Durezza esteriore o forza interiore?

«Lo schiavo del Signore non ha bisogno di contendere, ma di essere gentile verso tutti».  – 2 Timoteo 2:24.

La ferita di un tradimento fraterno, il dolore per tutte le attività da tdG, la disillusione per ciò che si credeva genuino, l’amarezza del sentirsi allontanati, dimenticati e un groviglio di altre vessazioni possono indurre anche la persona più gentile a evocare rabbia e risentimento. La vita è piena di sgarbati, irriconoscenti, insensibili e di strette di mani attorcigliate di filo spinato, ma reagire col malanimo significa mostrare la propria fragilità.

Purtroppo nessuno è immune da scortesie e cattive maniere. Facciamo di tutto per dimenticare questi gesti quando ne siamo responsabili, preferiamo non soffermarci sulle conseguenze che ne derivano. La gentilezza è anche gratitudine e ha buona memoria: non si dimentica dei fratelli e delle sorelle che ci hanno fatto del bene. 

Gentile è un aggettivo che in origine significava appartenente a una famiglia; della stessa gente. E’ un requisito dei tdG, in particolare di chi ha la responsabilità di sorvegliante. Nei confronti dei Tessalonicesi, Paolo usa un termine greco per descrivere il comportamento che hanno una nutrice nei confronti di un bambino; un insegnante con alunni refrattari; i genitori verso i propri figli: “Divenimmo gentili in mezzo a voi, come quando una madre che alleva i propri figli e ne ha tenera cura”. – 1 Tessalonicesi 2:7.

Quando si parla con gentilezza si contribuisce alla pace e all’unità e si dimostra di avere grande forza interiore, perché la gentilezza è una forza che tende a edificare spiritualmente. Geova è un Dio gentile, pur essendo virile. Si paragona nei suoi sentimenti a una madre che allatta e che prova compassione per “il figlio del suo ventre”. – Isaia 49:15. Anche Gesù è conosciuto per i suoi modi gentili. Si paragona alla chioccia che “raduna la sua covata di pulcini sotto le ali”. – Luca 13:34.  La gentilezza è dunque una delle caratteristiche della personalità cristiana.

ESSERE GENTILI CON GLI INATTIVI W 1/2/2003 Paolo provava empatia per le persone inclusi i deboli. Quando andate a trovare un cristiano spiritualmente debole, assicurategli che è prezioso agli occhi di Geova e che tutti i suoi Testimoni sentono molto la sua mancanza. (1 Ts 2:17). Ditegli che siete per lui “un fratello nato per quando c’è angustia”. (Prov 17:17) Le nostre espressioni gentili possono sollevarlo dolcemente e toccarlo nel cuore al punto da consentirgli di tornare a Geova.

La gentilezza è un modo di prendersi cura di chi, stando male, ha bisogno di una parola di conforto e di un gesto che rendano meno dolorosa la solitudine dell’anima. Essa avvicina ai cuori che soffrono le ferite della vita. La gentilezza non costa grandi sacrifici o sforzi sovrumani. Quanti malintesi, incomprensioni, conflitti e malumori si sarebbero potuti evitare con un comportamento gentile e cortese.

Chissà quanti non sarebbero diventati inattivi. Molti rapporti tra fratelli non si sfalderebbero se la gentilezza, che ci fa essere empatici, vivesse nel nostro cuore in pianta stabile. La gentilezza è una qualità che ci aiuta a interpretare la fragilità, i timori, le angosce e la tristezza dei nostri conservi cristiani.

Ci sono fratelli e sorelle, che senza saperlo, sanno essere comprensivi e garbati in tante situazioni. Trovano le parole adatte e sanno agire bene, rafforzando gli altri nelle congregazioni. Smorzano le tensioni, non si dimostrano impazienti o indifferenti. Sono cristiani, in genere donne, dove la cultura, i libri, la psicologia, la nomina, contano poco.

Sono loro le portatrici di quella conoscenza che emoziona e che apre i cuori sinceri e sensibili. Sono doti innate che non si studiano e che non vengono come conseguenza di una nomina a servitore di ministero, anziano e sorvegliante di circoscrizione. Questo non vuol dire che se non si è portati per indole a essere gentili non ci sia più spazio o nulla da fare. In questi casi è necessario educarsi, imparare l’empatia.

La gentilezza è necessaria perché ci insegna a vedere in pari dignità. Siamo tutti fratelli eguali, figli di Geova, nostro Padre. Essa ci impone l’obbligo morale di essere solidali. Questo senso del dovere non è un obbligo pesante. Basta un po’ di attenzione e di riflessione. A volte sono sufficienti poche parole scelte con cura. La gentilezza o la nobiltà d’animo ha a che fare con la dignità degli altri. Se essa vive nel nostro cuore, vive anche la dignità degli altri. Ricordiamocelo nelle nostre relazioni personali.

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