Il difficile dialogo con chi soffre

Il cristiano che soffre è difficile, se non impossibile, conoscerlo veramente nell’intimo della sua sofferenza

Un fratello malato merita rispetto per la posizione “orizzontale” in cui si trova rispetto alla “verticalità” di uno sano. La posizione orizzontale in cui la malattia lo ha fatto cadere, lo costringe a vedere le cose in una prospettiva diversa. Un incontro tra il fratello malato e il fratello sano è un incontro tra disuguali.

Chi è malato considera i privilegi di chi è sano un’ingiustizia. “Chi è sano può “perdonarsi” il privilegio di star bene consentendo al malato di esprimersi come meglio crede e cosa crede, ascoltando in modo sereno, senza pregiudizi e senza pensare di saperne più di lui o di decidere per lui.

Chi soffre è attento a tutti e a tutto: osserva, ascolta, ricorda, collega, scandaglia le parole, i gesti, gli sguardi e i silenzi. Ogni dettaglio è importante. Sa che nei particolari sta il segreto della verità che gli viene detta. La banalità e la superficialità lo fanno stare ancor più male. Chi soffre ha un intuito molto acuto. Riconosce se qualcuno è andato a trovarlo per parlare di lui e del suo dolore o per parlare di sé.

Riconosce se è presente durante la visita o è assente; se dice o chiacchiera; se le sue parole sono frasi fatte o se provengono dal cuore; se si è andati a trovarlo per amore o per un senso del dovere. Tali percezioni sono difficili da spiegare a parole. Tuttavia rivelano a chi soffre i sentimenti di chi lo visita: se sono autentici o finti. Un tale incontro è tra persone reali e non tra personaggi di una commedia.

Un anziano che visita un inattivo non deve mostrare paura degli interrogativi senza risposta, dello sconforto, dei dubbi e delle incertezze. Altrimenti perché va a trovarlo? Quando si visita chi soffre, invece di sproloquiare è meglio tacere e ascoltare. Nulla dà più fastidio delle parole di un tuttologo, di colui che ritiene di avere ogni soluzione a ogni problema, presentandosi con l’articoletto della W o un versetto della Bibbia da leggere come la voce metallica di un GPS.

Questo atteggiamento, fatto anche con sincerità, può irritare o scoraggiare, perché potrebbe dare l’idea che il visitato non conosca le pubblicazioni o la Bibbia. Per fortuna che non tutti hanno questa reazione. Ma non si può negare che un approccio del genere può non essere positivo. In genere, chi è malato fisicamente non è detto che lo sia anche spiritualmente o non sia in grado di intendere e di volere. Alcuni, che a motivo della sofferenza o della malattia sono deboli nella carne, sono in realtà forti nello spirito.

Fa bene fare il bene anche quando si soffre. La sofferenza non sempre incattivisce o indurisce il cuore. Il dolore può scaldarci dal freddo dell’indifferenza, svegliarci dal sonno della ragione e purificarci dalle scorie dell’egoismo. Il dolore può diventare un potente strumento per fare il bene a sé stessi e agli altri.

Chiunque abbia esperienza del dolore è consapevole che non sono le parole altisonanti o quelle banali che aiutano a superare le difficoltà, ma le parole semplici, genuine, consolanti. Quelle pronunciate a mezza voce, sussurrate, con gli occhi che si fissano e gli sguardi commoventi che si intrecciano.

E’ la vicinanza delle emozioni e dei sentimenti la miglior medicina. Gesù non ci ha lasciato una teologia del dolore. Sapeva che nelle pene c’è sempre qualcosa di diverso da ogni altro sofferente. Non è il capire chi soffre che “asciuga ogni lacrima dai loro occhi”, ma il fidarsi di Geova, di affidarsi e confidare in lui. Purtroppo quando è il tempo per parlare non si parla e quando si vorrebbe non si può più. Forse è troppo tardi, forse il malato potrebbe non esserci più.

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Sul dialogo:

Saper dialogare è difficile ma si può.

Uno dei bisogni più profondi dell’uomo è il dialogo. L’uomo ha bisogno di sentirsi unito a una collettività.

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