Tutto ebbe inizio con l’amore

Nessun sentimento ha il potere di condurre, chi come me aveva iniziato a studiare la Bibbia con i Testimoni di Geova, a un incontro così vicino con me stessa e con la congregazione, quanto l’amore.

Sono sempre stata sensibile all’amore genuino e sincero. Per me è la fonte della vita e quando ho voluto provare se esistesse anche tra i Testimoni di Geova, devo ammettere che vi sono approdata dolcemente. Mi sono sentita viva, scorrere la vita dentro. In congregazione avevo scoperto il sapore della gioia e dell’entusiasmo. Lì dentro ho trovato il luogo che ho sempre desiderato raggiungere e nel quale godere la felicità. Quei primi incontri con persone sincere, entusiaste della vita, così premurose e profonde, i loro visi raggianti, i gesti affettuosi, le parole, i sogni, i risvegli…

La vita per me aveva perso ogni interesse, finché non ho conosciuto una testimone di Geova con la quale ho imparato gli insegnamenti principali della Bibbia. Tramite lei ho conosciuto persone splendide che mi hanno accolta come una di loro. Da allora il mio cuore ha iniziato a pulsare in maniera più veloce a un ritmo nuovo e incalzante. Accucciata da troppo tempo in un angolo della vita, finalmente mi ero rialzata, ho guardato fuori di me e ho riscoperto un mondo tutto nuovo e sconosciuto. Un turbinio di emozioni. In quegli anni ho recuperato parte di me stessa, sono ritornata ad amare, a prendermi cura e a saper attendere. Ero guarita, rinata.

Finalmente mi ero liberata di quella sensazione sofferente dell’animo e della mente, di quella desolazione di non avere nessuno a cui offrire il proprio affetto ed esserne ricambiata. Non poter amare e non essere amate è come vivere nel deserto. Avevo superato l’angoscia della solitudine, quell’angoscia che nasce da separazioni dolorose. L’amore è la più grande consolazione. Esso ripristina il contatto con se stessi e con gli altri. Contatti che avevo dolorosamente chiusi dentro di me da molto tempo. Nulla come l’amore ci tiene compagnia. E’ misteriosa la sua forza di sedare l’angoscia e di infondere fiducia e speranza.

Come una bambina in affidamento sono stata avviata verso le relazioni spirituali con altri componenti della congregazione, nel rispetto e nella collaborazione fraterna. Nell’esperienza rassicurante dell’amore sono cresciuta superando le paure che inevitabilmente accompagnano il cammino di chi si trova a dover parlare della Bibbia a degli sconosciuti o all’intera congregazione. I Testimoni con i quali ho iniziato a studiare la Bibbia sono i primi quelli con cui ho intrecciato dei legami. E l’esperienza di quei legami ha segnato per sempre la mia vita. Ho notato che i sentimenti genuini e distorti nascevano anche in congregazione. Lì si scopriva che cosa significasse amare, essere amati, essere in conflitto, riconciliarsi, distinguersi. In congregazione si avverte il bisogno di essere amati, non è qualcosa di superfluo che, se c’è bene, se non c’è, fa lo stesso. E’ un bisogno primario di tutti.

Essere amate è avere qualcuno a cui importa che noi viviamo. E’ essere qualcuno per qualcuno. E’ avere fratelli e sorelle che ci riconoscono e ci accettano così come siamo, senza rinunciare a migliorare. Ho conosciuto sorelle con le quali era possibile guardarci liberamente negli occhi, senza alcun timore, senza intermediari, senza sentirsi minacciate, anzi sapere con certezza che qualcuno è lì e non mi avrebbe abbandonata nel momento del bisogno.

Ho conosciuto anche giovani, anziani, bambini, con un male oscuro dentro: quello di non essere amati o di non sentirsi amati abbastanza. E’ impensabile immaginare la sofferenza che si prova quando si è privati dell’amore dovuto. L’appartenenza a una congregazione in cui tutti concorrono a creare un clima di attenzione reciproca aiuta i fratelli a interiorizzare i modi di fare nella verità. Inserita in un clima ricco di calore fraterno, ho avuto la possibilità di partecipare alle attività teocratiche e di scambiare esperienze che arricchiscono tutti senza impoverire nessuno. Ho imparato che l’amore non lascia le persone come sono. Chi ama ed è amato è indotto in un processo di empatia: io divento lei e lei diventa me.

Amare ed essere amati è un bisogno che ci accompagna per tutta la vita, nasce con noi e muore con noi. Si può commettere un’ingiustizia o esserne vittima, ma il torto più grave, la ferita più profonda è privare l’altro dell’amore, negandole quell’affetto di cui ha bisogno, a cui forse ha diritto e che le è stato forse promesso per mare e monti. L’amore è un dono sincero. Sta qui la sua preziosità ma anche il suo limite: la gioia di chi lo riceve e la sofferenza di chi lo attende ansiosamente davanti alla porta di casa sua. La peggior disgrazia che possa capitare è di non essere amati. Nasce da questa sensazione il malessere oscuro che ti priva della voglia di vivere la vita.

Ho conosciuto molti malati della stessa sofferenza. La stessa malattia ha il potere di accomunare, di entrare in comunione con chi vive il tuo stesso dolore. Unisce più il dolore che il piacere, l’aver sofferto insieme che l’aver goduto insieme. Una comunanza che si traduce in dialogo, interessamento, confidenze, scambi di numeri telefonici. Dalla congregazione alle consulenze psichiatriche e alle sedute psicoterapeute. Chi poteva immaginarlo! Eppure è successo e non sto qui a raccontarvi le mie vicende, né di chi sia la colpa. Ormai ogni cosa fa parte del mio passato. Oggi, nell’autunno della mia vita, vivo nella mia inattività e non sono più in grado di dare una definizione dell’amore, né cosa esso sia, né cos’è stato per me. Mi è difficile pensare che qualcuno a distanza di anni mi pensi ancora, qualcuno a cui importa che io esista. Ogni tanto passava qualcuno a trovarmi, ora sono anni che nessuno viene più a trovarmi, nemmeno per un invito alla Commemorazione.

Ho conosciuto persone che in un semplice gesto d’amore hanno visto una minaccia, persone che hanno confuso una frase con un’ostilità, mettendosi sulla difensiva, irrigidendosi. Col tempo sono naufragati e hanno fatto naufragare anche la fede degli altri. Allora si fanno avanti i ripensamenti e i pentimenti, le amarezze e le cose perdute, tutte cose che si consumano in gesti meccanici e abitudini senza passioni, in silenzi astiosi e insofferenti. Non c’è più anima per niente, non si ha più nulla da dire né da ascoltare. Ci si raduna insieme alle adunanze e ci si ignora. Ogni inizio è già la fine, ogni volta che ci si saluta, se ci si saluta, potrebbe essere l’ultima volta, perché tacitamente son venute meno sia le promesse che le attese. A questo punto ci si chiede se ci si potrà innamorare di nuovo di una persona, di una religione, di un Dio. Forse il segreto sta nel non innamorarsi per caso, ma perché bisogna volerlo, bisogna desiderarlo con tutto il cuore.

Un’inattiva

La foto in alto non ha nessuna relazione con la storia raccontata.

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Sulla congregazione:

  Stare bene con gli altri

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