Don Abbondio, un parroco di «coccio»

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Una similitudine con i tanti anziani di congregazione che “tirano a campare”.

“Il coraggio uno non se lo può dare” diceva un rassegnato don Abbondio al cardinale Federico Borromeo per giustificare il suo comportamento codardo nella vicenda di Renzo e Lucia. Don Abbondio conosceva molto bene la dottrina della Chiesa, ma in lui non era attiva, lui era in letargo. Nessun insegnamento lo destava dal suo torpore, né scuoteva la sua coscienza. Forse non era mai andato oltre la sufficienza dei suoi incarichi e la sua fede era diventata superficiale e meccanica. Chissà se avesse mai supplicato Dio di dargli più coraggio nell’assistenza alle pecore che la Chiesa gli aveva affidato. Di fronte alle domande pressanti e incalzanti del cardinale Borromeo, don Abbondio tergiversa, fa dei ragionamenti sconclusionati al punto di diventare “piccino piccino”. Manzoni racconta che la vocazione non è stata una scelta di fede da parte di don Abbondio, ma una decisione opportunistica e lo presenta come una persona egoista che pensa soltanto ai suoi interessi:

“Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta. […] Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare”.

 Non un nobile, non un ricco, coraggioso ancor meno, don Abbondio, aveva capito che in quell’ambiente era come un vaso di terracotta in mezzo a molti vasi di ferro. Aveva assecondato di buon grado la richiesta dei parenti di farsi prete. In questa veste, più che pensare agli obblighi da adempiere, si preoccupava di procacciarsi di che vivere con qualche agio e mettersi in una classe privilegiata e forte.

 La paura che caratterizza don Abbondio è in realtà una conseguenza del suo egoismo. Quando afferma “Il coraggio, uno non se lo può dare”, il cardinale ribatte che coloro che hanno a cuore il ministero cristiano amano il gregge, lo curano e provano delizia in esso, perché l’amore è intrepido e non cede alle debolezze, nemmeno di fronte ai soprusi del potente di turno. “La Chiesa vi ha insegnato che dove comincia il pericolo cessa il dovere? Non v’ha avvertito che vi mandava come un agnello tra i lupi?”. Chissà quante volte il nostro prete avrà letto e predicato tali parole di Gesù. Per fargli capire la gravità del suo comportamento, il cardinale gli mostra le conseguenze del suo operato. L’appassionata reprimenda non incide più di tanto nella mente e nel cuore di don Abbondio. La commozione a cui il parroco si abbandona al termine del colloquio è del tutto momentanea, come dimostrano in seguito le sue azioni. Forse non ha mai amato, né il suo cuore si sarà scaldato di affetto. Le sue giustificazioni sono le “ragioni del coniglio” (Pirandello).

C’è anche da dire “da che pulpito arriva la predica”. Molti cattolici, riconoscono nel cardinale, un modello religioso da ammirare e da stimare per i suoi modi di fare gentili e cortesi, anche se qualche volta bruschi. Tuttavia, lo stesso Borromeo, durante il suo ministero, tradisce e inganna un prete di sua fiducia, Giuseppe Ripamonti, firmando una sentenza del Tribunale dell’Inquisizione dove il Ripamonti viene condannato con l’accusa di aver negato l’immortalità dell’anima e per aver conversato con uomini inquisiti dal Sant’Uffizio. Ripamonti finì in carcere per quattro anni e visse per tutta la vita in uno stato “di libertà vigilata”.

don abbondio in preda alla pauraDon Abbondio è il prototipo di tutti i pastori religiosi paurosi, complici delle angherie dei potenti di turno. Un simile atteggiamento si può scorgere nelle congregazioni dove novelli don Abbondio, dei veri vasi di coccio, cercano di non pestare i piedi ad altri anziani o al sorvegliante di turno, tirando a “campare” senza incorrere in problemi e intoppi. Alcuni di questi non stanno né con la congregazione né con il corpo degli anziani. Non vogliono rogne e non si espongono più di tanto. Lasciano fare, anche quando vedono cose sbagliate. Ci sono poi altri che si schierano con il sorvegliante e con il corpo degli anziani anche quando si rendono conto che le direttive sono sbagliate o notano che certi modi di fare contrastano con le norme bibliche. Amano il quieto vivere e i privilegi. Coraggio don Abbondio, se l’Organizzazione invece di stare dalla tua parte, inculcando al gregge l’ubbidienza e la sottomissione, è disposta a cambiare questo atteggiamento nei confronti di anziani pavidi e codardi come te, sei ancora in tempo per cambiare anche tu, forse… (ciò che è dritto non si può fare curvo e ciò che manca non si può contare).

Don Abbondio rimase quello che realmente era: un vile egoista che sfruttò il suo incarico per vivere una vita agiata e riverita, imitato ai giorni nostri da tanti piccoli preti di congregazione, che fanno di tutto per evitare i problemi dei fratelli, sacrificando la loro dignità sull’altare dei privilegi e dell’inezia. C’è comunque da sottolineare, che se il Manzoni contrappone all’egoismo di don Abbondio la carità di fra Cristoforo e quella del cardinale Borromeo, anche nelle congregazioni cristiane esistono ed operano in prima linea anziani capaci e amorevoli, che hanno a cuore l’interesse delle pecore che Geova ha affidato loro.

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Commenti (1)

  • Actarus

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    Articolo veritiero, scritto con raffinatezza e intelligenza riflessiva. Il punto è che anche se si mostra coraggio, come giusto che sia, contro i tiranni di turno, e chi scrive è uno che ha parlato sempre anche con co, di dignità, onore, rispetto per i fratelli maltrattati nella completa assuefazione abnorme circolante nella tramortita ecclesia, svuotata del suo valore e del rispetto dei suoi componenti di cui gli artefici principali sono coloro che governano burocraticamente dal nuovo mondo americano, costruendo attraverso il laboratorio di scuole per gli anziani, circolari e intendimenti pazzoidi, anziani di plastica, vili don abbondio, innamorati di poltrone. Questi se pur hanno qualità proprie, con la scuola americana inizia la tragedia. Quindi il problema è relativamente periferico ma soprattutto geneticamente apicale! Un cordiale saluto.

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