Elogio della fuga

vascellotempesta

di Henri Laborit.

Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama desiderio…

LABORIT, HENRI 1991 © ERLING MANDELMANN

Si tratta di una metafora che Henri Laborit, biologo e filosofo del comportamento umano, scrive nella prefazione del suo libro Elogio della fuga. Secondo l’autore, quando ci troviamo immersi nelle tempeste della nostra esistenza, si sceglie di andare avanti con il rischio di naufragare, oppure si sceglie di tornare indietro affrontando il mare aperto nella speranza che le acque si calmino e ci permettono di attraccare verso rive sconosciute.

La teoria della fuga, in realtà è un ritorno alle proprie radici più originali e creative. Ma c’è anche dell’altro. “Nel nostro mondo – scrive Laborit – molto spesso non si incontrano uomini, ma agenti di produzione, professionisti che non vedono più in noi l’Uomo, ma il concorrente, e appena il nostro spazio gratificante interagisce con il loro  cercano di prendere il sopravvento, di sottometterci. Allora se non siamo disposti a trasformarci in hippies o in drogati dobbiamo fuggire, rifiutare, se possibile, la lotta, perché quegli avversari non ci affronteranno mai da soli ma si appoggeranno sempre ad un gruppo, ad un’istituzione”. Secondo Laborit, è troppo comodo vivere la propria vita seguendo le rotte facili. Nel suo ragionamento, un dualismo regola la logica dei rapporti umani: essere dominati o dominare. Se si sceglie di lottare, sarà una lotta impari, poiché l’avversario per dominare si serve del gruppo per abbattere.

Grazie ai suoi studi, il biologo collega il comportamento umano con il nostro sistema nervoso. Egli divide la struttura umana in due parti: una che mira a soddisfare i bisogni come la fame, la sete e la sopravvivenza e l’altra che accumula informazioni sotto forma di ricordi piacevoli e spiacevoli. L’uomo ha la capacità di costruirsi immagini, anticipare le soluzioni e indirizzarsi con più facilità verso esperienze gratificanti. Se vuole evitare l’alienazione sociale e spirituale, deve cercare la soluzione nella sua immaginazione creativa.

Laborit sostiene che l’uomo quando ricerca azioni gratificanti, spesso si scontra con altri individui che hanno gli stessi bisogni. Da questo conflitto l’uomo si sottrae in due modi: la ribellione o la fuga.  Egli scrive: “Ribellarsi significa rovinarsi con le proprie mani, perché la ribellione, se attuata da un gruppo, ricostituisce subito una scala gerarchica di sottomissione all’interno del gruppo, e la ribellione solitaria porta rapidamente alla soppressione del ribelle da parte degli anormali che si credono normali”. Se un gruppo si ribella, alla fine, all’interno di questo nuovo gruppo, si creeranno le stesse scale gerarchiche del gruppo cui si è ribellati in precedenza. Se la ribellione è solitaria, il gruppo che si crede “normale” la stroncherà immediatamente. Perciò, secondo lo studioso a nulla vale ribellarsi.

La fuga diviene per Laborit l’unico mezzo per sfuggire al dominante. Egli menziona diverse fughe, a volte drammatiche, come le droghe “psicogene”, psicosi, suicidio. Ma la vera fuga, secondo lo studioso, è nella creatività, nell’immaginazione, espressa dall’arte grafica, dalla poesia, dalla letteratura o dalla scienza, dove non esiste la competizione, ma dove ognuno è libero di realizzare i propri progetti e desideri senza esserne ostacolato. Con tale creatività, la sottomissione, la rivolta, la dominanza, perderanno per chi fugge il loro carattere ansiogeno permettendogli di rimanere normale e immune dalle malattie “psicosomatiche” tipiche di coloro che sono dominati o di quelli che cercano di mantenere una dominanza contestata. Per lo studioso “una dominanza stabile e incontestata è rara, per continuare a essere normali non rimane che fuggire lontano dalle competizioni gerarchiche”.

Alcuni rimangono prigionieri senza rendersene conto. Non tutte le prigioni hanno le sbarre, molte non sono evidenti e da queste è difficile evadere. Sono le prigioni dei nostri automatismi culturali e religiosi, che castrano l’immaginazione, fonte di creatività. Chi lotta lo fa per mantenere viva la sua struttura biologica. La ragione di ogni essere vivente è essere. Chi rimane rischia di mentire a se stesso e anche se cerca di estirpare i dubbi, alla fine rimane per paura di perdere tutto ciò che ha di più caro: l’affetto dei familiari, degli amici, qualcuno che sappia sostenerlo nei momenti del bisogno. In questi casi si soffre di “dipendenza dal gruppo”.

