Dissolversi senza traumi emotivi

E’ possibile l’eclissi dai testimoni di Geova senza subire ritorsioni?

Il testimone di Geova vive di apparenza e soddisfa i suoi impegni, prima a contatto, con altri Testimoni e poi con la gente in generale. Relazionarsi con altri è una caratteristica fondamentale dei Testimoni e lo si nota quando sono in predicazione: è difficile che passino inosservati. Le adunanze, le assemblee, il ministero di campo, sono momenti di aggregazione e non di dispersione. Rientra nello stile di vita di ogni Testimone socializzare con altri compagni di fede.

Un proclamatore che decide di smettere con le sue attività teocratiche, è automaticamente soggetto a provvedimenti disciplinari con conseguenze dolorose come l’emarginazione sociale e spirituale dalla congregazione? Oppure, può scegliere liberamente di dissolversi senza subire danni emotivi?

Non esiste una risposta univoca né una soluzione che possa andare bene per tutti. Ogni esperienza è unica e i fattori in essa implicati sono molteplici e spesso contraddittori e difficili persino da comprendere o da spiegare.

Un fratello inattivo ci racconta i modi che ha adottato per scomparire con discrezione dai testimoni di Geova senza subire pressioni psicologiche o danni emotivi da parte soprattutto degli anziani.

Inattivopuntoinfo non giudica le scelte di chi decide di diventare “inattivo”, non sta da una parte né dall’altra. Lascia che sia l’individuo a decidere cosa fare della sua vita. Inattivopuntoinfo riporta i fatti per quelli che sono, concentrandosi sul modus operandi degli “inattivi” e degli anziani delle congregazioni.

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Devo essere sincero, dopo aver scelto la discrezione, parlare di inattività dopo moltissimi anni di intensa attività spirituale, mi crea non poco disagio. Quando si racconta la propria storia c’è sempre un certo imbarazzo. Non mi è mai piaciuto “apparire” quando ero nelle condizioni per farlo, a maggior ragione adesso che vivo una vita ancor più riservata. Per questo motivo, cercherò di essere il più obiettivo possibile, cercando inoltre di non parlare dei particolari della mia vita, evitando se possibile, di toccare la suscettibilità di quei Testimoni sinceri che vivono con coraggio e con molti sacrifici la loro devozione a Geova.

Qualcuno potrebbe pensare che ciò che dico serve a giustificare la mia scelta. Non ho bisogno di nessuna giustificazione, né del plauso di altri, né del loro giudizio negativo. Tutt’oggi vivo la mia vita senza aver commesso nessuno di quei “peccati” che meritano un comitato giudiziario. Se rientrassi sarei all’istante un fratello a tutti gli effetti. Il mio unico “peccato” è stato solo quello di diventare “inattivo”.

Perciò, non mi importa più di tanto, quello che pensano gli altri. Ho la coscienza a posto. Da quando ho deciso di rimanere nella mia dissolvenza, sto facendo di tutto per rimanerci e quindi non vi racconterò la mia storia, ma vi dirò soltanto in che modo sono riuscito a eclissarmi senza subire conseguenze emotive e mentali. Sono stato invitato, a beneficio di altri, a raccontare il “modo” per uscirne senza traumi. Non so se altri possano beneficiarne. Ogni storia è a sé. Non è mia intenzione cambiare il destino di nessuno. Non ne ho facoltà, né potere.

Se ho delle perplessità in merito, non è tanto per la sincerità o la validità di ciò che dico, quanto per un’eventuale strumentalizzazione che altri possono fare a favore o contro i testimoni di Geova, che pur non condividendo alcune delle loro scelte, continuo comunque a rispettarli. Detto questo, non si diventa “inattivi” da un giorno all’altro. E’ una scelta maturata dopo un lungo periodo di turbamento interiore. E’ una lotta contro se stessi, contro il proprio passato, presente e futuro. E’ in questi momenti che gli anziani devono essere accorti e pronti per stare vicino a chi soffre.

Uno dei problemi spirituali degli anziani è quella incontenibile voglia nascosta di volere apparire durante le adunanze o alle assemblee. Uno degli obiettivi più ambiti dei nominati, specie se sono limitati, è quello di mostrarsi sul palcoscenico, avere i riflettori puntati addosso e guardare dal podio l’uditorio che pende dalle tue labbra.

Chi ha questa attitudine non diventerà mai un inattivo. Il primo passo che ho fatto, prima di diventare inattivo, è stato quello di imparare prima a uscire dall’ordine del mostrarsi e della sorveglianza teocratica, poi quello di sperimentare cosa si prova a perdersi tra la folla metropolitana, scomparendo nella moltitudine, osservando in silenzio la gente da inosservato.

