EMPATIA, una qualità spesso fraintesa…

… anche in congregazione

 Le relazioni interpersonali tra fratelli e con Dio sono alla base della religione dei testimoni di Geova. “Ama Dio e il tuo prossimo” sono i principali comandi prescritti dalla Bibbia e che ogni tdG dovrebbe seguire con tutto il cuore e la propria mente. Spesso viene fatto a parole più che con i fatti. Dio ci ha creato empatici, cioè capaci di metterci nei panni degli altri.

Questa naturale attitudine all’in­contro con l’altro si trasforma molto spesso in un inciampo continuo tra malintesi, blocchi, asimmetrie emotive e disturbi di ogni genere. L’organizzazione dei tdG, dopo la famiglia, dovrebbe essere il luogo ideale per esprimere empatia. A volte, invece, sembra un campo di battaglia, dove c’è la maggiore densità di conflitti, di non detti, di sentimenti taciuti, aspettative disattese, biso­gni mancati.

Ed è molto strano per una religione che fa dell’empatia una caratteristica riconoscitiva dell’amore di Cristo, veder prolificare, come tanti batteri, l’invidia, la gelosia, la rabbia, la paura, il disagio, l’amarezza. Emo­zioni che restano silenziose e mai espresse, se non nella solitudine delle proprie case, dopo una giornata di predicazione o di associazione fraterna, tra rumori assordanti di parole ra­ramente ascoltate.

Eppure, ci sono fratelli e sorelle che sanno sfruttare questo dono cerebrale, che le neuroscienze ci dicono essere alla base delle relazioni con i nostri simili. Hanno a cuore l’insegnamento di Gesù riguardo alla parabola del buon samaritano, un esempio straordinario di empatia, che va al di là del sentimento razziale e religioso.

Essi sanno reagire in modo speculare alle azioni e alle intenzioni dell’altro, imitano nel loro corpo e nella loro mente le altrui emozioni e sentimenti. Una tale imitazione consente l’esatta comprensione dello stato d’animo dell’altro esse­re umano e quindi le sue intenzio­ni.

Ma, una serie di fattori come il clima che si respira in congregazione o il livello di gerarchizzazione, si uniscono a fat­tori interni, come i pregiudizi indi­viduali, la cultura dei singoli, le emozioni, le aspettative, le insicu­rezze, che insieme costruiscono bar­riere invisibili che impediscono all’empatia di fiorire.

Il bello, per modo di dire, è che troppo spesso ci sentiamo incompresi o non in grado di com­prendere la situazione, fatichiamo a trovare l’origine dei nostri sentimenti e quasi sempre imputiamo la colpa ai nostri fratelli e, ancora più di frequente perdiamo di vista la cau­sa prima dei conflitti in cui siamo coinvolti. Non siamo più abituati a parlare il linguaggio della Parola di Dio.

Sappiamo molte cose a livello di conoscenza e riusciamo ad articolare bene ogni discorso sia in congregazione che con le persone del mondo. Però, siamo analfabeti rispetto ai sentimenti e alle emozioni. Non sappiamo riconoscerle né dare loro un nome e di conseguenza le emozioni restano inesistenti e inconsce, creando non pochi problemi alla nostra quoti­dianità e al nostro equilibrio spirituale.

A volte ci sentiamo a disagio a dialogare con le nostre emozioni. Ci vergogniamo a esprimere un nostro stato d’animo, perché pensiamo di apparire “strani” o deboli in senso spirituale. Ci chiudiamo in una scatola piombata nell’illusione di avere tutto sotto controllo.

Come cristiani siamo consapevoli di essere responsabili di ciò che diciamo e facciamo.

Spesso entrano in gioco elementi che, inevitabil­mente, influenzano le nostre scelte: dinamiche sclerotizzate, malintesi, pregiudizi, distorsioni che impattano nei rapporti con i nostri fratelli. Possiamo imparare dall’arte osservando il risultato finale del nostro operare, facendo esperienza di tutte le correzioni fatte durante il “dipingere” la tela.

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