Ad amor del vero, le vie di fuga sono molte e spesso dolorose. Alcuni fuggono il più lontano possibile dai luoghi e dalle persone che ricordano il loro passato. Altri, sono talmente inviperiti che fanno di tutto per  aiutare i loro ex compagni a uscire dalla “gabbia”. Questi portano all’estremo le critiche contro la ex religione ora considerata fondamentalista e assolutista, rischiando di diventare loro stessi assolutisti e intransigenti, forse quanto se non più dei vecchi compagni di religione. Altri, purtroppo, si ritrovano da soli, si sentono persi, delusi e amareggiati. Si curano le ferite emotive e in casi gravi anche quelle mentali. Altri vanno a ripescare le vecchie abitudini sociali e religiose, le cerimonie, le festività, i compleanni, i libri, i viaggi, le attività sportive, gli hobby. Molti vogliono recuperare il tempo perduto e si buttano con frenesia in ogni genere di attività che gli capiti sottomano. C’è anche chi diventa ateo o agnostico per le incongruenze religiose che ha notato. Ci sono poi i “nomadi spirituali”, quelli che lasciano un gruppo spirituale, di loro spontanea volontà per cercarne un altro simile o addirittura l’esatto opposto. Altri, dopo la fuga e uno smarrimento iniziale, riescono a recuperare il loro equilibrio e uno stato di felicità che non provavano da tempo. Per quanto riguarda gli inattivi di qualunque religione, essi si trovano a un bivio, ma non riescono a decidersi quale strada scegliere: la fuga o rimanere. In realtà, sono già fuggiti dalle attività e dalle pratiche della loro religione, anche se non tutti sono fuggiti da Dio.

In senso biologico, volendo applicare la tesi di Laborit alla religione di appartenenza, si evince che un membro quando non è d’accordo su certe linee fondamentali di pensiero e le contesta dall’interno, non fa altro che accettare una vita conflittuale, fatta di malattie psicosomatiche. Piuttosto che rimanere a lottare all’interno della propria religione e se si vuole evitare che il proprio sistema nervoso vada completamente in tilt, per il biologo e filosofo del comportamento umano, è meglio allontanarsi gradualmente, ricercando la soluzione in quei posti dove potersi esprimere in maniera creativa senza esserne ostacolati. Sono pensieri che possono lasciarci basiti o trovarci in disaccordo con l’autore di questa tesi, ma che inducono alla riflessione su quello che eravamo prima di appartenere a una religione e cosa siamo diventati e cosa ancor più preoccupante su quello che forse non potremo mai più essere.

Ribellarsi e rimanere dentro, porta a un esaurimento nervoso. Per non esaurirsi, alcuni rinunciano a lottare e accettano pur se a malincuore di omologarsi, altri riconoscono i loro errori e si accomodano al loro posto. Ci sono quelli che pur sapendo di andare incontro a delle rotte sconosciute e incerte, accettano comunque la fuga. Ribellarsi o sottomettersi, fuggire o rimanere, sono un bel dilemma per chi non si trova d’accordo su certe direttive prese dall’alto. E’ chiaro che sono decisioni personali che ognuno prende in base alla sua coscienza e alla sua situazione personale. Inattivo punto info, non spinge da una parte né dall’altra, non è un problema nostro. Noi mettiamo in risalto il problema e le varie soluzioni che altri hanno scelto per superarlo. Queste scelte sono personali e noi non le giudichiamo, anche quando pubblichiamo esperienze e stati d’animo “forti” che pendono più da una parte piuttosto che dall’altra. Ci interessa raccontare, testimoniare, far conoscere. Poi ognuno valuta da sé e per sé. Non cerchiamo consensi né dissensi. Non ci riguardano.

