Fratelli coltelli: quando la relazione fraterna si guasta

È il rapporto che dura più a lungo nella congregazione. Non è cristiano né ci si può permettere di rovinarlo con dispute e dissidi.

Da quando esiste la congregazione cristiana il problema dei conflitti interni è sempre stato una spina nel fianco. «Fratelli-coltelli» è un modo di dire che viene frequentemente citato a proposito dei conflitti d’interesse tra familiari. Nonostante vedute e interessi diversi, molte famiglie hanno saputo fare dei loro conflitti, una volta risolti e appianati, un punto di forza.

Il rapporto tra fratelli della stessa fede è il più lungo della nostra vita comunitaria, esso può accompagnarci per il resto della vita, fino all’eternità. Possiamo litigare, arrabbiarci, penare, soffrire, ma porteremo sempre dentro di noi il fatto di avere lo stesso Dio e di appartenere allo stesso popolo.

Quando il rapporto è positivo aiuta a crescere bene e ad affrontare le difficoltà in tutte le fasi della vita, anche dopo lunghi periodi in cui non ci si vede. Quando è negativo, si può solo stare male. Per fortuna, è difficile che si spezzi del tutto. Ed è anche importante che ciascuno di noi ricerchi rapporti fraterni anche al di fuori della propria congregazione o al di là dei legami di sangue.

Per quanto ci si sforzi di applicare le norme bibliche, è fuori discussione che ogni rapporto è delicato, da far crescere con cura, da proteggere quando è a rischio e da cercare di recuperare anche quando sembra compromesso, come l’inattività o l’allontanamento coatto.

Da un lato, questa intensità di rapporti per mezzo delle adunanze, assemblee e la predicazione è un’opportunità di sostegno reciproco e di crescita collettiva e individuale. Dall’altro lato, a una relazione fraterna, anche buona, non sempre corrispondono automaticamente stima, fiducia e capacità di collaborazione sul piano teocratico.

Così uniti così diversi.

Fratelli e sorelle possono essere profondamente diversi e, come spesso fanno notare, «non si sono scelti» per essere testimoni di Geova e per lavorare insieme e a volte non l’avrebbero fatto. Abbiamo fatto le nostre scelte in relazione a Dio più che ai nostri fratelli. Abbiamo scelto di adorare Geova non l’uomo. Apparteniamo a una comunità variegata, con persone provenienti da culture, ambienti e razze completamente diverse fra loro. Siamo un’associazione mondiale con gusti e preferenze di ogni genere, a volte completamente antitetici fra loro. Nonostante ciò, Geova ci ama per quello che siamo.

Con il contributo di tutti i fratelli e sorelle nei loro diversi ruoli, si cura con più attenzione lo sviluppo armonico e spirituale delle congregazioni. Inoltre, si incoraggia lo sviluppo di progetti e attività in modo sinergico fra loro. Si trasmettono ai giovani i valori spirituali, frutto di conoscenza ed esperienza, mitigando il raffreddamento dei rapporti con chi riteniamo “difficile” o poco spirituale. Tutto questo richiede un grande sforzo e pone una serie di sfide per tutti i tdG. Vivere la verità biblica è più una sfida tra fratelli spirituali che con le persone del mondo.

Senza una dose speciale di sapienza, disciplina, passione e rinunce personali per la congregazione non ci può essere una sana convivenza fraterna. Occorre coltivare alcuni principi irrinunciabili per un sano rapporto spirituale, quali: serio impegno, lavorare di squadra, rispettare i ruoli di ciascuno (chi guida le congregazioni non è come essere guidato).

Occorre nominare in congregazione secondo delle logiche spirituali, lo scopo è servire non essere serviti. Un’altra sfida riguarda l’esercizio del ruolo di sorvegliante di congregazione. Si tratta di un compito dove bisogna sapersi assumere le responsabilità e nello stesso tempo saper coinvolgere efficacemente nelle varie attività ogni proclamatore, addestrandoli a sostenersi l’uno con l’altro.

Le battaglie fratricide, diventano durissime quando si esce dalla famiglia cristiana. Pur svincolandosi dalla congregazione, alcuni si portano dietro un bagaglio straripante di sentimenti negativi, di risentimenti e di rabbia. Ferite mai rimarginate. Un bagaglio pesante con cui non di rado si infarciscono anche le relazioni affettive future. Molte beghe tra fratelli spirituali, invidie, incomprensioni, incarichi da rivendicare, nascondono storie tormentate, sofferte, dolorose che emergono con prepotenza alla fine di un rapporto ormai logoro e soprattutto in seguito, quando si sceglie la strada della guerra aperta, senza esclusioni di colpi e con accuse pesanti da entrambi i fronti.

