Geova non ci chiede la perfezione per amarlo ed essere amati / prima parte

Gottlieb, Il giorno della Propiziazione nella sinagoga, Tel Aviv, Museum of Art.

Gerusalemme, sinagoga italiana. Dopo avermi salutato, mi hanno dato la kippah, un piccolo copricapo da mettere in testa e fatto sedere in centro, mentre il rabbino da un pulpito legge brani del profeta Isaia. A fianco a me, un devoto ebreo italiano, mi porge un libro molto vecchio con alcune pagine staccate, è un’eredità dei suoi bisnonni.

E’ il giorno dell’Espiazione, in ebraico Yom Kippur, la ricorrenza ebraica più importante, il giorno in cui gli ebrei digiunano e pregano Dio di perdonare le loro colpe per ricominciare purificati il nuovo anno, in adempimento del Levitico. “Poiché in questo giorno Egli espierà per voi, per purificarvi da tutte le vostre colpe. Davanti a Dio vi purificherete” (Levitico 16:30).

Secondo il concetto ebraico, in queste giornate, considerate particolarmente adatte e feconde per il pentimento, Dio giudica i pensieri e le azioni di ognuno e ne valuta la riconciliazione e il perdono. Mi sento anch’io un debitore a Dio per i miei errori. Seguo con particolare interesse la cerimonia in lingua ebraica, anche se onestamente capisco poco. Alcuni cantori cominciano a salmodiare. Per mezzo delle Scritture si rievocano i peccati del passato commessi dal popolo di Israele.

I fedeli non sono venuti per essere rimproverati. Sono qui per essere rassicurati che Dio non li ha allontanati. Non si aspettano giudizi o casi giudiziari da trattare, ma di sentirsi purificati per ricominciare un nuovo anno liberi dalle colpe.

«Che strano trovarsi ospite in una sinagoga da“inattivo” per “espiare” insieme al vecchio popolo di Dio le mie colpe. Provo una sensazione di sollievo».

Mi attrae la religione che sancisce criteri di giudizio che motivano a crescere moralmente e spiritualmente. Capita di fraintendere come una critica un consiglio. Quando succede perdiamo l’occasione di comprendere che siamo degni dell’amore di Dio. “Degni” non perfetti, ci tengo a precisarlo.

Ho conosciuto altri che non si sentono all’altezza, di non valere abbastanza. In realtà abbiamo tutte le capacità per essere all’altezza di quanto Dio ci chiede. Molte esperienze sono legate alla sensazione di non essere stati compresi, forse certe aspettative non erano realisticamente fattibili.

Non me la sento di condannare la religione che si prende cura delle afflizioni dell’anima. Non mi hanno mai convinto le persone profondamente religiose che hanno preso troppo sul serio la religione pensando che Dio conceda il suo amore in base all’ubbidienza o alla disubbidienza. Il messaggio della religione non deve basarsi sulla costrizione e sui castighi, ma nel riscatto di Gesù e nella misericordia di Dio. Siamo imperfetti, non perfetti, e molti lo dimenticano.

La religione, qualunque essa sia, ha il compito di liberarci dal senso di indegnità e per quanto ci sforziamo di vivere in armonia con le leggi di Dio, se sbagliamo non perdiamo mai il suo amore, anche se diventiamo inattivi. Sentirsi perdonati significa sentirsi liberi e consapevoli a non ripetere gli stessi errori.

Desiderare di fare del meglio o desiderare il meglio non equivale alla perfezione. Geova non giudica secondo i criteri del Bene e del Male. Dio ci ama perché è spinto dall’amore, che è la sua essenza, non da quello che facciamo o non facciamo. In questi anni ho notato che alcuni preferiscono sentirsi colpevoli piuttosto che impotenti. Chi ama Dio non è mai impotente per amarlo. Chi si sente perennemente colpevole o colpevolizza altri del suo mancato progresso, trova una giustificazione per rimanere impotente, cioè per non fare nulla.

Ci illudiamo se pensiamo di controllare gli eventi della nostra vita agendo nella convinzione che gli altri ci amano se ci comportiamo bene. Sbattere la testa contro il muro pensando che se ci fossimo comportati in un altro modo avremmo migliorato la nostra situazione non fa che peggiorarla.

