Giustizia riparativa

Quando si parla di giustizia riparativa si fa riferimento a un modello di giustizia che nasce dal bisogno diverso da quello tradizionale di punire solo il colpevole in un procedimento giudiziario, mentre la vittima assume un ruolo secondario, se non del tutto marginale. Nei casi di giustizia riparativa si pone al centro dell’attenzione l’autore del reato con la partecipazione attiva della vittima e della comunità. Anziché delegare lo Stato o gli organi giudiziari, sono gli stessi attori del reato a occuparsi della riparazione, ricostruzione e riconciliazione delle conseguenze causate dal conflitto.  

Si tratta di un concetto di giustizia che mira non a dimenticare il passato e il male che è stato prodotto, ma a evidenziarli in modo da fondare sopra di essi la responsabilità e il benessere delle parti coinvolte. Si tratta dunque di una riconciliazione delle parti con il risarcimento del danno causato e subito. Un processo di riappacificazione fondato sulla rinuncia della vendetta, sulla ricostruzione veritiera dei fatti basata sulle dirette testimonianze delle vittime, sostenute nei loro racconti di abusi subiti e supportate nella riconquista della dignità violata.

Inoltre, la riparazione è orientata nel sollecitare le vittime a testimoniare in modo da creare le circostanze per ritrovare la fiducia perduta, risanando ferite dolorose e le fratture sociali create nella comunità di appartenenza. Nella giustizia riparativa, vengono dunque, coinvolte in modo attivo, il reo, la vittima, le famiglie, la comunità e una figura esterna che sappia mediare e che faciliti l’incontro tra le parti.

La giustizia riparativa tocca un punto molto delicato, quello degli abusi ai minori, particolarmente vulnerabili, spesso inascoltati o ritenuti inattendibili. Nel processo penale minorile, la vittima è così limitata nelle norme procedurali da non poter soddisfare appieno le istanze di ascolto e di riparazione del danno subito.

La giustizia riparatoria mira a dare un diritto a chi si trova in condizioni di fragilità psicologica, come nel caso dei minori abusati. Ogni individuo, di ogni razza, ceto sociale, religione e di età ha diritto a una giustizia riparatoria in caso di danno, di qualsiasi genere. Tali pratiche riparative non riguardano soltanto gli aspetti penali, ma qualsiasi abuso perpetrato nelle scuole, nelle famiglie, nel vicinato, nel lavoro, nelle comunità e associazioni di qualsiasi genere.

Uno degli obiettivi primari della mediazione è quello di dare rilievo e riconoscimento alla vittima del reato, al fine di eliminare o ridurre i sentimenti di insicurezza, di disagio e di rabbia suscitati dal reato. Sentirsi vittima di un abuso provoca una tale vergogna da ingenerare il bisogno forte di immediata riparazione del torto subito. Le lacerazioni sociali che emergono dal racconto del conflitto purtroppo non sono affrontate e risolte dalle norme e dalle istituzioni penali.

Recuperare il senso di giustizia, di fiducia e di sicurezza, è direttamente proporzionale alle condizioni incontrate nell’ambiente dove si esercita la riparazione. Nella vittima c’è un vero e proprio impellente “bisogno di solidarietà” che chiede di essere soddisfatto sia negli ambiti più stretti (la famiglia), sia in quelli più allargati (ambiente di lavoro, istituzioni, agenzie assistenziali, religioni) e ciò per ritrovare un sentimento di socialità e di comunità fortemente danneggiato e compromesso dall’abuso.

La più grande giustizia riparatoria per l’umanità sofferente è il sacrificio di Gesù

Ci siamo occupati degli abusi, in particolare di quelli spirituali, che succedono nelle congregazioni, da parte di chi esercita una certa autorità. L’articolo di oggi si propone di evidenziare una riparazione che spesso non esiste nelle congregazioni e che i vari comitati giudiziari, nella maggior parte dei casi non prendono in considerazione. Normalmente si occupano di chiarire la questione e di valutare se c’è violazione delle norme bibliche, con l’obiettivo di giudicare con provvedimenti disciplinari o assolvere il reo e le parti coinvolte. La riparazione delle conseguenze che un abuso ha comportato difficilmente viene presa in considerazione durante il processo giudiziario. Ciò che conta nel comitato giudiziario è la confessione comprovata del peccato e il grado di pentimento su cui poi basare la pena disciplinare.

