Educare ad amare l’autorevolezza

Chi non ama il suo essere cristiano non potrà mai realizzarsi né migliorarsi

Colui che non è felice di adempiere il suo ruolo di cristiano tdG prima o poi subirà effetti negativi sulla sua salute spirituale ed emotiva. Amare l’autorevolezza così come Cristo l’ha insegnata contribuisce notevolmente alla propria felicità. Non bastano le parole per definirsi cristiani, si deve amare quello in cui si crede. «Anche se cantate come angeli, ma non amate il canto, rendete l’uomo sordo alle voci del giorno e della notte» (K.Gibran).

Purtroppo, si constata come siano in molti a essere insoddisfatti nell’organizzazione dei tdG. Il perdurare di questa insoddisfazione produce effetti negativi in termini di gioia e di progresso. Un buon numero di proclamatori cerca di sottrarsi alle proprie attività non frequentando le adunanze e non predicando più come un tempo. Alcuni di loro hanno riscontrato che non essere più attivi è più faticoso che essere attivi. Per altri invece è successo il contrario.

Per un’organizzazione che ha come scopo principale la proclamazione del Regno, l’inattività costituisce un grande fattore di criticità che determina tensione e mancanza di progresso nel numero di proclamatori su scala mondiale. Fortunatamente questa condizione di inattività convive con un atteggiamento di profonda dedizione, sino a sopperire la mancata partecipazione altrui. Ma non basta.

Bisogna stare attenti ad assegnare un incarico di anziano e di servitore di ministero a un numero spropositato di fratelli. Far questo significa peggiorare la condizione spirituale della congregazione e spersonalizzare i meriti e le colpe. Non tutti i nominati amano il loro incarico, tantomeno educano altri ad amare il servizio a Geova.

Il punto è come educare i fratelli a non diventare scontenti e dopodiché inattivi. Questo tema non è molto affrontato nelle congregazioni. La disattenzione è forse dovuta alla convinzione che una volta battezzati è difficile credere che alcuni diventano inattivi, soprattutto se sono stati molto attivi. Invece all’entusiasmo iniziale può far seguito, anche a distanza di anni, una delusione per un impegno diverso da quello che si immaginava o per un’aspettativa desiderata e mai realizzata.

Ci sono altri fratelli che pur avendo dei limiti amano i loro impegni e assolvono le loro attività in modo più gratificante di altri. Essi vedono nei loro sforzi un momento di grande realizzazione personale, sentendosi utili alla causa. Mostrano più «sapienza» a motivo della loro umiltà, una qualità spesso negata ai nominati che non si accorgono nemmeno di questa differenza.

Chi ha trascorso la sua vita da tdG compiendo il minimo indispensabile o ritraendosi dalle sue attività volontariamente o per comodo, alla fine si accorge che questa attitudine non lo porta a quella felicità che sperava. Ravvedersi in tempo o rientrare, migliorandosi e impegnandosi di più rispetto a prima, porta paradossalmente il tdG a non pensare più ai suoi problemi ma anche a sentirsi utile per sé e per gli altri.

Questo cambiamento nel momento più critico della propria vita fa riscoprire «saggezze» dimenticate. Educare i fratelli ad amare le proprie attività attraverso un esercizio autorevole è la sfida del futuro di molti anziani e sorveglianti. Bisogna stare attenti a non sminuire il valore sacro delle nomine e degli incarichi in congregazione.

Il ricorso al «contentino» e alla distribuzione facilona e generalizzata dei privilegi può portare al principio di Peter: «In ogni gerarchia ogni dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza». In sostanza chi non ama il proprio incarico spirituale per la sacralità che esso rappresenta, è come se man mano che continua a salire i gradini dell’autorità diventa più incompetente nel nuovo posto che occupa.

Ad esempio, se un pastore cristiano è indifferente al suo ruolo trascurando le pecore di Cristo, lo si aiuterà a migliorare. Se persiste nella sua indifferenza andrà rimosso e non giustificato. Difendere questi nominati (anziani e sorveglianti) inducendo la congregazione a mostrare rispetto e sottomissione non può che far aumentare il disagio e l’insoddisfazione di chi tiene ancora acceso il cervello. Il problema si ingigantisce quando vengono dati ulteriori privilegi a questi nominati.

Si deve tornare alla saggezza di un tempo: mettere al centro della vita cristiana il proprio servizio a Geova. L’anziano che si sottrae alle sue responsabilità perché non è autorevole ma autoritario e perciò non in grado di persuadere gli altri, si priva di quel confronto che lo potrebbe arricchire spiritualmente. Gli anziani e i sorveglianti che temono un confronto schietto e sincero con i fratelli, rivelano soltanto debolezza e la conseguenza di questa loro attitudine non può avere il rispetto della congregazione.

La soluzione a questa insoddisfazione di mancanza di autorevolezza va recuperata investendo sulla formazione spirituale dei nominati elevandone la dimensione scritturale, la sola che conferisce autorevolezza. Ciò va fatto durante le visite del sorvegliante di circoscrizione con chiare direttive; con appositi articoli di studio; con parti alle assemblee e in particolare durante le varie scuole degli anziani.

La saggezza del CD si può manifestare anche nella capacità di accogliere le richieste giuste e sincere e di respingere quelle cattive, attento però a comunicare che tali dinieghi sono finalizzati a tutelare il reale bene spirituale che appartiene a tutti e non soltanto a una parte che non è capace di mostrare la giusta autorevolezza.

(Autorevolezza – continua)

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