Esprimere forza e intensità spirituale pur non essendo attivi o approvati

Alcuni sono convinti che chi non è un membro attivo nella propria religione o è stato allontanato o che vive in maniera contraria all’etica morale, non possa esprimere un maggiore sentimento spirituale di chi è invece un attivo cristiano.

L’arte ci insegna molto al riguardo. Artisti famosi hanno lasciato opere di grande impatto religioso, nonostante non fossero persone rette o approvate dalla Chiesa. Uno di questi è Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, una vita costruita sugli eccessi e sulla sregolatezza. Dotato di una forte personalità e di una “vocazione” quasi naturale per i guai, animo inquieto, morto giovane. I suoi capolavori vanno di pari passo con le risse di ogni giorno. Personaggio eccentrico che incuteva paura per le sue passeggiate notturne presso luoghi malfamati della città di Roma, armato di spada e pugnale. La sua casa abituale era la prigione da cui entrava e usciva, a volte per motivi futili. A causa di un omicidio, divenne un fuggiasco, condannato alla pena capitale, omicidio che gli provocò un profondo stato di malessere psichico. Una vita turbolenta, quella del Merisi, sotto tutti i punti di vista.

Eppure, Caravaggio, nonostante lasciasse segni indelebili del suo passaggio in ogni dove, segnò la storia della luce nella pittura. Le sue opere, con soggetti biblici, sono la testimonianza di un artista unico nel suo genere. Chi poteva immaginare che un artista discutibile, rissoso, violento e assassino, potesse lasciare in eredità capolavori che a guardarli suscitano un’emozione come pochi quadri riescono a fare. Gesù riusciva a dare un volto alle sue parole attraverso le parabole e le illustrazioni. Caravaggio è riuscito a trasmettere veri sentimenti spirituali attraverso i vari personaggi della Bibbia come pochi nella storia dell’arte. Nemmeno i preti, i cardinali, i papi, i teologi, gli studiosi della Bibbia e i sorveglianti, sono riusciti come lui a trasmetterci emozioni e passioni scritturali. Chi osserva le sue opere rimane affascinato e impara molti dettagli che sfuggono all’occhio che non contempla e al cuore che non ascolta.

Una di queste opere è Riposo durante la fuga in Egitto (1597 circa). In Matteo 2:13-14 si legge: «Dopo che si erano ritirati, ecco, l’angelo di Geova apparve in sogno a Giuseppe, dicendo: “Alzati, prendi il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché io non te lo dica; poiché Erode sta per cercare il bambino per distruggerlo”. Ed egli si alzò e prese di notte il bambino e sua madre e si ritirò in Egitto…». Caravaggio non propone la consueta immagine della sacra famiglia, tipica dei presepi natalizi. Mostra la famiglia in un momento di sosta, seduti e stanchi del lungo viaggio. Il quadro è diviso in tre parti: a sinistra Giuseppe, a destra Maria con il bambino Gesù e in mezzo un angelo e un grosso albero. A sinistra, un Giuseppe attempato, con i capelli argentati e la barba screziata, seduto sopra un sacco con i piedi privi di calzari che poggiano su un terreno pietroso. Un piede sopra l’altro, come se indolenziti, volesse massaggiarli. Un uomo semplice, di strada, un vero compagno di viaggio. In basso a destra c’è una fiasca, con un pezzo di stoffa come tappo, avvolta nella corda per proteggere il contenuto dagli urti. Un avveduto padre di famiglia deve preoccuparsi anche della sete dei suoi familiari.