Sono uscito di scena quando ormai l’apparire mi era diventato oppressivo, privo di ogni forma di gioia. Ho iniziato a farlo con discrezione e in maniera graduale. Imparai a scomparire lentamente e lentamente riapparire, seguendo un’alternanza regolata, fino a scomparire del tutto. Ben presto mi sono accorto che ciò che facevo non era solo una prova, ma stavo iniziando a dare vita a una forma di resistenza mentale che mi sarebbe stata utile e necessaria quando rinunciai prima a tutti gli incarichi e qualche anno dopo a non frequentare più le adunanze e il servizio di campo.

Saper essere prudenti nel dissolversi vuol dire esser capaci di non farsi troppo notare. Se da una parte, cedere il passo agli altri è uno dei princìpi fondamentali di qualsiasi buona educazione, dall’altra può essere una scuola in grado di generare dei rinunciatari che hanno vergogna di se stessi, dei deboli, delle anime servili. Pur essendo discreti, ci sono quindi, buone e cattive ragioni per diventare inattivi. L’inattività è un’esperienza non più rara come un tempo, certo ancora ambigua, ma sicuramente preziosa se fatta con discrezione e pudore.

C’è da dire, che la stragrande maggioranza dei Testimoni, cioè il popolo di Geova, in realtà non emergerà mai, ma sarà lui il grande “discreto” (dal lat. discretus, “discernere”, “moderato; contenuto entro giusti limiti; non eccessivo”). Il popolo “discreto”, è minoritario e impercettibile, persino quando si manifesta. Mentre, l’altro, “lo schiavo discreto”, dalle ultime notizie che di tanto in tanto vengo a sapere, sembra che negli ultimi tempi, per molti Testimoni sia tutt’altro che discreto, anzi viene accusato di avere una mania di grandezza di natura tecnologica e immobiliare. Discreto, oggi, è chi si sottrae alla passione della sua immagine pubblica, è colui che ha il pudore delle proprie azioni. E’ discreto nell’apparire.

Per quanto mi riguarda, provo tuttora un sottile piacere abbandonarmi tra la folla, assaporando la massima libertà di non essere riconosciuto, di essere uno dei tanti sconosciuti che si incontrano una sola volta nella vita. E’ straordinaria la sensazione di non dover rendere conto a nessuno di quello che fai. E’ impagabile la gioia di non nascondere nulla fino a non avere più nulla da mostrare, fino a rendere impercettibile la propria presenza. Alcuni l’hanno chiamata “felicità per sottrazione”. Nel senso che ti sottrai a questi giochi di potere, all’immagine di un super sé e alla paura di dover perdere ogni cosa.

Ti sottrai agli altri non per negarti o per timore, ma per affermare quello che in realtà sei dentro e non quello che la realtà ti impone di essere con gli altri. Quando mi giunse la nomina, mi ricordo bene le parole di un caro anziano e amico: “Caro fratello, benvenuto nel vero mondo dei testimoni di Geova. Ora che sei stato nominato, finalmente potrai conoscere la vera realtà dei tdG. Ciò che prima non vedevi ora lo vedi. Che Geova ti benedica”. Aveva ragione, l’esistenza di due realtà parallele tra i tdG, l’ho potuta verificare nel corso degli anni: una visibile ai nominati e l’altra invisibile alla maggior parte dei proclamatori.

Per carità, nulla a che vedere con il complottismo, la massoneria e tante altre stupidità del genere. Tante cose belle si dicono tra nominati, in realtà sono parecchie le cose brutte che si fanno e molte di esse non sono visibili ai proclamatori. E’ tutta qui la sostanza delle due realtà parallele.

Una volta che hai scelto di stare in mezzo alla folla, cominci lentamente, ad assaporare il “vecchio mondo”, che ora ti appare agli occhi come un “nuovo mondo”. In realtà è l’unico mondo reale che hai sempre conosciuto e dove sei sempre esistito. E’ una sensazione liberatoria spogliarsi di quell’abito ingombrante del nominato che ho indossato per anni e che incuteva timore quando avvicinavi qualcuno in Sala del Regno o decidevi di fare una “visita pastorale” a casa dei fratelli.

E’ straordinario vedere la folla che si diverte, le persone che parlano con naturalezza fra di loro senza preoccuparsi di chi gli sta attorno o di quello che altri possono sentire. Lontani dalle regole, dalle imposizioni, dagli sguardi di disapprovazione, svincolati dal pensiero unico e dai concetti omologanti, ciò che ora vedi intorno, ti sembra un mondo alla rovescia.