Il dilemma se ribellarsi o fuggire, ricorre in altri temi che il biologo affronta: l’amore, il senso della vita, la libertà, l’intolleranza, la politica, la morte, il piacere, la felicità, la fede. A proposito di fede, egli scrive:

“Non è scientifico negare l’esistenza della fede solo perché non fa parte delle Scienze. Ma la fede a sua volta non può ricorrere ad argomenti scientifici, per convincere… La fede dà le regole, le avvertenze e le modalità d’uso. Dunque è capace di guarire l’angoscia. Ma è anche suscettibile di farne nascere un’altra: prevedendo una punizione nel caso in cui le regole non siano state rispettate… la maggioranza non può trovare soddisfazione nelle scale gerarchiche di dominanza… [perché si aspetta] una ricompensa nell’altro mondo… [Ecco perché la fede rende la maggioranza degli appartenenti] più concilianti, più inclini a sopportare di buon grado le pene, ad accettare meglio la mancanza di gratificazioni. I dominanti favoriscono questo mito e se ne trovano bene, perché esso smorza la ribellione dei dominati”.

In sintesi: la religione crea angoscia sottoforma di punizione quando le regole non sono state rispettate. La maggior parte pur non sopportando il modo di fare delle gerarchie, all’angoscia preferisce la sottomissione, in vista di una ricompensa futura. Questo modo di agire è mantenuto dalle gerarchie perché così si smorzano eventuali tentativi di ribellione.

Molto significative sono le parole dette da Pietro: “Signore, da chi ce ne andremo? Tu hai parole di vita eterna”. (Giovanni 6:68). Appunto, “ce ne andremo da Te o da un’organizzazione religiosa?”. Di chi erano seguaci Pietro e gli altri apostoli, di una religione o di Gesù? In chi si identificavano? Chi ha parole di vita eterna: la religione o Gesù? La fuga è da Gesù o dalla religione? La natura del vero cristianesimo è nell’essere discepoli di Gesù, non di una religione. Per molti la religione deve solamente curare le anime e avere una funzionalità soltanto organizzativa per quanto riguarda l’ordine di alcune attività al suo interno, mai sostitutiva o rappresentativa di Dio, di Gesù e della Bibbia. Per molte persone, la natura spirituale è insita in ogni uomo, basta liberarla e accostarla a ciò che dice la Bibbia per verificarne la verità. Dio creò l’uomo a sua immagine. Questa immagine che Dio ci ha dato è il mezzo per comprenderlo alla luce delle Sacre Scritture. E’ Gesù e non la religione, la Via che conduce a Dio. La Vita eterna si riceve soltanto dall’ubbidienza a lui e non a una gerarchia religiosa e la Verità è il suo insegnamento e non quello che dicono i capi spirituali delle religioni. Tutte le cose al di fuori di queste tre verità che Gesù ci insegnò sono chiacchiere e speculazioni. Sono in molti a pensarla così. Per Dio esiste soltanto la famiglia umana e quella angelica che insieme, pur se diversi in forma e natura, lo adorano nel modo che Lui ha stabilito. In cielo non esistono religioni che lo adorano, ma soltanto creature. Se ce ne fosse bisogno, le religioni esisterebbero anche nei cieli.

“Non ridere, non piangere, ma comprendere” (Spinoza)

Queste parole possono tornare utili in casi come la fuga.

 

elogio-fuga

 

Nell’ultima edizione del libro (2015), la copertina raffigura una porta situata sulla spiaggia in prossimità del mare. Il colore della foto, prevalentemente avorio pastello, è molto delicato, quasi a indicare una scelta importante e ponderata da fare. La porta, posta in primo piano, è chiusa, in attesa che qualcuno che desidera fuggire verso orizzonti sconosciuti la apra. Una volta aperta non rimane che affrontare il mare aperto del proprio destino. Non c’è una rotta sicura da seguire, non si riesce nemmeno a distinguere l’orizzonte, che nella foto appare lontano e infinito. Secondo la tesi di Henri Laborit, fuggendo l’uomo sa cosa lascia, ma la fede dovrebbe indurlo a sperare in meglio riguardo a ciò che troverà. L’uomo accetterà la sfida di scoprire oltre l’orizzonte rive sconosciute, che al momento sono difficili da vedere? Per osare ci vuole coraggio.

 

 

Tags: , , , , , ,

Trackback dal tuo sito.

Lascia un commento

inattivo.info

Inattivo.info è un sito aperto nel 2014 ed è rivolto ai testimoni di Geova non più attivi come un tempo e ai responsabili delle congregazioni.

Built by TANOMA