Ogni famiglia teocratica è un sistema estremamente complesso. Attribuzioni di ruoli, nomine teocratiche, imprevisti, incomprensioni, tendono a modificarsi nel tempo e ad adattarsi alle nuove situazioni.  Ciò che un tempo appariva adeguato, forse ora è diventato anacronistico. Se certe regole o norme organizzative rimangono rigide nel tempo finiscono per condizionare il rapporto tra fratelli.

Ogni rapporto conflittuale tra fratelli nasconde più articolate chiavi di lettura. Esistono rapporti affettivi più o meno solidi, che si interrompono del tutto quando un membro compie una scelta in contraddizione con quanto disposto dagli anziani o dall’organizzazione. Altri rapporti si deteriorano nel tempo, quando uno dei fratelli improvvisamente tenta di sovvertire alcune regole implicite che regolano il sistema e gli altri membri si irrigidiscono nei propri reciproci ruoli.

Non c’è nulla di più difficile del volersi liberare di un ruolo in cui non ci si riconosce più, quando chi ci circonda boicotta ogni passo verso il cambiamento e manca di apprezzare gli sforzi e i sacrifici fatti. In casi estremi, il fallimento di tali tentativi sfocia in conflitti personali e in seguito anche collettivi. Contesti teocratici fortemente incentrati sulla competizione, alleanze, schieramenti contrapposti, aspetti caratteriali, sono le cause principali del deterioramento fraterno che con ogni probabilità hanno radici lontane.

Gli psicologi dicono che una sana competizione in famiglia aiuta a crescere in ogni senso. Il punto non è la competizione in sé, ma il fatto che tutti i proclamatori devono sentirsi amati e rispettati incondizionatamente e senza preferenze o pregiudizi. Dare privilegi a chi non le merita e isolare chi invece ha tutti i requisiti è una discriminazione che dà origine a rivalse e conflitti esasperati.

Si insegna in maniera discriminata che il tdG è bravo, bello, alto e biondo, un eroe della fede, invincibile nelle prove. In realtà non siamo abituati a perdere. Né a saperci confrontare con le cadute e le sconfitte a volte rovinose. Si guarda troppo in alto con la testa dimenticandosi che sono i piedi che ci fanno stare fermi per terra.

Le cose si complicano quando dietro l’aspirazione di un incarico, un privilegio, si nasconde qualcos’altro di più profondo: la paura di non essere amati e stimati indipendentemente dall’incarico o dal ruolo che si occupa in congregazione. In Teocrazia non c’è bisogno del successo né della popolarità. Inconsciamente c’è il rischio di rovesciare addosso alla congregazione aspettative pesantissime, dal fare di più nel servizio di campo, alle mete teocratiche, alle contribuzioni, a certe direttive forse non adatte, rischiando di tagliare le gambe a molti.

Dovremmo insegnare ai proclamatori a sopportare i fallimenti per renderli più resistenti alle avversità e invece si continua a dire che tutto va bene, che non esistono problemi, che le accuse mosse sono false, e così via.  Spesso ci troviamo impreparati agli insuccessi e alle aspettative non corrisposte o disattese.

Non siamo nemmeno preparati a saper cogliere le opportunità che si presentano quando ci si trova a essere attori nei conflitti tra fratelli-coltelli. In genere una tale disputa finisce quasi sempre male per entrambi i protagonisti. Non siamo capaci di trasformare una “crociata” in una risorsa. Certi problemi servono a sviluppare una disciplina interiore e spirituale. A tirar fuori risorse personali e a caratterizzarsi come uomini maturi.

Certe “crociate”, pur se deprecabili, sono comunque occasioni per trovare uno spazio per farsi valere, riconoscere per quello che si è e non. Non c’è cosa peggiore di omologare personalità differenti, costringendoli a seguire norme standardizzate che per uno possono andare bene ma non per l’altro.

Bisogna insegnare a coltivare capacità specifiche, non a uniformarsi a regole datate o inappropriate, pena la disassociazione, che in fondo non è altro che una forma sadica di antagonismo e conflittualità che invece di portare benefici, porta direttamente all’agonia prima e alla morte spirituale dopo.

 

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Ma se continuate a mordervi e a sbranarvi a vicenda…

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