Gesù predilige i «portatori sani di peccato»

«Io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori» (Matteo 9:13).

Per annunciare la nascita di Gesù, Geova sceglie delle persone considerate impure: i pastori. Vivono nelle campagne, trascorrono il loro tempo più con il bestiame che con la gente. Le poche persone che conoscono sono altri pastori e il loro padrone. Malpagati e sfruttati, per tirare a campare vivono di espedienti tra cui il furto e non di rado l’omicidio. E’ gente che frequenta poco le sinagoghe, men che meno il Tempio.

I pastori sono considerati alla stregua dei pagani, dei lebbrosi e dei pubblicani. Quando l’angelo appare di notte ai pastori, al rifulgere della luce divina, «ebbero moltissimo timore». Perplessi ma decisi a verificare quanto hanno sentito, si dicono: «Andiamo in ogni modo fino a Betleem e vediamo questa cosa che è avvenuta e che Geova ci ha fatto conoscere» (Luca 2:8-20).

Per gli ebrei la venuta del messia conciliava con l’idea che i peccatori, inclusi i pastori, sarebbero stati annientati dal giudizio sfavorevole di Dio. Per questi benpensanti religiosi è scandaloso che Dio abbia dato a questi «peccatori» il privilegio dell’annuncio angelico. Il ruolo di Gesù è chiaro sin dalla nascita: la precedenza ai «malati» cioè ai «portatori sani di peccato». E’ l’inizio di uno stravolgimento religioso.

Oltre ai pastori c’è un’altra categoria di «dannati», gli esattori di tasse. Sono ladri di professione. Gesù sceglie come suo apostolo uno di loro, Matteo. Non lo invita a purificarsi nel tempio, gli ordina semplicemente di seguirlo. Matteo è così felice di questa chiamata che organizza un grande banchetto a casa sua insieme a una gran folla di altri esattori. Scandaloso. (Luca 5:27-32)

Ai farisei che mormorano, Gesù fa capire che l’amore di Dio non è un premio che si ottiene tramite riti e dottrine, ma è un dono concesso per immeritata benignità dal Padre. E’ la generosità del donatore che conta e non la meritocrazia del religioso.

Pur non approvando la corruzione diffusa tra gli esattori, Gesù chiarisce il suo punto di vista: «I sani non hanno bisogno del medico, ma quelli che stanno male sì. Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a pentimento».

I capi religiosi insegnano, che per ricevere la grazia di Dio e godere dell’associazione del popolo, il peccatore si deve pentire e seguire il cerimoniale sull’impurità. Se non segue questa regola anche chi si associa con lui diventa impuro. Secondo i farisei Gesù è impuro per essersi contaminato con i peccatori. Per Gesù ciò che purifica è l’amore di Dio nella propria vita. I cambiamenti sono scelte libere che si fanno dopo aver sperimentato nella propria vita l’amore e la misericordia di Dio.

Per guarire, il malato ha bisogno prima dei farmaci, dei medici e dell’ospedale. Il malato diventa sano dopo la cura. E’ nella sua condizione di peccatore che la persona va aiutata. Non serve l’isolamento, non salutarlo o non associarsi con lui. Fare questo è come non dare le cure giuste al malato. E’ dopo la guarigione che il malato torna in forze e può operare il bene nella sua vita. Per Gesù le persone perdute non sono mai perse, ma vanno cercate e aiutate a ristabilirsi, così da poterli mettere nelle condizioni di operare il bene.

Lui invita i suoi discepoli a essere santi come lo è Dio e non come intendevano i farisei, cioè attraverso una serie infinita di prescrizioni. Questo tipo di santità separa. Non è un caso che il termine fariseo significa appunto «separato» dal resto del popolo. Gesù contrappone a questa santità che separa la misericordia che avvicina: «Continuate a essere misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso». (Luca 6:36)

Anche i primi cristiani non avevano ben compreso il concetto di purezza e impurità. Dopo la sua visione e l’incontro con Cornelio, Pietro capì che non doveva considerare «contaminato e impuro nessun uomo» (Atti 10:28). Non è l’allontanamento dal suo popolo, ma è la vicinanza che aiuta i peccatori ad accettare l’aiuto di Geova. Più si è vicini e più si aiuta chi si è allontanato.

La religione, purtroppo è una discriminante che divide tra puri e impuri, peccatori e santi, giusti e ingiusti, osservanti e non praticanti, attivi e inattivi. Gesù offre l’amore di Dio, non lo impone come meta da raggiungere attraverso una serie di attività. La folla è attratta da Gesù, i farisei no. Quali guardiani della Legge, sono i primi a trasgredirla.

