Grazia o giustizia nel caso del figlio ritrovato?

Quando a contare è l’amore e non le regole

In teologia, la grazia è l’aiuto soprannaturale che Dio concede all’uomo per guidarlo nella via della virtù. Per gli uomini è una buona disposizione dell’animo verso gli altri, una sincera benevolenza. In ambito giuridico la grazia è un provvedimento di clemenza e di estinzione della pena a favore di un determinato soggetto.

La giustizia divina è una delle quattro principali qualità di Dio, ed è una condizione di rettitudine che si manifesta in un comportamento consono a quello di Dio. La giustizia umana consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto. L’autorità a cui tale potere è affidato è la magistratura. 

Chi amministra la giustizia in ambito religioso, in genere, segue un codice interno che regolamenta i rapporti tra i vari membri interni e tra gli stessi con il mondo esterno. Il codice è un insieme di norme, regole e princìpi che permette di svolgere in modo ordinato l’agire umano in ambito religioso indicando e prescrivendo ciò che deve o non deve farsi in determinati casi.

La Bibbia è particolarmente sensibile alla giusta amministrazione della giustizia, a tal punto da avere un libro intitolato “Giudici” dove si trova un lungo elenco di persone che rivestirono la qualifica di “giudice” durante un periodo della storia di Israele. Anche Gesù ci ha insegnato molto sul concetto di giustizia e misericordia. Celebre la sua parabola sul figlio ritrovato riportata in Luca 15:11-32. Cosa ci ha insegnato Gesù, in senso giuridico, con questa parabola? Quando siamo di fronte a una situazione dove è implicata la violazione di una norma, come dovremmo comportarci?

I Testimoni di Geova credono che i princìpi e i comandi contenuti nella Bibbia possono aiutare a prendere decisioni che piacciono a Dio e se applicati hanno un’influenza positiva sulla loro vita. “Non siamo stati noi a stabilire questi princìpi e comandi, semplicemente viviamo in armonia con essi”, si legge su jw.org. Leggendo la vita di Gesù ci si accorge che egli non prescrisse un lungo elenco di regole, ma soltanto alcuni princìpi basilari, che non sono né gravosi né oppressivi (Matteo 11:28, 30).

Perché riflettere sulla cosiddetta parabola del figlio prodigo (sarebbe più appropriato chiamarla del “figlio ritrovato” o del “padre misericordioso”) è utile per coloro che considerano gli inattivi come una categoria un gradino sopra a quella dei disassociati? C’è in molti tdG la tendenza a guardare gli inattivi con sospetto, come persone non più irreprensibili, fratelli che non sono un esempio con cui associarsi o addirittura parlare quando si incontrano per strada. Chi la pensa così è da ricoverare in un reparto di psichiatria.

Viviamo in una società dove, per fortuna, le regole in ambito familiare non sono più rigide come quelle di un tempo, anche se bisogna ammettere che si è andati oltre con la libertà. Le regole sono necessarie e devono essere equilibrate e tenere conto delle individualità di ciascuno.

La regola è universale, mentre ogni tdG è differente. E’ difficilissimo applicare la stessa regola a tutti. In genere si ricorre alle regole quando in una famiglia c’è caos o una serie di difficoltà. Si stabilisce un decalogo e tutti devono obbedire. E’ il miracolo della regola, anche se non dura in eterno. Senza desiderio di applicare la regola, nel tempo diventa sterile, perché si è costretti ad accettarla.

Non esistono regole standard per stabilire l’educazione. Ogni figlio devia sempre dalla norma ideale standard dei genitori. Ogni figlio non è mai come ce lo aspettavamo, mai identico a noi come avremmo voluto. Pur avendo una sua funzione, la regola non è mai la cosa più importante, essa non genera automaticamente un buon comportamento. Ciò che è importante è la persona. Alcuni lo dimenticano. L’uomo non è fatto per la legge, è la legge che è fatta per l’uomo (Marco 2:27).

A volte, le regole servono per essere trasgredite, per fare esperienza della trasgressione. Il figlio deve fare uso della sua libertà per capire. Se non sbatte la testa non sempre capisce le cose con le buone. E’ normale trasgredire le regole, fa parte della nostra crescita. Anzi chi si comporta sempre come la regola, non sbagliando mai, allora è un caso clinico. Non esistono cristiani perfetti. Diffidare sempre dei primi della classe. Il figlio che sbaglia è quello che merita più fiducia rispetto a chi non sbaglia mai. Perciò, se un figlio è convinto che andarsene di casa sia la cosa giusta, lasciamolo andare via a farsi la sua vita. Il tempo dirà se è stata una scelta felice oppure no.

A volte, anche i fratelli ci sono sconosciuti, pur se da anni collaboriamo insieme, ci vediamo regolarmente e usciamo in servizio. Spesso non sono quelli che appaiono, ognuno è diverso dall’altro. E se vanno via, dobbiamo rimanere sempre alla porta ad attenderli.