Molti si convincono che chi scappa dalla congregazione lo faccia per disprezzo o per odio verso i fratelli, gli anziani, l’organizzazione. Per me non lo è stato. Si esce da un mondo per entrare in un altro. La prospettiva si allarga e il mondo ti appare meravigliosamente molteplice. Non ti percepisci più come pecora in un solo ovile dove dentro il recinto ci sei tu e i tuoi compagni di fede. Il mondo allargato che appare ai tuoi occhi ha più bisogno di quanto necessitano i tuoi fratelli.

Si apre una esperienza nuova: l’abbandono del delirio di onnipotenza, di sentirsi indispensabili, di essere il responsabile di tutti e di tutto, di rinunciare a qualsiasi volontà di potenza. Dare aiuto e speranza a queste “persone del mondo”, scegliendo come e quando farlo, scomparire e riapparire quando vuoi tu, è un’esperienza che appaga il tuo spirito. Solo se vivi la profondità di queste persone riesci a darle un volto. Un volto diverso da quello satanico che hai pensato in tutti questi anni. Le persone dolci, amorevoli, generose, comprensive sono dappertutto e non soltanto nello spazio in cui hai sempre immaginato.

Se queste persone le eviti come puoi conoscerle a fondo? La differenza tra loro e i fratelli non è così tanto diversa. I problemi non guardano in faccia nessuno, tantomeno la religione. Tutto il mondo è paese. Quando impari queste cose, l’odio per il mondo, ora diventa amore per il prossimo.

Rendersi impercettibile ai radar degli anziani è forse per alcuni l’unico mezzo per sopportare il “dramma” personale che si vive all’interno delle congregazioni. Soprattutto quando diventa insopportabile il potere di quegli anziani che hanno trasformato l’adorazione in una messinscena, in un comizio rimbombante. Mi è capitato di conoscere la storia di altri inattivi e ho capito che non tutti vogliono diventare evanescenti. Alcuni vogliono solo “trasformarsi”, cercare nuove identità.

Agli inizi hanno il terrore di sparire. Quello che ne consegue poi è un senso di sollievo, una inaspettata pienezza. Diversi inattivi hanno scelto di sottrarsi al ronzio della logorrea teocratica e assicurarsi un angolo da dove cominciare a osservare in silenzio, cercare quei momenti in cui non sentono più l’adunanza crivellata di discorsi sempre noiosi e uguali, dove i presenti vanno via stroncati da un’indigestione di banalità e ovvietà. Per questi inattivi, la dissolvenza è come una scialuppa di salvataggio, in un oceano di loquacità, a volte anche patologica.

Lo hanno fatto rendendosi introvabili, non più rintracciabili. Alcuni sono spariti letteralmente e si sono trasferiti altrove. Altri invece hanno declinato ogni genere di inviti e contatti e lo hanno fatto con gentilezza e con fermezza. Altri hanno scelto (poco saggiamente) lo scontro e ne hanno pagato le conseguenze. Ogni tanto qualche anziano si fa vivo per telefono. Gentilmente gli rispondo che va tutto bene e se fosse necessario mi farò vivo io. Lasciarsi sempre in modo educato non costa nulla e fa risparmiare un sacco di problemi.

Quando si è nel “mondo” finisce il tempo di insegnare tutto a tutti. E’ il momento di godersi la scomparsa e scoprire finalmente il piacere di imparare liberamente ciò che si vuole, di fare una semplice domanda senza ricevere mille risposte prestampate, dall’affollato parolaio che è l’organizzazione. E’ bellissimo lasciare quel posto che hai occupato per tanti anni, ormai logoro dal troppo parlare a vuoto. Finalmente hai tutto il tempo per dedicarti a tutte quelle cose che hai rinunciato in questi anni. Io ho viaggiato molto e mi sono arricchito culturalmente.

Si pensa che la cultura sia un pericolo, bene, allora provate con l’ignoranza. Ho conosciuto posti meravigliosi, ho fatto tante esperienze di vita. Soprattutto ho viaggiato dentro me stesso, scoprendo molte cose dentro l’uomo interiore. Viaggiare e camminare possono sanare le ferite della vita. Il cristiano che sa relazionarsi è una persona che vive bene il suo stare da solo.

Desiderare di ritirarsi da ciò che eri prima e da ogni responsabilità, non deve essere confuso con un atteggiamento rinunciatario e passivo. Nessuno può conoscere fino a che punto la dissolvenza possa elevare e rigenerare. E’ la scommessa della vita. Puoi vincerla liberandoti dall’incantesimo o puoi perderla manifestandosi fugace e ingannevole. Molto dipende dallo spirito che ti motiva a cercarla e a perseguirla.

