Gesù e i disabili

I fatti relativi a Gesù e ai disabili sono attuali.

Disabile è un termine riferito a persone che abbiano qualche minorazione fisica o anche psichica non grave. (Treccani) Purtroppo, ancora oggi l’attributo handicappato continua ad alimentare l’immagine di un soggetto “fragile” e la sua stigmatizzazione.

“Un disabile prima che un disabile è una persona non riducibile alle sue capacità né ai suoi deficit. È un individuo e non l’esemplare rappresentativo di una categoria; un disabile prima che un disabile è un essere umano, in qualche misura, dipendente dagli altri. (Maria Zanichelli, Persone prima che disabili).

La disabilità, dal punto di vista della Bibbia, non è mai un segno della disapprovazione di Dio, “poiché [Geova] non prova piacere nell’affliggere o addolorare i figli degli uomini (Lamentazioni 3:33).

Gesù come considerava i disabili del suo tempo?

Chi scrive è un disabile con esperienze relative alla disabilità, che ha perso un familiare per una malattia letale, che per molti anni è stato anche un anziano di congregazione finché ha potuto, poi sfibrato nel fisico e nella mente è stato inattivo per diverso tempo. Una malattia può sconvolgere la propria vita.

Il disabile non riesce più a fare quello che faceva prima per servire Geova e anche se è demoralizzante, può contare sul suo sostegno (Proverbi 3:5, 6). Paradossalmente, il disabile si scontra spesso, non con la sua malattia, ma con la mentalità altrui che giudica ed esclude. Invece, confrontarsi con Gesù ha un valore pedagogico.

NON PERMETTETE ALLA DISABILITA’ DI FARVI PERDERE LA GIOIA IN GEOVA. VIVETE LA VOSTRA DISABILITA’ IN UNA DIMENSIONE STRAORDINARIA CON LA CONGREGAZIONE.

Questo periodo di pandemia ci sta facendo riflettere molto sul nostro essere. Ringrazio Inattivo.info per le riflessioni sotto forma di articoli che ho potuto fare in questi anni.

Veniamo ai fatti che riguardano i disabili al tempo di Gesù. Intanto, una condizione di vulnerabilità non toglie nulla alla dignità del disabile. (Salmo 8) Spesso, è nella fragilità che si manifesta la grandezza dell’uomo. “La potenza è resa perfetta nella debolezza” (2 Corinti12:7-10).

Questa grandezza ha valore esemplare in Gesù, che resta distante dalla mentalità e dal potere religioso di allora. Gesù stesso, non veniva considerato il Messia promesso, ma un ebreo marginale. Perciò, se l’uomo esclude, Dio include, così che il debole e il disprezzato possano avere fiducia in Dio che non “vede come vedono gli uomini”.

Nei tempi biblici è raro notare l’insorgere di una malattia come effetto diretto di un giudizio divino. La Bibbia non contiene nessun passo discriminante nei confronti dei disabili, anche quando dice che chi aveva un difetto fisico non poteva “avvicinarsi per presentare le offerte fatte a Geova”.

Questa legge scritta in Levitico 21:16-23 può sembrare una forma di esclusione religiosa. In effetti, chi aveva difetti fisici non poteva avere incarichi officianti. Questo divieto riguardava esclusivamente la famiglia di Aaronne, l’unica i cui membri potevano diventare sacerdoti. Mentre, tutti gli israeliti disabili potevano partecipare al culto nel tempio.

Per il profeta Isaia, i disabili rientrano tra coloro che riceveranno la ricompensa divina dove “nessun abitante dirà: ‘Sono malato'”. (Isaia 33:24; 35:5,6)

Leggendo la storia di Gesù è notevole la presenza di persone con disabilità. Gesù trascorse buona parte dei suoi anni di predicazione a contatto con i disabili. Egli cambiò completamente la percezione di marginalizzazione dei disabili. Ad esempio, in occasione di un banchetto, per Gesù era più gratificante rivolgere l’invito agli storpi, ai ciechi, agli zoppi. (Luca 14:13).

La vera disabilità per Gesù non era quella fisica, che pure ha sanato, ma quella spirituale che non sente, non vede, non crede e non riconosce i suoi limiti. Gesù non intende invertire i ruoli tra sano e malato, ma vuole dare ai disabili la stessa opportunità di far parte del suo regno nei cieli.

La mentalità che la disabilità fosse conseguenza di un peccato nascosto viene smentita dalla guarigione del cieco dalla nascita. (Giovanni 9:1-41) Inoltre, Gesù non sana tutti i paralitici incontrati sulla sua strada, né apre gli occhi a tutti i ciechi o guarisce tutti i lebbrosi. Le guarigioni erano segni per dimostrare la potenza di ciò che avrebbe fatto col suo regno.

Gesù non faceva nemmeno promesse consolatorie, rendeva attiva la disabilità e la toglieva dalla mentalità dell’impotenza di fronte alla cattiva sorte. Dava una speranza forte al vuoto della disabilità. Ogni miracolo rende possibile l’impossibile. Per questo Gesù si pone davanti alle persone disabili, le cerca per avere un contatto diretto, per renderle degne di rispetto.

Ai farisei non importava nulla delle guarigioni di Gesù. E lui condanna la cecità delle sofferenze altrui. Per Gesù non era la Legge al centro dell’attenzione, ma la persona.

Che dire di oggi? “Per me il ministero di campo è una medicina”, ha detto una sorella disabile. Portare la buona notizia ad altri la aiuta a mantenere un atteggiamento positivo. Quando viene diagnosticata una malattia letale, il senso di incertezza sfibra la persona sia a livello fisico che emotivo.

Man mano che si prende coscienza della realtà, la negazione può lasciare il posto a uno stato di angoscia e tristezza. La paura di non avere più il controllo della propria vita è frustrante. Si è assaliti da domande come: ‘Quanto tempo mi resta da vivere?’, ‘Sono condannato a soffrire per il resto dei miei giorni?’ e altre simili.

Anche se le capacità fisiche diminuiscono, le qualità mentali emotive e spirituali forse non ne risentono. Ad esempio, abbiamo ancora l’intelligenza, la facoltà di organizzare e ragionare. Possiamo avere un sorriso cordiale, il desiderio di renderci utili, la capacità di essere buoni ascoltatori e veri amici. Abbiamo ancora tante altre qualità, anche se ciò che più conta è mantenere la fede in Dio.

Il modo in cui reagite alla malattia dipende da voi. La malattia, per quanto vi condizioni, non vi potrà mai privare di questo potere.

Pertanto, non è la malattia in sé quanto il modo in cui si reagisce ad essa a determinare il proprio equilibrio. La disabilità rende più sensibili verso chi soffre. Perciò, in questo periodo di isolamento mantenete i contatti con altri, perché fanno stare bene.

Personalmente, in questo periodo ho scoperto una fase del servizio che mi permette di comunicare nella forma che più mi piace: scrivere. Tempo fa, alcune sorelle e fratelli anziani di età, insieme ad altri che servono nella stessa filiale, in meno di un anno hanno dedicato al ministero 1.228 ore, scritto 6.265 lettere, fatto oltre 2.000 telefonate e distribuito 6.315 pubblicazioni.

Una sorella 90enne ha detto: “Per me scrivere lettere non significa semplicemente riempire delle buste: è vero e proprio servizio. Le persone hanno bisogno di conoscere la verità”. Sì, lo spirito santo può dare vita all’inchiostro e la Parola di Dio può penetrare nelle parti più profonde dell’animo. Dare testimonianza attiva è un modo per rendere la disabilità un’occasione formidabile per far conoscere la verità alle persone sincere.

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