E’ sempre la stessa storia!

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Perdiamo le rotelle del cervello senza neanche accorgercene.

L’irrequietezza è una caratteristica dei tempi moderni. I testimoni di Geova non ne sono immuni. La calma dell’anima, intesa come equilibrio con se stessi e con gli altri, è uno dei concetti fondamentali della nostra esistenza cristiana. Chi ha conoscenza di se stesso sa che i difetti di cui si soffre sono evidenti da una parte e nascosti dall’altra. I difetti più insidiosi sono quelli che si approfittano delle nostre debolezze, facendoci credere di non essere né malati né sani, oppure di essere sani o malati, senza sapere il perché.

Se la troppa attività rende irrequieti, la troppa inattività rende la tranquillità sin troppo benevola con se stessi. E’ difficile ammettere a noi stessi la verità di ciò che realmente siamo. Spesso ci lamentiamo dei nostri mali e della nostra sorte, come se fossimo i soli nell’universo a patirne le conseguenze. Come disse, appropriatamente Pietro: “In quanto alle sofferenze, si compiono nell’intera associazione di fratelli che sono nel mondo” – I Pietro 5:9.

La stabilità dell’anima e la solidità dello spirito non significano gloria di essere qualcuno in congregazione o in circoscrizione, occupare la posizione di anziano o sorvegliante, avere l’ammirazione dei fratelli per delle straordinarie capacità naturali. Molti che possiedono queste cose non riescono a liberarsi dalla morsa che una tale posizione impone. Anzi, dicono di dover continuare a portare avanti questo ruolo, che piaccia o no, come se fossero gli unici eletti ad avere sulle loro teste, le lingue di fuoco dello spirito santo. Individui del genere sono soltanto spiriti che svolazzano nell’etere.

Poi ci sono gli indolenti e gli annoiati. Anche questi, pur non agitandosi come gli iperattivi, non per questo sono tranquilli. A seguire, troviamo i lamentatori, che cambiano continuamente maniera di vivere e alla fine girano e rigirano per tornare sempre allo stesso modo di vivere. Per non parlare poi dei paranoici incattiviti, che hanno il frullatore al posto del cervello.

Altri, e sono la maggioranza, procedono con la stessa andatura, non perché sono convinti della loro strada, ma piuttosto perché ormai sono già in cammino. Questi non soffrono per niente, poiché sono chiusi in se stessi, da divenire stantii e indifferenti. Sono quelli che non sanno, né s’interessano di sapere. Poi, quando scoppia lo scandalo, sentono il rumore, tirano fuori la testa, si guardano intorno e come se nulla fosse, ficcano di nuovo la testa sotto la sabbia.

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E che dire degli ostinati, persone che persistono con caparbia tenacia nei loro atteggiamenti. Da un lato non possono abbandonare ciò che hanno intrapreso, ma dall’altro hanno perso il coraggio di cui avrebbero bisogno. Si disperdono, si appiattiscono e alla fine s’irrigidiscono. Intanto i giorni passano e la vita trascorre, disillusi si ritirano nel loro mondo ovattato in balia dell’ozio e del non far niente.

E’ sempre la stessa storia. Si comincia a vivere solo nel momento in cui si fa qualcosa e nel momento in cui qualcosa succede, se non succede nulla, allora è tutto inutile. Mancando di riflettere sulla propria condizione, perché questo peggiorerebbe la situazione, i finti attivisti e i paladini della libertà, alla fine non sanno più cosa fare, perché confondono la vera libertà con la liberazione dalle costrizioni che non gli permettono vera autonomia.

E il non far niente è insopportabile. Il risultato è un bell’esaurimento nervoso. Pensando che sia meglio fare qualcosa che non fare niente, però non trovando nulla da fare, incominciano a provare invidia e a disprezzare gli altri che sono felici. Poveretti che sono. Hanno bisogno del trambusto delle attività. Sono i drogati del podio, dei privilegi mancati e del far mostra di sé. Maschere senza teatro. Tra questi, nel palcoscenico della vita, hanno un posto di primo piano, i perseguitati che perseguono i loro persecutori in un rincorrersi gli uni con gli altri come in una caccia alle streghe e alla fine non si riesce più a capire chi è il persecutore e chi il perseguitato.

Siamo travolti da un’alluvione di stimoli, consigli e informazioni. Messaggeri, profeti, riformisti, conservatori, alieni e spirituali, tutti dicono tutto e il contrario di tutto. Alla fine, non avendo più niente da dire, cercano di fuggire da se stessi, ma solo per rincorrersi, mentre il loro ego fugge con essi. Non sopportano più né il troppo lavoro, né il troppo ozio.  Pianificano la loro vita, si attivano per fare qualcosa, eppure sono sempre al punto di prima. Alla fine, sono esausti e privi di idee. E’ sempre la stessa storia.

«La vita passa, si cerca il riposo combattendo gli ostacoli e una volta superati, persino il riposo diventa insopportabile». (Blaise Pascal)

Per natura non siamo mai contenti, né se siamo attivi della nostra attività, né se siamo inattivi della nostra inattività e nemmeno se stiamo con o senza Geova. Chi è scontento dell’organizzazione non sa se andare via o rimanere; chi l’organizzazione l’ha lasciata è scontento di esserci stato e fa di tutto per scontentare chi ci rimane; gli inferiori sono scontenti dei superiori che Dio ha permesso di stare sopra di loro, mentre i superiori sono scontenti che Dio li abbia posti sopra gli scontenti.

Dio che non può essere scontento di qualcuno sopra di lui, perché c’è solo lui, allora è scontento di tutti quelli che sono scontenti sotto di lui. Siamo irrequieti nello spirito e pretendiamo la quiete dell’anima. Perdiamo le rotelle del cervello senza neanche accorgercene. Non siamo mai contenti, critichiamo tutti e tutto e ce la prendiamo col mondo intero. E’ sempre la stessa storia: uomini piccoli e insignificanti, polvere nella bilancia della Creazione, che non hanno la grandezza di riconoscere la loro dimensione di fronte alla vastità e allo splendore dell’Universo.

Uomini che non sopportano la loro debolezza, che non si conoscono e non vogliono conoscersi per quello che sono, perché temono di riconoscersi e di essere riconosciuti. Essere umani che hanno perso ai loro occhi la propria dignità di cristiani e che sottraggono ai traviati come loro la responsabilità delle loro azioni. Colpevole non è mai il reo, ma sempre il suo ambiente spirituale: il corpo direttivo, gli anziani autoritari, gli ambiziosi, i Giuda teocratici.

Attribuendo ad altri le loro colpe, fanno credere di essere vittime innocenti e giacché non si sentono responsabili di nulla e men che meno di se stessi, avvelenano il loro spirito e quello di chi gli da retta.

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