Essere se stessi

Cosa significa essere se stessi quando si diventa inattivi? E’ possibile ritrovarsi dopo aver perso la testa vivendo una vita «normale»?

In genere è il dolore a invocare il cambiamento. Si tratta di un malessere che si fa fatica a decifrare e a esprimere correttamente. E’ simile a una gabbia che soffoca. L’inattività è preceduta da una fase dove il dovere, le abitudini e le incombenze, non sono sentiti né pensati come prima. Si vive senza più partecipazione, non si è più «dentro» con la testa.  Si prova la spiacevole sensazione di essere stati collusi (in genere con gli anziani) e di aver dato il proprio assenso ai loro consigli. L’indifferenza dei pastori, l’incapacità di capire a fondo il malessere, la mancanza di sensibilità e di vicinanza fraterna, inducono chi sta soffrendo una crisi spirituale a chiudersi in se stesso, ad annullarsi e a divenire inattivo.

I motivatori della fede sono convinti che per riprendersi la propria vita è opportuno fare chiarezza su quattro aspetti del proprio essere: temperamento, carattere, personalità e identità.

  1. Il temperamento. E’ l’inclinazione di una persona: timido o sicuro di sé, introverso o estroverso, mansueto o violento, freddo o caloroso, calmo o nervoso. Il problema che diversi anziani commettono è quello di trattare i fratelli allo stesso modo, senza fare attenzione ai diversi temperamenti. Anche chi sta per diventare inattivo deve atto della sua indole. Conoscendosi meglio di chiunque altro, ha la responsabilità di capire, prevenire e impedire che la sua fede naufraghi per colpa degli altri, ma anche per colpa del suo temperamento.
  2. Il carattere. E’ formato dalle qualità e dalle attitudini della persona. Un ambiente spirituale sano ed edificante incide molto sulla formazione del carattere. Le congregazioni spiritualmente forti sono formate da cristiani dal carattere spirituale forte, dove ognuno è stimolato a dare il meglio di sé. Nessuno si sente impotente nel dare il suo contributo, nessuno si sente onnipotente da non ricevere aiuto da altri. Quando un fratello vive una crisi di identità, gli anziani e la congregazione non devono sentirsi inutili o non idonei nell’aiutarlo. Chi ha bisogno di essere aiutato non deve rifiutare l’aiuto che gli viene offerto pensando di poter risolvere il problema solo con le sue forze.
  3. La personalità. Va oltre il temperamento e il carattere. Essa prende consistenza nella fase iniziale della conoscenza della Bibbia. In questa fase «preadolescenziale» della spiritualità si decide cosa si vuol fare da grandi. Si scoprono i valori cristiani cui affidare la propria personalità per crescere «nella misura della statura che appartiene al Cristo», «uomini fatti nelle facoltà di intendimento». (Ef. 4:13); (1 Cor. 14:20). A volte è strano quello che può succedere nella vita di un fratello: la persona più malvagia di questo mondo non riesce minimamente a scalfire la sua fede in Geova, mentre altre volte basta il comportamento sbagliato di un anziano a far crollare la sua fede in Dio. Nessuno è schiavo della sua personalità, nemmeno di quella degli altri, a meno che non lo voglia.
  4. L’identità. E’ l’ultima tappa della crescita spirituale ed è riferita al significato della propria esistenza. Si manifesta nella maturità fisica, emotiva, psicologica e spirituale. E’ in questi momenti che si inizia a porsi delle domande, a essere perplessi sul funzionamento organizzativo, a percepire le prime contraddizioni. Ci si rende conto che la realtà ha un’altra logica rispetto a quanto creduto fino adesso. Si scopre amaramente che gli uomini sono corruttibili e che certe norme non funzionano più come un tempo.

Queste constatazioni inducono a una maggiore consapevolezza dei propri limiti e a rendersi conto quanto si è impotenti a intervenire di fronte a certe vicende umane che accadono nelle congregazioni. Alcuni reagiscono facendo spallucce sperando in tempi migliori. Altri credono ancora alla buona fede dell’operato del CD e degli anziani continuando a considerarli migliori delle altre guide religiose. Altri fanno buon viso a cattivo gioco ragionando tra sé e sé, che tutto sommato questa è la verità, nel bene e nel male. Decidono così di continuare a fare ciò che altri fanno, perché per loro ci sono cose irrinunciabili. Si accetta di non poter essere che così, fedeli a quanto conosciuto e creduto, anche se ciò non servisse a nulla: onesti in un mondo disonesto, rispettosi del dolore altrui, amanti delle cose ben fatte, anche senza tornaconto e in certi casi anche inutili. E non perché si vuole essere migliori degli altri, semplicemente perché non si è capaci di fare il contrario.

Ci sono altri che sono costretti a riconoscere che il «male» non risparmia nessuno e che esso è penetrato «dentro» l’organizzazione. Quando poi la delusione arriva da quelli con i quali si consideravano a vicenda speranze e ideali comuni, essa è ancora più cocente. Tutti gli anni vissuti tra i tdG ed essersi identificati in essi e nel loro credo, rendono una tale esperienza ancor più bruciante. Abbattuti dalle avversità e dal vento delle perplessità che continua a soffiare sempre di più, questi fratelli, incominciano a concentrarsi sull’essenziale. A questa età non ci si fa più abbagliare dalle apparenze, si intuisce la sostanza delle cose. Ci si concentra più su ciò che dà senso alla vita.

Si decide di andare fino in fondo, senza troppi calcoli, senza più dubbi e timori. Con più forza e determinazione di prima, semplicemente perché «è giusto così». Senza l’entusiasmo giovanile ma con più intima convinzione. A questo punto ciò che conta è quello in cui si crede, intravedendo con più chiarezza la propria anima e il proprio destino. Inizia pressappoco in questo modo il cammino dell’inattività, con un salto dall’attività all’inattività. Un salto più in alto, dove «le cose inattive» sono in realtà «cose più attive» di quelle di prima. Si inizia a vivere una vita per quello che ora ci si sente di essere. Una scheggia di soddisfazione di una nuova identità: Essere finalmente se stessi.

 

Approfondimenti:  ______________________________________________________________________________________________

Sull’orlo di una crisi di identità. I recenti cambiamenti hanno creato un certo scompiglio tra i beteliti, i pionieri speciali, i sorveglianti di distretto e di circoscrizione. Preoccupante è lo scarso aumento nel numero dei nuovi proclamatori e il flusso continuo dei Testimoni che abbandonano l’Organizzazione. Esiste una crisi d’identità tra i tdG?. 

 

Cambiare vita si può. Se si decide di cambiare vita esistono due soluzioni: rimanere dove siamo e imparare a prendere le cose in maniera diversa oppure girare pagina e scrivere un nuovo romanzo della nostra vita.

 

Fuggire da sé e dagli altri è una scelta giusta? Perché quando sorge un problema, alcuni proclamatori non si sentono più all’altezza? Come mai alcuni pur di allentare la presa scelgono l’inattività come soluzione?

 

 

 

 

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