Il sostegno alla vittima è delegato alla competenza dei pastori delle congregazioni che in molti casi non ne hanno le capacità, né la conoscenza idonea per trattare abusi del genere. Molti si limitano a un incoraggiamento, a volte banale e insufficiente, con la lettura di qualche rivista o di alcuni passi della Bibbia, tutt’al più una visita pastorale. Peggio ancora, le conseguenze di uscirne fuori da questa situazione sono lasciate al singolo o alle famiglie interessate, impreparate psicologicamente e spiritualmente nell’affrontare casi di abusi. Manca una figura preparata che faccia da mediatore, che sappia affrontare le lacerazioni della vittima e che sappia coinvolgere bene i familiari e i fratelli spirituali nel supportare la vittima e il peccatore.

Non siamo interessati alle polemiche che argomenti del genere suscitano. Per attenerci alla linea editoriale di inattivopuntoinfo ricordiamo nuovamente che molti fratelli e sorelle sono diventati inattivi a causa di una mancanza di giustizia riparativa. Proclamatori lasciati allo sbando, vittime non curate da pastori incapaci e negligenti. Si è vero, alcune pecore hanno ricevuto la cura e l’assistenza di pastori amorevoli aiutando le vittime a superare certi traumi. Pochi casi e comunque lasciati alle singole iniziative di anziani intelligenti e preparati spiritualmente. Ad ogni modo, come cristiani abbiamo bene in mente la più grande riparazione a ogni male di questo mondo: il sacrificio di Gesù. Anche se questa, ripetiamo, non deve essere una scusa per non fare nulla di riparatorio.

 

Il dipinto in alto: L’angelo ferito, di Hugo Simberg.

Simberg, pittore finlandese, ha cercato di rappresentare la vita nei momenti più drammatici. In lui è spesso presente il sentimento religioso quasi sempre rappresentato in conflitto con le forze del male.

Il dipinto ha come soggetto tre ragazzini. Al centro, simile a una giovane, c’è un angelo con il capo chino, gli occhi bendati, i capelli lunghi e biondi e i piedi scalzi. Indossa una veste bianca e ha le ali ferite. Nella mano destra tiene dei fiori di bucaneve, simbolo di purezza e rinascita. L’angelo viene trasportato su una barella di legno da due ragazzi. Il suo peso è leggero, infatti i due giovani sembrano non sentire il peso. Il primo, vestito con abiti scuri e un po’ grandi nelle misure, guarda fisso davanti senza distrazioni, mentre l’altro che lo segue guarda l’osservatore del dipinto con un’espressione piuttosto accigliata.

Sullo sfondo si scorge un paesaggio arido, con fiori sparsi un po’ qua e là. Si intravede anche un piccolo fiume azzurro che va a gettarsi in uno specchio d’acqua più grande. Il quadro è diventato così famoso da diventare un simbolo iconico della cultura finlandese. L’artista finlandese non fornì mai una spiegazione dettagliata della sua opera. Voleva “lasciare libero” l’osservatore senza condizionarne lo stato d’animo, affinché guardando il dipinto con gli occhi interiori si perdesse in esso. Inserito in un contesto di giustizia riparativa, possiamo dire che l’angelo simboleggia la parte spirituale ferita, quella pura e genuina, che viene condotta presso un luogo riparatorio. Davanti, chi guida, conosce bene dove portare il ferito e non si lascia distogliere lo sguardo, mentre il secondo si rivolge a qualsiasi uomo lo osservi, con un’espressione severa, insoddisfatta per quanto accaduto alla vittima. Il suo sguardo sembra un monito, un richiamo, un silenzioso giudizio morale di disapprovazione, quasi a voler fermare il tempo in modo che la scena rimanga un avvertimento contro tutti coloro che commettono un abuso.

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