L’inattività, anche se fatta con prudenza e discrezionalità, è sempre un viaggio pericoloso. Non è vero che essa sia la via meno peggio da seguire, come qualcuno vuol far credere, certamente da percorrere, senza mai perdersi del tutto, perché il rischio è che tutto questo si trasformi in una comoda quanto perversa negazione spirituale e sociale.

Lo spirito con cui hai cercato l’inattività non puoi nasconderlo, perché prima o poi salterà fuori, come ad esempio, quando incontri i fratelli per strada. I fratelli, anche se non ti hanno cercato in questo periodo di inattività, non vuol dire che sono malvagi e che non ti vogliono più bene. Quando incontro i fratelli e le sorelle per strada, mi abbracciano, mi stringono calorosamente a sé. Quando ricordo loro alcune esperienze vissute insieme si commuovono, alcune sorelle hanno anche pianto.

Mi parlano con tanto affetto e mi dicono di ritornare. Non commettete il grave errore di approfittare di questo incontro per scaricare la vostra rabbia contro questo o quello. Non abbiate la felice idea di dire che non siete più d’accordo con questo insegnamento o con questa dottrina, che la Bibbia insegna diversamente. Ogni cosa che dite può ritorcersi contro. Non siate negativi con chi genuinamente gli ha fatto piacere vedervi.

Non smontate la loro fede. Ma non smontate nemmeno la vostra fede con ragionamenti perfidi e distruttivi. Lasciate che ognuno sia libero di credere ciò che sinceramente vuole. Rispettateli se volete rispetto. Non fate una crociata se avete subito una grave ingiustizia che vi ha fatto allontanare dalla congregazione. I fratelli non capirebbero. Loro si ricordano di voi e dei momenti belli vissuti insieme. E’ dannoso guardarsi indietro con rabbia, né avanti con livore, ma è saggio guardarsi attorno con la consapevolezza di aver fatto la cosa migliore

Chi sa solo lamentarsi è considerato come uno che soffre di vittimismo patologico. Nella vita è meglio avere pace che ragione. Con l’esempio si può insegnare anche in silenzio. Lasciatevi in maniera amichevole, come quando si cambia un posto di lavoro. Si potrebbe dire: “Sono contento di averti incontrato. Mi ricordo ancora delle belle cose che abbiamo fatto insieme. Nella vita non si sa mai cosa ci riserverà il futuro.

Chi può saperlo? Lasciamo ogni cosa nelle mani di Dio”. Lasciare sempre una fiammella di speranza. Non sappiamo che cosa potrà riservarci realmente il futuro. Se inizi una guerra sappi che potresti perderla, sia in senso emotivo che mentale. Alla fine sei solo tu a rimetterci. Il mondo dei testimoni di Geova girerà comunque, con la vostra rabbia o senza.

L’inattivo equilibrato deve imparare a saper stare al posto giusto e alla giusta distanza tra il mondo di prima e quello di adesso. Avvicinandoci troppo alla Luna, avremmo un “mondo putrido”, del silenzio, dell’oscurità, del troppo crudo; ma con l’avvicinarci troppo al Sole c’è il rischio di bruciarsi per il troppo calore; di rimanere accecati dalla troppa luce; di diventare troppo cotti e secchi. Esaltare troppo il mondo e le sue cose non è saggio, così come non lo è combattere contro quella che per molti anni è stata per noi la potenza della luce.

I cambiamenti nella vita sono a volte inevitabili, ma crescere come una persona libera è una scelta. E’ vero, certe decisioni ci fanno perdere qualcuno di importante o qualcosa di prezioso, ma se si decide di non prendere nessuna decisione, c’è il rischio di perdere se stessi.

“L’inattività dovrebbe essere un momento di libertà, in cui il cielo si apre dopo un nubifragio, uno spazio di luce per riprendere fiato e ritornare se stessi per vivere la propria vita. Saper scomparire è l’arte di vivere questa nuova vita con discrezione”.

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Commenti (1)

  • Alan Bianchi

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    Uno degli articoli più convincenti di tutti i blog che parlano di tematiche care ai Testimoni di Geova!
    Grazie di cuore per aver pubblicato questa esperienza. Sono in condizioni simili a quelle del fratello che vuole tornare dietro le quinte. Avevo già preso la mia decisione prima di oggi. La consapevolezza è un percorso individuale, e non deve mai andare ad infrangersi contro la propria coscienza. Non si può affrettare, è qualcosa che deve partire dal di dentro della persona.
    Poi, al bivio, la strada che si prenderà sarà diversa a seconda dei casi.
    E nella maggioranza di questi casi non significherà affatto abbandonare il Signore Yahweh.

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