Giocare sporco con la dipendenza fraterna

La dipendenza dall’affetto fraterno può essere una gioia, ma può diventare anche una fonte di sofferenza, perché rende fragile il rapporto tra fratelli.

Aristotele mise in guardia i greci dai pericoli derivanti dal lasciarsi accecare dal carisma e dal carattere di una persona. Scongiurava i suoi ascoltatori di prestare attenzione, durante un ragionamento, unicamente ai fatti, in modo da non essere manipolati sul piano emotivo. Oggi le cose non sono affatto cambiate. Chi è affettivamente dipendente è poco sicuro di sé. Senza una “autorizzazione” esterna non riesce a credere al proprio valore. Può vacillare al primo colpo di vento. Da non confondere la dipendenza con la rassicurazione, che è conforto, rasserenamento, tranquillizzazione. La troppa dipendenza dagli altri può aiutarci a vedere le cose in senso inverso cercando di comprendere i motivi per cui siamo troppo sensibili a certe persone e a come proteggerci.

Per evitare la dipendenza affettiva, il primo passo da compiere è ammettere le nostre debolezze, il che è più facile a dirsi che a farsi. Il dipendente affettivo nega o non pensa di esserlo. Anche la stragrande maggioranza di noi nega i propri limiti, in particolare quando si entra nella sfera dell’influenza sociale e non di rado anche in quella religiosa. Siamo pecore con la convinzione di essere pastori. Per evitare il pensiero massificato che affligge così tante organizzazioni religiose, i credenti dovrebbero esprimersi con interrogativi e domande per cui i corpi degli anziani dovrebbero essere aperti a questo tipo di confronto. Se, per ipotesi (impossibile tra i tdG), in congregazione le decisioni le prendessero tutti i proclamatori, inclusi gli anziani, con voto segreto, le sorprese sarebbero veramente tante.

Bisogna ammettere che nessun cristiano sarà mai del tutto libero da debolezze e pregiudizi e che anche in congregazione ci sono persuasori capaci che useranno il proprio dono per scopi tutt’altro che onorevoli. Costoro non sono semplici incantatori dotati di argomentazioni ben confezionate, ma “preparatori” teocratici che si concentrano su come trovare i modi migliori per convincere altri.

Tra cristiani è normale sentire il bisogno reciproco di affetto fraterno. Anzi è la caratteristica dei veri cristiani: “Con amore fraterno abbiate tenero affetto gli uni per gli altri” (Romani 12:10). Nelle Scritture il tenero affetto, la comprensione e la compassione sono strettamente legati alla più nobile delle qualità cristiane, l’amore. (1 Tessalonicesi 2:8; 2 Pietro 1:7) I veri cristiani devono distinguersi per quella stessa devozione che caratterizza la famiglia affettuosa, unita, dove ci si sostiene reciprocamente. Sono questi i sentimenti che si devono provare per i fratelli e le sorelle cristiani. Nella congregazione cristiana dovrebbe esserci un’atmosfera calorosa, come se fossimo parenti. Chi è obiettivo deve riconoscere che la stragrande maggioranza dei tdG si comporta più o meno in questo modo.

Bisogna anche ammettere, che alcuni tdG vivono senza avere intimi amici. Il sincero amore fraterno non consiste solo nell’intrattenere conversazioni garbate e nell’avere modi cortesi; né si esprime con grandi effusioni. Dovremmo invece essere disposti ad aprire il nostro cuore ai compagni di fede, mostrando che ci preoccupiamo veramente del loro bene.

Il problema di cui stiamo parlando è di natura diversa. Cosa succede quando si “gioca sporco” con questi sentimenti, in casi come l’inattività o la disassociazione? Quando un familiare si allontana dalla congregazione, perché i vertici fanno leva sulla ridotta, se non quasi totale, frequentazione e quindi sulla privazione dell’affetto fraterno? Causa più sofferenza il mancato affetto reciproco tra i familiari e il disassociato, che la disassociazione in sé.

E basta raccontare la solita esperienza di chi è inflessibile al riguardo, facendolo passare come esempio di ubbidienza e sottomissione alle gerarchie teocratiche. Di questa esperienza (del disassociato che si pente a causa delle limitazioni familiari) ce n’è una su mille, a voler essere ottimisti. Di disassociazioni e dissociazioni, nonché inattivi, ce ne sono ogni anno molte migliaia, di cui la maggioranza di questi non ha nessuna voglia di rientrare. Fate quattro conti e immaginatevi quanta sofferenza viene causata inutilmente, nella convinzione, che privare di affetto un familiare che è venuto meno ai principi cristiani, possa produrre un pentimento. Semmai, succede il contrario: familiari disperati che lasciano la congregazione e disassociati più inviperiti che mai. E poi ci lamentiamo se parlano male del nostro modo di interpretare la Bibbia. Una disposizione del genere, spacciata per biblica, che causa tanto dolore a chi fa la volontà di Dio (ci riferiamo ai familiari innocenti) è a dir poco autolesionista.

Non sentitevi “colpevoli” di dipendenza affettiva. Un rapporto sano è quello che non comporta traumi e sofferenza psicologica da entrambe le parti e la cui dinamica relazionale non è troppo rigida. Se nonostante le vostre buone intenzioni, un familiare che si è allontanato dalla congregazione vi respinge o vi tratta male, pur quanto doloroso sia, lasciatelo andare. Amate così tanto, che siete anche in grado di affrontare a sufficienza un tale distacco.

E’ da tanto tempo che chiediamo le statistiche ufficiali, in particolare degli “inattivi”, e di altri che si allontanano dalla congregazione ogni anno e quanti di questi ne rientrano. I dati ufficiali confermerebbero la validità di questo provvedimento (la disassociazione) o la sua inutilità. Mentre per gli “inattivi” siamo curiosi di sapere quanti ne sono tornati a casa grazie all’ubbidienza degli anziani ai provvedimenti che avete disposto come Corpo Direttivo.

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Commenti (1)

  • lude

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    Quando un familiare si allontana dalla congregazione, perché i vertici fanno leva sulla ridotta, se non quasi totale, frequentazione e quindi sulla privazione dell’affetto fraterno? Causa più sofferenza il mancato affetto reciproco tra i familiari e il disassociato, che la disassociazione in sé.
    Non sentitevi “colpevoli” di dipendenza affettiva.
    Cari fratelli, è verissimo quanto dite e aggiungo che noi siamo tra coloro che hanno preso questa decisione
    …. Semmai, succede il contrario: familiari disperati che lasciano la congregazione e disassociati più inviperiti che mai.
    Grazie per la vostra comprensione.

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