I tdG sono spesso accusati di essere troppo rigidi, di avere una mentalità integralista, in particolare, a molti non va giù il comportamento che i familiari e gli altri fratelli devono tenere con chi allontanatosi dalla congregazione è stato soggetto a provvedimenti disciplinari. Forma mentale strisciante e confusa che hanno anche alcuni tdG nei confronti dei lontani dalla congregazione.

Bisogna ammettere che nell’organizzazione dei tdG la cultura della regola è dominante. Se ne esalta troppo spesso l’importanza. Il senso della regola non è quello della legge. La regola è utile per la separazione dei ruoli e quando c’è una forzatura essa favorisce l’insorgere del problema più che risolverlo. Più ci si impunta sulla regola, più si induce a trasgredirla e più danni vengono fatti.

Quando portarono l’adultera da Gesù, lui rifiutò la posizione di giudice. In un’altra occasione, Gesù si rifiutò di fare da giudice riguardo alla spartizione di un’eredità. Quello di giudice umano non era un mestiere particolarmente attraente per Gesù.

IL FIGLIO MAGGIORE. Nell’illustrazione in alto, il figlio maggiore punta in modo accusatorio l’indice della mano sinistra contro il fratello ritrovato. La madre lo redarguisce indicando con l’indice della sua mano destra di stare zitto. Il padre abbraccia il figlio ritrovato che ha le mani conserte verso il basso in segno di tristezza e di accettazione di quello che gli viene detto. C’è sempre qualcuno in famiglia che recalcitra o si lamenta quando un figlio ritorna.

Anche in congregazione. Il figlio maggiore è l’incarnazione della legge rigida e inesorabile. Lui è un applicatore severo della legge. Un buon educatore considera la punizione una sconfitta, il pessimo educatore una goduria. E’ un fratello bacchettone che si lamenta col padre di non aver mai avuto un capretto da lui per divertirsi con i suoi amici, mentre al fratello dissipatore, addirittura gli sta facendo una festa.

Per lui la vita è un sacrificio, infatti rinfaccia al padre di aver fatto “lo schiavo e di non aver mai trasgredito un comandamento”. Vive una vita risentita, piena di sacrifici e di privazioni. Ha una veduta moralistica delle regole, per lui l’amore è il sacrificio, il seguire ubbidientemente i comandi. Lui è il primo della classe e merita quindi tutti gli onori. Non entra in casa per festeggiare, sta fuori.

Non vuole avere nulla a che fare con il fratello ritrovato. Ha un comportamento opposto a quello del padre, dei servitori e dei vicini di casa. Non è contento di riavere quel fratello dissoluto in casa sua. Per lui ciò che è perso si è perso. Nessuna occasione di rimettersi in gioco, nessuna speranza di riconversione, di resurrezione. Suo fratello è morto e sepolto, una volta per sempre. E’ spietato nei suoi ragionamenti.

Il perdono del padre consente la riaffermazione della vita sulla morte. Per lui la morte del fratello è l’unica cosa importante. Secondo lui, Geova si sbaglia nel dare una nuova opportunità a un suo servitore che si è allontanato. Che razza di fratello è, uno che vuole la condanna invece della grazia?

C’è una cattiva interpretazione della legge. La legge non è fatta per schiacciare la vita, ma per potenziarla. Il primogenito della parabola la interpreta come un peso da caricarsi sulle spalle, un sacrificio inumano cui sottomettersi. Egli vi aderisce come se fosse un’obbligazione degna del patibolo. Le regole di Dio non hanno un fine sadico per la vera vita. E il fratello maggiore ne paga le conseguenze di una cattiva interpretazione.

Il suo atteggiamento austero e rigido contrasta con lo spirito festoso del padre. E’ un padre che non applica la legge ma la abbellisce con la legge dell’amore. Nel figlio maggiore prevale la fredda giustizia non la grazia. Sbaglia per eccesso di obbedienza alle regole e per voler conformare la sua vita a quella di schiavo fedele. “Io ti servo da tanti anni” reclama al padre festante. La maggior parte dei primogeniti della Bibbia non sono mai all’altezza del loro compito.

L’ubbidienza alle regole non è una condizione sufficiente per la salvezza. Sia il figlio maggiore sia quello minore dimostrano di avere una concezione materialista dei beni del padre, un desiderio di spartizione che resta sepolto in uno nell’ubbidienza servile, nell’altro nella volontà di accaparrarsene subito. Il maggiore si dichiara irreprensibile osservando il fratello minore con disprezzo, come fa il fariseo con il pubblicano in preghiera. E’ il peccato di ritenersi troppo puro, troppo giusto nei confronti dell’altro.

(Seconda parte – continua)

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