dal gregge.

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Per approfondire:

buon-pastore-musei-vaticani   Non sei pecora se non appartieni al gregge, né pastore se sei estraneo alle pecore

pecore e pastore   Guarda le pecore e saprai com’è il pastore

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