Dietro Giuseppe c’è l’asino con un occhio nerissimo, quasi a scrutare l’osservatore esterno che guarda il quadro. In mano, Giuseppe, ubbidiente ed estasiato, regge uno spartito con le note di un testo biblico: il Cantico dei Cantici. Un inno all’amore, un vibrante dialogo tra la sposa e lo sposo, che l’angelo suona in maniera celestiale, con un’armonia divina, in una posa ancheggiante, tipica di chi suona il violino. Anche l’asino sembra rapito da quella musica divina, guancia a guancia con il suo padrone. Una corda del violino è spezzata, simbolo della fragilità della vita umana. L’angelo, con le spalle rivolte all’osservatore, tiene in mano un violino e l’archetto, ed è velato da un lino e si mostra in tutta la sua bellezza divina, né androgina né effeminata. L’angelo è posto in mezzo, quasi spuntato dal nulla, a voler rappresentare un punto che unisce da una parte la realtà materiale (Giuseppe e l’asino) e dall’altra quella spirituale (Maria e il piccolo Gesù) e il servizio che gli angeli compiono nei due reami, a favore di quello spirituale e di quello terreno. Maria è accovacciata, stringe al petto il bambino, cullandolo, in un gesto protettivo e di materna tenerezza. La sua guancia sfiora la testa del piccolo Gesù, quasi a voler trasmettere calore e immenso affetto. Entrambi, hanno gli occhi chiusi, come se si fossero appena assopiti. Il collo di Maria e i suoi capelli fanno venire in mente le parole: “il tuo collo è come una torre di avorio, la tua testa su di te è come il Carmelo, e la chioma della tua testa è come lana tinta di porpora rossiccia” (Cantico 7: 4-5). Il bambino dorme tranquillo e sereno in braccio a sua madre, come si legge nel Salmo 131:2.

In alto, sulla destra si scorge una luce tenue che fa risaltare la terra d’Egitto, un po’ più in basso un giglio, simbolo di purezza e un fiume, un’oasi. Il viaggio è giunto al termine, la fiasca con l’acqua non serve più, la meta è raggiunta, ci si può infine riposare. Guardando questo quadro, si rimane immobili, quasi a non disturbare il bambino che dorme. Sembra di poter ascoltare con il cuore la musica che le nostre orecchie non sentono, ma che fanno vibrare le corde della nostra anima di una gioia interiore. E’ l’alba di un nuovo giorno. La salvezza da Erode ora è vicina. A guardare il dipinto tutto è pace, ed è sorprendente come siano spesso i dettagli, anche quelli più piccoli, apparentemente marginali, a fare la differenza, ad attirare la nostra attenzione. Caravaggio riesce a trasmettere particolari della Bibbia come pochi oratori moderni sanno fare durante i loro discorsi. Qui manca quel contrasto tra luce e ombra che ha caratterizzato lo stile di Caravaggio. Troviamo, però, una delle qualità più celebrate dell’artista milanese, la capacità di portare in scena eventi biblici in una forma terrena, umana. Personaggi creati dai suoi pennelli che ci appaiono vicini, familiari, ciascuno con le sue speranze, le sue paure e le sue fatiche.

A meno che non fosse costretto per ragioni economiche, Caravaggio seguiva l’ordine così come gli era stato commissionato. Altrimenti, studiato il brano evangelico, lo approfondiva nei particolari e lo memorizzava in modo tale che dalla sua immaginazione, i pennelli riproducessero sulla tela ciò che lui sentiva suo. Non era ispirato da Dio, ma sapeva comunque riflettere sulle Scritture cogliendo quei particolari che in genere sfuggono a una lettura non ponderata. Siamo spesso consigliati, di spiegare le Scritture e di illustrarle. Caravaggio le Scritture le dipingeva. E la sua interpretazione delle Scritture è rimasta tale nel corso dei secoli senza mai subire modifiche e cambiamenti. Non ci si assopisce di fronte a un quadro di Caravaggio come può succedere in un’adunanza pubblica o in un’assemblea. Si impara più cose della Bibbia di fronte a un quadro di Caravaggio che ad ascoltare certi oratori in Sala del Regno. Eppure Caravaggio non fu un esempio di vita cristiana, ciononostante riesce ancora oggi a trasmettere forza e intensità spirituale con le sue opere. Un uomo furente, come lui, trova la pace tanto desiderata solo nei dipinti biblici. Chi l’ha detto che un inattivo o un disassociato non riescono a trasmettere più energia spirituale di tanti altri che si reputano attivi ed esemplari o che non si possa imparare da essi?

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