«Geova, sono sfinito»

SALMO 6

O Geova, non rimproverarmi nella tua ira, non correggermi nel tuo furore. Mostrami favore, o Geova, perché mi sento sfinito. Guariscimi, o Geova, perché mi tremano le ossa. O Geova, sono scosso, e ti chiedo: “Fino a quando?”  Torna, o Geova, liberami, salvami a motivo del tuo amore leale, perché nella morte non si fa menzione di te; nella Tomba chi ti loderà? Sono stremato dai sospiri; tutta la notte inondo di lacrime il mio letto; allago di pianto il mio divano. 

Il mio occhio si strugge di dolore, si è offuscato a causa di tutti quelli che mi incalzano. Andatevene via da me, voi tutti che fate il male, perché Geova udrà il mio pianto. Geova ascolterà la mia richiesta di favore; Geova accetterà la mia preghiera. Tutti i miei nemici saranno svergognati, resteranno sgomenti; all’improvviso indietreggeranno umiliati.

Nei momenti più cupi della vita alcuni nostri fratelli lontani si prostrano davanti a Dio. Dopo non molto tempo, capita che ricadono nelle trasgressioni. Spesso Geova perdona, e ciononostante viene respinto. Li sostiene e non si ravvedono, li rialza e cadono di nuovo. Vanno errando come pecore smarrite e non ascoltano la voce del pastore. Eppure questi fratelli non hanno dimenticato Dio né i suoi comandamenti (Salmo 119:176). Sono sicuri che non saranno mai troppo lontani da non poter essere raggiunti dall’amore leale di Geova (Salmo 100:5; Romani 8:35-39). Il loro cuore non desidera rimanere “nelle tenebre” (Proverbi 15:29). Geova vede ogni cosa e loro non dimenticano.

Il Salmo sesto contiene l’umiltà sincera di chi realmente è pentito, la confessione delle colpe, le lacrime, il dolore, la conversione, il gemito, il turbamento della coscienza, la contrizione per cadute innominabili, la salvezza che giunge dalla misericordia di Dio, la veglia notturna alla sua presenza, la presa di coscienza – che spesso è possibile sul letto e sul giaciglio – delle azioni compiute durante il giorno e, attraverso di essa, tra le lacrime, la visita dello Spirito Santo.

L’autore del Salmo si presenta abbattuto e nudo davanti al tribunale di Dio, con gli occhi bassi, incapace di alcuna difesa per le proprie trasgressioni, nulla chiede se non di non accusarlo nella sua ira. Poiché la sua colpa è troppo grande per poter essere perdonata: oltre misura ha irritato il santo nome di Dio; poiché più del figlio prodigo, senza ogni regola ha vissuto; più debitore di colui che gli era debitore di diecimila talenti. I suoi sbagli sono gravati su di lui come un pesante fardello, piegandolo nel travaglio. Ha lasciato spegnere, sonnecchiando, la lampada che un tempo risplendeva di luce spirituale.

Anche alcuni nostri fratelli lontani, a volte, hanno deciso di pentirsi, ma non ce l’hanno fatta. Quante volte hanno prestato ascolto, e il loro orecchio era rivolto altrove? Quante volte Geova ha mostrato loro compassione e non hanno apprezzato questo gesto? Come un padre amorevole bacia il proprio figlio amato così ha fatto Dio; come un padre, con dolcezza li ha ammoniti, li ha chiamati come si chiama un fanciullo cui si prova affetto. Loro caddero e Geova ha allargato le braccia per sostenerli.

Geova li consola e infonde la speranza che non volgerà il suo sguardo da loro. Lui non prova rigetto per le sue creature, non può odiare quello che le sue mani hanno fatto, le pecore per le quali suo Figlio si è sacrificato. Anche se immeritatamente bussano alla porta della misericordia di Dio, viene comunque aperta. Dio vince la durezza del cuore che è destinato a dissolversi di chi è lontano.

Colui che è debole non è in grado di operare. Sconvolte, calpestate, frantumate sono le ossa dell’anima sua e non può alzarsi dal suo divano di malattie e cercare un medico. E’ Dio che va cercare i malati, a salvare chi si è perduto, a fasciare i cuori contriti e a salvare i disperati, a dare vigore alle anime in decadenza quando il tempo della mietitura incalza, a salvare dalla fornace dei tormenti la carne che brucia.

Queste sono le accorate richieste d’aiuto che rivolge a Dio il salmista, dal profondo del suo scoraggiamento. Nella misericordia di Geova cerca rifugio, perché è consapevole che Dio non mette in vendita la sua misericordia, ma la offre come dono. Lo schiavo fuggitivo corre sempre verso il peccato. Ma la misericordia lo inseguirà, lo incatenerà, con il morso e le redini lo imbriglierà. Il salmista non disperò di sé, né della misericordia di Dio. Non si abbandonò all’inerzia, ma fu salvato attraverso la compunzione; attraverso le lacrime fu purificato; attraverso la confessione delle sue colpe fu giustificato. Tutte queste cose noi possiamo fare anche nella stessa vecchiaia, anche quando del tutto bianchi saranno i nostri capelli. Le lacrime dei pentiti sono potenti.

(Sintesi e adattamento dello scritto Salvami per la tua misericordia! di Anastasio Sinaita, EDIZIONI QIQAJON COMUNITÀ DI BOSE)

Dipinto in alto: Esausto, 1889, Hans Andersen Brendekilde

Il dipinto rappresenta la morte per sfinimento di un vecchio contadino, dagli abiti consumati, che giace su un terreno aspro. Uno dei suoi zoccoli per terra, forse indica che è caduto inciampando su una delle tante pietre disseminate sul terreno. Inutili le urla disperate della donna accanto a lui, forse la moglie, impotente, con la bocca spalancata che chiede aiuto. La morte lo ha colto, prima di arare, nel momento in cui spostava le pietre del campo che pare un deserto. Non un atto di cinismo, ma la rappresentazione dell’affaticamento, della povertà e della durezza del suo lavoro.

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