Una critica o una disapprovazione a un nostro operato non dobbiamo lasciarla diventare una critica alla nostra persona. Non viene giudicato il nostro valore, ma una nostra singola azione. Un brutto voto in una materia non significa che lo sia in tutte le altre materie. Non sono mai stato bravo in matematica, ma questo non ha mai influito negativamente su altre materie.

Preoccuparsi troppo di singoli errori ostacola il nostro cammino. Non basta un errore a bollarci come peccatori. Nessun uomo, nemmeno se dotato di grande fede, riuscirà a essere perfetto davanti a Dio. Il senso di disapprovazione impedisce ad alcuni di far emergere i lati positivi. Riconoscere i propri limiti con umiltà ci consentirà di giudicare gli errori come esperienze di vita da cui imparare.

Mi dispiace quando alcuni sfruttano i sensi di colpa e la vergogna per controllare il comportamento delle persone. Mi creano imbarazzo certi insegnamenti che fanno leva sulla sensazione di non fare abbastanza. Dio preferisce un cuore affranto, consapevole dei propri sbagli che uno compiaciuto.

“Il rabbino sta ripetendo che il popolo di Israele aveva bisogno sia della voce severa del profeta Isaia, che imponesse i veri valori, che di quella rassicurante del Sacerdote. Allo stesso modo, oggi abbiamo bisogno di maestri severi ma amorevoli che ci ripetano in maniera confortante che Dio ci ama del suo amore, nonostante tutto” – mi traduce in italiano chi mi sta a fianco.

Capita di essere insoddisfatti per ciò che siamo. Quando però qualcuno riconosce il nostro valore ci sentiamo più in  fiducia con noi stessi. Quel Giorno dell’Espiazione mi ha insegnato che se lasciamo cadere ogni pretesa e ogni scusa e ci presentiamo a Dio nudi e fragili, se ammettiamo le nostre colpe, siamo già nella strada del ritorno a Dio.

A volte a Dio non importa se ci comportiamo bene o male. A lui gli importa chi siamo, perché lui ama il peccatore e non il peccato. Nemmeno gli eroi della Bibbia sono un modello di perfezione. L’imperfezione è la ferita con cui permettiamo a Dio di aver cura di noi. Senza riconoscere le proprie ferite, diciamo a Dio che non abbiamo bisogno di lui. Le ferite ci avvicinano a Dio perché gli diamo l’occasione di starci vicino.

“In questi anni ho capito che Dio ha bisogno delle nostre debolezze per rendere completa la sua potenza. Soltanto se offriamo a Geova le nostre debolezze possiamo fortificarci di nuovo nella fede”. (2 Corinti 12:9)

Riconoscere i nostri difetti ci dà un senso di sollievo, non di rinuncia e di incertezza. Se ci facciamo trapassare dal suo spirito santo, riusciamo a comprendere meglio la nostra umanità, il nostro essere. Geova desidera soddisfare le nostre esigenze non le sue.

Nella mia vita teocratica mi sono reso conto che in certe circostanze alcuni fratelli e sorelle sono più utili di un corpo di anziani, perché la mia storia è anche la loro storia. Essi considerano la congregazione non come una voce accusatrice, ma come un sostegno unitario che serve a rafforzarci l’uno con l’altro. Per crescere abbiamo bisogno di sbagliare. Gli sbagli che aiutano a crescere non sono mai cattivi e inutili.

Siamo un imperfetto progetto di Dio da completare. Certi anziani devono rendersi conto di essere uno strumento nelle mani di Dio e che li usa per completare altri uomini.

Questi anziani sarebbero ammirevoli se chiedessero perdono per non aver ascoltato, per quelle volte che si sono arrabbiati invece di mostrare pazienza, per quando hanno rimproverato invece di incoraggiare, per quando hanno criticato invece di lodare, per tutte quelle volte che hanno preteso di modellare altri a loro somiglianza sbagliando, esigendo la perfezione essendo loro imperfetti. In tanti non sarebbero diventati inattivi.

Continua: Ho preferito la felicità alla giustizia/ seconda parte

Nel dipinto, l’artista polacco compare tre volte: a sinistra come un bambino, al centro in età adulta accanto al rabbino che regge la Torà con l’iscrizione “Donato in memoria del Maestro e rabbino Mosè Gottlieb 1878” e al lato destro accanto a un altro maestro. Il quadro raffigura il Giorno dell’Espiazione in una sinagoga polacca. L’atmosfera del pentimento è caratterizzata dagli sguardi dei personaggi, vestiti con gli abiti tipici degli ebrei polacchi.

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