Dopo un grande dolore

di Emily Dickinson

Ci sono esperienze talmente dolorose che ci lasciano stranamente freddi nell’animo e nello spirito. Ci muoviamo, non più con quella naturalezza di prima, ma in maniera meccanica. Il cuore sembra irrigidito e indifferente, le emozioni circospette e formali. «Questa è l’ora di piombo», scriveva la poetessa statunitense Emily Dickinson (1830-1886). Ci rassicura che passerà anche questa. Prima c’è «il gelo, poi lo stupore e infine la resa».

Dopo un grande dolore

Dopo un grande dolore, i sensi solenni s’atteggiano –
Come tombe i nervi siedono cerimoniosi –
Il cuore, irrigidito, si chiede: fui io a sopportare
e fu ieri, o secoli addietro?

Meccanici si muovono i piedi –
Percorso di terra, di aria, di nulla –
Un cammino legnoso,
che va a caso,
una pace di quarzo, come pietra –

Questa è l’ora di piombo –
che ricorda chi sopravvive,
come gli assiderati, la neve –
Dapprima una sensazione di freddo – poi lo stupore –
Infine la resa.

Emily Dickinson trascorse gran parte della sua vita in un isolamento volontario, tra tensioni e privazioni, ossessione della morte, desiderio di un Dio assente e contemplazione della Creazione come manifestazione divina. I suoi versi, concepiti nel dolore assumono l’aspetto pesante del piombo o diventano laceranti come l’attesa e la resa. Dopo un grande dolore, i nervi riposano come i resti mortali vengono deposti in una tomba. Il prosieguo dei giorni è monotono, dove anche la pace diventa dura come il quarzo. Per chi sopravvive al dolore, la vita è un periodo plumbeo, di un’opprimente cupezza. Se ne esce, prima intirizziti e intorpiditi dal gran freddo della vita, poi increduli e disorientati, infine l’abbandono e la resa. La vita va avanti comunque.

Giobbe disse: “La mia anima prova certamente disgusto della mia vita. Darò certamente sfogo alla mia preoccupazione circa me stesso. Parlerò, sì, nell’amarezza della mia anima!” (Giobbe 1:2, 18, 19; 10:1) Giobbe non poteva più  contenere l’inquietudine. Aveva bisogno di sfogarsi; doveva ‘parlare’. Similmente Shakespeare scrisse nel Macbeth: “Date al dolore la parola; il dolore che non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi”. Esternare i propri sentimenti può aiutare ad alleviare il dolore.

Inoltre, la Bibbia ci assicura: “Geova è vicino a quelli che hanno il cuore rotto; e salva quelli che sono di spirito affranto”. (Salmo 34:18) La pace che Dio concede “sorpassa ogni pensiero” e custodisce il cuore dal gelo e i pensieri dai giorni plumbei. (Filippesi 4:6, 7) Anche se coloro che dovrebbero starci più vicino stanno alla larga perché non sanno cosa dire o fare, con il tempo il grande dolore, qualunque sia la causa, prima o poi si attenuerà, mentre i ricordi belli e preziosi prima della grave sofferenza non vi abbandoneranno mai. Geova, il Padre delle tenere misericordie e l’Iddio di ogni conforto, “ci conforta in tutta la nostra tribolazione”. (2 Corinti 1:3, 4). Dopo il periodo di piombo, la vita va avanti. Prima c’è il gelo, poi lo stupore e infine l’abbandono del dolore.

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