Fuggire da sé e dagli altri è una scelta giusta?

andarsene

E chi può dirlo.

L’appartenenza ai tdG può essere vissuta in maniera felice o in modo pesante. Ogni organizzazione esige dai suoi membri la realizzazione di aspettative e obiettivi da raggiungere. Il problema sorge quando un proclamatore non si sente più all’altezza o non condivide certe direttive e insegnamenti. Subentra allora la tentazione di allentare la presa o di fuggire momentaneamente dalle attività consuete. Alcuni si assentano diventando inattivi irraggiungibili, altri non lasciano tracce di sé, cercano di vivere il più lontano possibile da chi potrebbe riconoscerli. Non tutti gli inattivi fuggono per sottrarsi ai fratelli in fede. La fuga è anche un modo per continuare a vivere una vita che fino a quel momento è diventata frustrante. La fuga dell’inattivo da sé, dagli altri, ma non da Dio è una condizione per riappropriarsi della sua vita, per instaurare un rapporto nuovo con sé e con il prossimo, ma anche con Dio stesso, attraverso una rilettura della Bibbia, meno interpretativa di come fatto in passato.

L’inattività sopraggiunge quando il proclamatore è sul punto di esaurire le risorse di cui dispone per continuare a reggere il ruolo che si è costruito in tanti anni di teocrazia. Quella persona ora è stanca, si sottrae alle attività di congregazione e lo fa coscientemente. Un giorno potrà rientrare, forse no, nessuno può dirlo con certezza. Se lo farà sarà dopo aver soppesato bene ogni opzione che la vita gli riserva e dopo essersi liberato dei pesi ingombranti. Una situazione, quella dell’inattività, che l’inattivo può tenere sotto controllo. C’è comunque il rischio che l’inattività si trasformi in una condizione duratura, soprattutto quando l’inattivo si lascia andare abbandonandosi alla pesantezza degli avvenimenti, senza alcuna volontà di combatterli. A nulla servono gli sforzi dei familiari e di altri Testimoni per scuoterlo dal suo torpore.

Alcuni Testimoni spariscono da un momento all’altro, in maniera inaspettata, senza che in congregazione si accorgano di lui e quando nulla lasciava presagire una tale decisione. Non serve a nulla che altri lo criticano, lo giudicano in malo modo, considerandolo un ribelle, un apostata o un poveraccio che si è lasciato sopraffare dai problemi che lo affliggevano. Le critiche senza conoscenza fanno più male che bene. Se un giorno dovesse valutare un suo ritorno in congregazione e dovesse scoprire che i fratelli hanno parlato male di lui si potrebbe risentire e decidere di rinunciarvi.

Si fugge da sé e dagli altri in molti modi. Si fugge per rinascere in altri luoghi, in una versione diversa o per cancellare nella solitudine e nell’assenza tracce di una precedente identità. A volte si sceglie di “non scegliere”. È una scelta che si fa dopo una profonda riflessione ed è meno traumatica di una scelta secca, decisa e immediata. Nonostante ciò si entra lo stesso in rotta di collisione con gli anziani e il resto della congregazione. In questo caso si tratta di un’attesa che non sceglie il rifiuto e nemmeno il consenso. E’ un momento di sospensione temporanea, comunemente chiamato nel gergo dei tdG: inattività. Non è una condizione durevole, è un rifugio provvisorio. Mentre attende, l’inattivo cerca una propria collocazione che al presente gli sfugge. E non avendola ancora trovata, sceglie di ritirarsi in se stesso o vivere l’eccesso in questa temporaneità.

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Pur sospendendo le sue attività teocratiche, l’inattivo, al momento, si identifica ancora come un tdG. Se le circostanze lo permettono, quando arriva il momento giusto, si riprende la sua vita dopo una momentanea eclissi. Inizia a disfarsi del vecchio sé in maniera consapevole. Dalla condizione di “mezzo morto” recupera in maniera prodigiosa le energie necessarie per una nuova identità. In questo periodo di sospensione ha elaborato momenti di pacificazione, di riposo e di meditazione. Poco alla volta è riuscito a liberarsi del logorio delle attività passate. Una volta scomparse le regole che lo costringevano a vivere in modo demoralizzante e demotivante, si presta ora a cogliere una nuova opportunità, quella di ricrearsi una nuova identità diversa da quella di prima.

Viaggiare, conoscere luoghi e persone, recuperare hobby accantonati, passeggiare, andare in giro per i negozi, condividere con altri le stesse passioni, i propri gusti, sono per chi fugge da se stesso e dal suo passato, un rifugio dove non rendere conto a nessuno di quello che si fa. Liberi di condividere le proprie gioie con chi si vuole. Sono strumenti, questi, che l’inattivo sceglie per ritrovare la sua vitalità. Li sceglie per il gusto di vivere, diverso da quello di prima, ma pur sempre una scelta per vivere la sua vita in un modo a lui soddisfacente.

(Fuggire da sé – Quarta e ultima parte)

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L’ultimo saggio del sociologo e antropologo Le Breton. Una trattazione per nulla banale sulle difficoltà dell’individuo a “reggere il proprio personaggio”. Si vuole scomparire  perché si prova un senso di inadeguatezza oppure perché rifiutati o non accettati come si vorrebbe. In certe situazioni ormai compromesse, per alcuni, andarsene non è una rinuncia ma un atto di coraggio, un modo per “spegnere” la realtà e per chiamarsi fuori dal gioco.

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Sul Fuggire da sé:

nessuno2   Diventare nessuno (Prima parte)

puntointerrogativo   Non sono nessuno, nessuno (Seconda parte)

raccontarsi-1   Raccontarsi (Terza parte)

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