Gli scribi e i farisei non sono mai scomparsi dalla storia religiosa. Si sono clonati nel tempo, in ogni generazione, grazie a una sorta di perversa trasmissione religiosa. Oggi esistono con nomi diversi ma con la stessa mentalità di allora. «Voglio misericordia e non sacrificio», ribadisce Gesù. (Mt. 9:13) Tra i sacrifici e la misericordia, Gesù insegnò a scegliere la misericordia.

Questo articolo, come tutti gli altri sulla misericordia di Dio, non è un’apologia del peccato e dei peccatori o una crociata contro la religione e le sue forme di adorazione e di espulsione dei peccatori, tantomeno è un’accusa contro la giustizia divina.

La legge religiosa è al servizio della persona umana e non viceversa: «Il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Marco 2:23-28). Nelle Sacre Scritture l’attributo divino della giustizia punitiva è evidente. Si tratta solo di intenderlo nel senso giusto. Non come azione divina tesa a recare pena o dolore al colpevole, ma per indicare che è il peccatore stesso col suo peccato a tirarsi addosso la punizione, così come per esempio chi eccede nel bere è «punito» con la cirrosi epatica, il fumatore con il cancro ai polmoni, il drogato con l’Aids, e così via.

Si tratta di persone che praticano il peccato. Ciò implica una continuità e una ripetitività del peccato. In pratica, «qualunque cosa l’uomo semini, questa pure mieterà, perché chi semina in vista della sua carne mieterà la corruzione dalla sua carne, ma chi semina in vista dello spirito mieterà la vita eterna dallo spirito.». (Gal.6:7,8) Questo è chiarissimo nella Bibbia. Molte sofferenze sono dovute alla conseguenza dei propri e altrui errori, ma non sono da attribuire alla giustizia di Dio.

«Geova per primo amò noi mandando il suo unigenito Figlio a morire per i peccatori».

Così come è falso affermare che la venuta di Cristo ha messo fine al Dio adorato dagli ebrei e rappresentato come un Dio tiranno, crudele, castigatore, guerriero, punitivo. Quel Dio è lo stesso Dio di Gesù, che egli ha fatto conoscere per quello che è sempre stato e che per colpa dei capi religiosi era diventato agli occhi del popolo un altro Dio, fatto a loro immagine e somiglianza.

Per comprendere la misericordia di Geova al tempo dell’antico Israele basta leggere fra le tante scritture che ne parlano, quella appassionata di Osea: «Come posso abbandonarti […] il mio cuore è mutato dentro di me, nello stesso tempo le mie compassioni si sono riscaldate. Non esprimerò la mia ira ardente». (Os.11:8,9)

Anche quando il popolo d’Israele mostrava durezza di cuore, Geova non lo ha mai abbandonato. Più lo attirava a sé e più Israele seguiva altri dei. Il cuore di Dio non è propenso all’ira ardente ma si commuove, il suo intimo freme di compassione.

In Geremia 4:19, a proposito dell’amore «viscerale» di Geova verso il suo popolo, si legge: «Oh i miei intestini, i miei intestini. Sento penosi dolori nelle pareti del mio cuore. Il mio cuore è tumultuoso dentro di me». Il termine reso qui «intestini» deriva da una parola ebraica che indica il grembo della madre. Questo è amore doloroso che Dio prova per la sventura che sta per piombare sul suo popolo, simile al dolore che prova una made nel vedere il figlio in grave pericolo e non poter far niente perché lui non vuole essere aiutato.

Di fronte alle sue creature, Dio viene sprovvisto di ogni capacità costrittiva e difensiva. Se gli uomini impediscono a Geova di mostrare misericordia e amore, egli non può intervenire d’autorità per imporsi loro. Non può fare altro che prendere atto di questa scelta. A malincuore li lascerà fare non potendo difenderli contro il loro stesso annientamento.

Se Geova non applica la giustizia è ingiusto. Pur mitigando la giustizia con la misericordia, non si può approfittare dell’amore di Geova; non si può peccare impunemente né sottrarsi alle conseguenze di una condotta errata. Dio dà a tutti l’opportunità di cambiare condotta e non abbandona nessuno, ma la sua pazienza ha un limite con chi agisce volontariamente senza nessun desiderio di cambiare condotta. Il peccato è così ingannevole che quelli che lo praticano, spesso non riescono a vederlo come tale e perciò non riescono a pentirsene.

Quando si sceglie una strada sbagliata, questa non sboccherà mai in quella giusta. Si può solo tornare indietro per imboccare di nuovo la strada giusta. La giustizia di Dio non è fredda e non allontana, ma è avvincente e ci avvicina a lui. «La legge di Geova è perfetta, ridona l’anima». (Salmo 19:7) La misericordia è la perfetta giustizia di Geova. La giustizia di Geova è abbandonarsi a lui.

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